mercoledì,Gennaio 19 2022

Rinascita Scott: l’immobile della mafia a Vibo e le «mazzette» richieste dal comandante Nesci

Al maxiprocesso depone il maresciallo Russano. Lo 007 del Ros ripercorre le intercettazioni di Giovanni Giamborino che chiamano in causa l’ex plenipotenziario dirigente del Comune di Vibo Valentia. Aperto anche un processo stralcio a carico del colonnello dei carabinieri Naselli, degli imprenditori Delfino e dei professionisti Calabretta

Rinascita Scott: l’immobile della mafia a Vibo e le «mazzette» richieste dal comandante Nesci
Nel riquadro da destra verso sinistra: Giovanni Giamborino e l'ex comandante della Municipale di Vibo Filippo Nesci
Giorgio Naselli

Il Tribunale di Vibo Valentia presieduto da Brigida Cavasino (a latere i giudici Claudia Caputo e Gilda Romano) scioglierà nella prossima udienza la riserva sull’eccezione di competenza territoriale sollevata dalle difese. Si tratta dello stralcio del maxiprocesso Rinascita Scott che vede imputati l’ex colonnello dei carabinieri Giorgio Naselli, i professionisti Giuseppe e Giulio Calabretta, Rocco e Salvatore Delfino, padre e figlio, Ilenia Tripolino e Roberto Forgione, per una vicenda – quella relativa i presunti interventi dello stesso Naselli, su interessamento di Giancarlo Pittelli, presso la prefettura di Teramo e nell’interesse dei Delfino – la cui portata era stata gradualmente ridimensionata dal Tribunale del Riesame e dalla Suprema Corte di Cassazione. I difensori – gli avvocati Giuseppe Fonte per Naselli e Rocco Di Dio per Giuseppe Calabretta – avevano sostenuto come la competenza vada radicata al Tribunale dell’Aquila o di Teramo. Rinviata l’udienza, si riapre il maxiprocesso. [Continua in basso]

Il controsame di Manzone

Luigi Mancuso

Tocca alla difesa dell’imputato Nazzareno Antonio Curello, rappresentata dall’avvocato Vincenzo Sorgiovanni, riaprire il controesame del maggiore Francesco Manzone, già in servizio al Ros di Catanzaro, nell’ultima udienza del maxiprocesso Rinascita Scott. Il penalista pone poche domande, ma ottiene il risultato che attendeva: dagli inquirenti non sono stati registrati contatti diretti tra Luigi Mancuso, principale imputato al maxiprocesso, o i suoi uomini di fiducia, e l’imputato Curello o suoi familiari, che nel loro bar avevano assunto Francesca Collotta, la donna sotto processo che avrebbe promesso alla malavita – era emerso nelle precedenti udienze – notizie riservate che avrebbe attinto dal marito carabiniere, ignaro delle sue intenzioni, in cambio di un posto di lavoro. In attesa dell’arrivo in aula dell’avvocato Salvatore Staiano, difensore, tra gli altri, dell’ex parlamentare Giancarlo Pittelli, il controesame del maggiore Manzone viene sospeso.

La carriera di Nesci

Filippo Nesci

Il maxiprocesso prosegue così con l’esame – a cura del pm Andrea Mancuso – del maresciallo Alex Russano, ovvero il carabiniere del Ros che ha indagato su Giovanni Giamborino, ritenuto dall’accusa il factotum dello stesso Luigi Mancuso, e sull’ex comandante della Polizia municipale di Vibo Valentia e già dirigente comunale all’Urbanistica, Filippo Nesci. Centrale ritorna la vicenda afferente il cosiddetto immobile della mafia (del quale Giovanni Giamborino era il reale proprietario) sorto nel cuore di Vibo Valentia, su un terreno d’interesse archeologico dal quale erano nel tempo affiorate vestigia romane e sotto il quale esiste un tratto dell’antica Aurelia. Lo 007 dell’Arma sintetizza preliminarmente la conoscenza che il presunto faccendiere del Supremo (Luigi Mancuso) aveva della carriera di Filippo Nesci. In più intercettazioni – racconta il teste – l’imputato riferisce come lo stesso Nesci fosse stato un commissario di Polizia, poi assunto come comandante della Polizia provinciale a Vibo «grazie a Bruni» e al «cugino Pietro», con evidente riferimento allo storico presidente della Provincia di Vibo Valentia Gaetano Ottavio Bruni, e all’ex consigliere regionale, già assessore provinciale al Bilancio, Pietro Giamborino (quest’ultimo imputato anche lui nel maxiprocesso). In seguito – emerge dalle intercettazioni – Nesci divenne, da vincitore di concorso, comandante della Polizia municipale di Vibo e, quindi, dirigente di diversi settori comunali. [Continua in basso]

«Scroccone e mazzettista»

Giovanni Giamborino

Nelle intercettazioni – spiega il maresciallo Russano – Giovanni Giamborino si esprimeva in maniera spregiativa verso lo stesso Filippo Nesci, definendolo «lo scroccone» o «questo mazzettista» e sosteneva di aver ricevuto «a più riprese richieste di mazzette» per oliare la burocrazia comunale in relazione al suo progetto edilizio. L’1 luglio 2016, in particolare, ad un suo interlocutore, Giovanni Giamborino in relazione a Nesci diceva: «Cornuto, la mazzetta mi ha chiesto…». L’interlocutore: «Non te ne chiede mazzette a te». E Giamborino: «Me l’ha chiesta, sull’anima di mio padre…Devi cedere sai, altrimenti ti fa uscire pazzo… Però dopo ce l’ho sempre dalla cavezza… Qualsiasi cosa che dico deve abbozzare…». In un’altra intercettazione, il 2 luglio 2016, con un altro interlocutore, Giovanni Giamborino ripeteva come «la mazzetta la devo pagare al comandante dei vigili». L’interlocutore: «Quale mazzetta?». E Giamborino: «Un paio di mila euro… Le pratiche le sta facendo a lampo di pistola». In un’ulteriore intercettazione, con un terzo diverso interlocutore, l’imputato Francesco Basile, Giovanni Giamborino sosteneva, sempre con riferimento alle presunte pretese tangentizie dell’ex comandante della Polizia municipale: «Se ne ho duemila euro e mi cadono dalle tasche glieli do…». E Basile: «Non li hai, non li hai…E se li hai non glieli dai…». In una quarta conversazione, ancora, Giovanni Giamborino diceva, sempre in relazione a Nesci: «Mi ha cercato la casa a Forlì per andarsene con la moglie…». E tra alcuni passaggi incomprensibili pronunciava la frase: «Cinquemila euro al comandante…». Quinta conversazione, sempre Giovanni Giamborino, riferiva – sintetizza Russano – che «se avesse avuto mille euro da consegnare al comandante avrei avuto già le carte». Sesta conversazione, Giovanni Giamborino in auto con un congiunto raccontava come al comandante fossero arrivate lettere anonime alludendo, nuovamente, alle presunte tangenti richieste dal comandante Filippo Nesci.

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