mercoledì,Gennaio 19 2022

I D’Amico ed i racconti sul boss Giuseppe Mancuso al tavolo con i siciliani dopo le stragi

Con lui ai summit anche lo zio Luigi Mancuso e Francesco D’Angelo di Piscopio. I preparativi in vista della scarcerazione di Peppe ‘Mbrogghja e il racconto su una testa mozzata portata in piazza a Limbadi dal padre Domenico

I D’Amico ed i racconti sul boss Giuseppe Mancuso al tavolo con i siciliani dopo le stragi
Giuseppe Mancuso a sinistra. A destra: Antonio D'Amico e Giuseppe D'Amico
Giuseppe Mancuso (‘Mbrogghja”)

Si sarebbe seduto al tavolo con i siciliani di Cosa Nostra per discutere l’orientamento della ‘ndrangheta calabrese circa l’opportunità o meno di aderire alla strategia stragista dei corleonesi, il boss di Limbadi Giuseppe Mancuso, 72 anni, alias “Peppe ‘Mbrogghja”, da poco ritornato in libertà dopo aver scontato 24 anni di ininterrotta detenzione, venti dei quali in regime di carcere duro (41 bis). E’ quanto si ricava dall’inchiesta “Petrol Mafie” ed in particolare dai dialoghi intercettati dei fratelli Giuseppe ed Antonio D’Amico di Piscopio, titolari della Dmt Petroli ed arrestati nell’aprile scorso per associazione mafiosa (clan Mancuso, clan dei Piscopisani e contatti anche con altre consorterie) ed altri reati.  

Gli imprenditori Giuseppe D’Amico e Antonio D’Amico, «espressione della cosca Mancuso di Limbadi, risultano essere inseriti in un vasto e complesso sistema organizzato per il commercio illegale di carburante e oli minerali, di appannaggio anche di altri imprenditori e broker del settore, a loro volta referenti di diverse consorterie mafiose (non solo della ‘ndrangheta, ma anche della camorra e di Cosa Nostra siciliana) operanti quindi in altri distretti giudiziari. Invero, nel corso delle riunioni di coordinamento promosse dalla Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo – si legge negli atti dell’operazione Petrol Mafie – si prendeva cognizione che gli imprenditori e i broker referenti di diversi sodalizi criminali extraregionali, risultavano indagati in parallele indagini anche nell’ambito di procedimenti penali instaurati presso i distretti giudiziari di Reggio Calabria, Roma e Napoli».

L’attività di indagine ha fatto così emergere la cooperazione, in tali illeciti traffici, tra la componente criminale calabrese, «rappresentata nella sua operatività dai fratelli D’Amico Giuseppe e D’Amico Antonio, e compagini criminali campane e catanesi, «rispettivamente riconducibili agli interessi mafiosi delle cosche Moccia di Afragola e Santapaola di Catania». [Continua in basso]

L’incontro con i siciliani

Giuseppe D’Amico

E’ in questo contesto «che in occasione di un incontro del 27 novembre 2018 tra Giuseppe D’Amico e Orazio Romeo (importante imprenditore catanese del settore del commercio dei prodotti petroliferi, a sua volta coinvolto negli illeciti traffici emersi) è stata censita – sottolineano gli inquirenti – una captazione ambientale di evidente portata investigativa», nella quale D’Amico Giuseppe riferiva a Romeo che Luigi Mancuso, Giuseppe Mancuso (cl. ‘49 inteso “Peppe ‘Mbrogghia”) e Francesco D’Angelo (inteso “Ciccio Ammaculata”, suocero di Giuseppe D’Amico) avevano preso parte alle trattative con esponenti di Cosa Nostra, finalizzate a determinare l’orientamento della ‘ndrangheta calabrese circa l’opportunità o meno di aderire alla strategia stragista dei corleonesi.

“A gennaio ti faccio conoscere un personaggio che con i tuoi compaesani stavano a tavolino…questo si è seduto…si è seduto per lo stretto, si è seduto per tante cose…”. Giuseppe D’Amico così si sarebbe rivolto ad Orazio Romeo parlando di Giuseppe Mancuso (Peppe ‘Mbrogghja”), ritenendo già nel 2018 imminente una scarcerazione del boss di Limbadi e Nicotera. «Chiaramente, con l’espressione i tuoi compaesani”, rivolta al catanese Romeo, Giuseppe D’Amico non poteva che riferirsi – sottolinea la Dda di Catanzaro – ai rapporti tra la cosca Mancuso e Cosa Nostra catanese».

Peppe Mancuso e le riunioni dopo le stragi in Sicilia

Luigi Mancuso

Giuseppe D’Amico – ad avviso degli inquirenti – coglieva quindi l’occasione per sottolineare che il soggetto in argomento (Giuseppe Mancuso) «aveva preso parte alla discussione nata nell’estate del 1992 in seno alla ‘ndrangheta calabrese e a Cosa Nostra siciliana, immediatamente all’indomani delle stragi di Capaci (23 maggio 1992) e di Via D’Amelio (19 luglio 1992) in cui persero la vita i magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Discussione vertente sull’invito, avanzato da Cosa Nostra siciliana alla ‘ndrangheta, a fare propria la folle strategia stragista voluta dai corleonesi». D’Amico Giuseppe, a riguardo, precisava che l’orientamento dei Mancuso (Luigi e Giuseppe) era stato quello di non aderire al progetto stragista (“eh… quando c’è stato il problema in Sicilia che hanno fatto tutte quelle casinate là… alla zona di Carini… lui ha detto di no qua eh… cioè per farti capire…”).

Approfondendo, Giuseppe D’Amico chiariva quindi che a dette riunioni svoltesi con rappresentanti di Cosa Nostra siciliana si erano recate, per la famiglia Mancuso, tre persone: Luigi Mancuso (“lo zio”), Francesco D’Angelo (“mio suocero”) e “quello che conosci tu” (Giuseppe Mancuso, alias ‘Mbrogghja). “Tre sono andati al tavolo, al tavolo sono andati in tre, lo zio, quello che conosci tu e mio suocero, capito?… eh il discorso è che – affermava D’Amico – cioè è di ragionamento sano, sano nel senso rispettoso… cioè vanno rispettate le persone, se gli dici A è A…”).

«La delicatezza e l’importanza dell’episodio riferito da D’Amico sono altamente indicative del grado di conoscenza del medesimo indagato delle dinamiche – anche di eccezionale portata come quelle appena riferite – interessanti, da tempo risalente, la cosca Mancuso e la ‘ndrangheta in generale. Grado di conoscenza che è da considerarsi – sottolineano gli uomini del procuratore Gratteri – uno degli elementi indicatori dell’intraneità di D’Amico alla consorteria investigata». [Continua in basso]

Le confidenze dei D’Amico ai campani

Antonio D’Amico

Una ulteriore acquisizione del 2 marzo 2019 è invece relativa ad un incontro dei «fratelli D’Amico con Alberto Coppola, un criminale campano legato al clan Moccia. Da quanto carpito nel corso di tale incontro, si poteva desumere che i  D’Amico ritenevano Giuseppe Mancuso, cl. ’49, inteso “Peppe ‘Mbrogghja”, in procinto di essere scarcerato».
Ad esaltare il rapporto di Coppola con la cosca Mancuso di Limbadi – rimarcano ancora gli inquirenti – una valutazione sul personaggio Peppe Mbroglia esternata anche da Antonio D’Amico su una sua prossima scarcerazione “ma ora dovrebbe uscire…”, veniva restituita dallo stesso soggetto campano che, in virtù del rapporto intercorrente con il menzionato esponente di primo piano della famiglia Mancuso, ipotizzava di organizzare un’occasione conviviale nel momento in cui ‘Mbroglia fosse tornato in libertà.

Il padre di Giuseppe Mancuso e la testa mozzata portata in piazza

Domenico Mancuso (cl. ’27)

Parlando con il campano Alberto Coppola, Giuseppe D’Amico ricordava infine un «cruento episodio omicidiario che avrebbe visto protagonista il padre di Giuseppe Mancuso, ovvero Domenico Mancuso (cl. ’27, deceduto)», primogenito della cosiddetta “dinastia degli undici” e fratello maggiore di Luigi Mancuso (cl. ’54). Giuseppe D’Amico spiegava così al suo interlocutore (intercettato) che: Il papà di Giuseppe ha ucciso una persona, gli ha tagliato la testa e l’ha portata nel centro della piazza di Limbadi”, episodio che lo stesso Coppola asseriva di conoscere, rispondendo infatti: “Lo so …”.

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