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Il deceduto boss Umberto Bellocco voleva eliminare Luigi Mancuso

Il potere del capobastone di Rosarno nelle dichiarazioni dei collaboratori, da Vincenzo Albanese a Bartolomeo Arena, da Gerardo D’Urzo a Pasqualino D’Elia. La creazione di nuovi gradi mafiosi, la nascita della Sacra Corona Unita pugliese, i rapporti con i Bonavota di Sant’Onofrio e le doti conferite a Pino Scriva e Franco Pino

Il deceduto boss Umberto Bellocco voleva eliminare Luigi Mancuso
Nei riquadri da sinistra verso destra: Luigi Mancuso, Franco Pino, Pasquale Bonavota e Umberto Bellocco
Umberto Bellocco

Ha giocato un ruolo anche su alcune dinamiche criminali e mafiose del Vibonese, il boss di Rosarno Umberto Bellocco, deceduto sabato all’età di 85 anni in un ospedale del Nord Italia dove si trovava ricoverato per l’aggravarsi di alcune patologie. In precedenza si trovava detenuto nella casa di reclusione Milano Opera in regime di carcere duro (41 bis). Il nome di Umberto Bellocco è legato ad alcune vicende fondamentali nella storia della ‘ndrangheta: la creazione del grado mafioso di “Diritto e Medaglione” che sarebbe stato conferito negli anni ’80 personalmente dal boss dell’omonimo clan di Rosarno a diversi personaggi fra i quali l’allora capobastone di Cosenza Franco Pino (per come dallo stesso ampiamente ammesso nelle sue confessioni da collaboratore di giustizia); il conferimento della dote di “santista” in carcere a Trani, nella notte di Natale del 1983, a Pino Rogoli, che diventerà poi il fondatore – con il permesso dello stesso Bellocco e di Carmine Alvaro di Sinopoli – della Sacra Corona Unita, nata per contrapporsi in Puglia all’espansione della camorra di Raffaele Cutolo; il conferimento del grado di “santista” a Pino Scriva di Rosarno, primo collaboratore di giustizia della ‘ndrangheta negli anni ’80. [Continua in basso]

Umberto Bellocco ed i Mancuso di Limbadi

Antonino Pesce

Personaggio di elevatissimo spessore criminale secondo le sentenze, gli inquirenti ed i collaboratori di giustizia, Umberto Bellocco veniva considerato il capo indiscusso dell’omonimo clan, con il “bastone” del comando passato al cugino Gregorio Bellocco solo durante i lunghi periodi di detenzione – quasi vent’anni – che hanno interessato lo stesso Umberto. Con il clan Mancuso avrebbe sempre mantenuto un rapporto conflittuale, o comunque di “non simpatia”, al pari di quello che veniva considerato come l’asse portante di una delle “linee criminali” principali del Tirreno calabrese, ovvero quella costituita dall’alleanza fra i Piromalli di Gioia Tauro, i Pesce di Rosarno, gli stessi Mancuso ed i De Stefano di Reggio Calabria. Il collaboratore di giustizia, Pino Vrenna di Crotone, ad esempio ha raccontato nel maxiprocesso Rinascita Scott di aver sentito parlare dell’esistenza del “Crimine” all’interno della ‘ndrangheta parlando in carcere proprio con personaggi del calibro del boss Umberto Bellocco che gli avrebbe conferito nel carcere di Trani il grado di “Trequartino”, dopo quelli di “Santista” e “Vangelo”.

Il collaboratore di giustizia Pippo Di Giacomo, di Acireale, in provincia di Catania, membro importante del clan dei Laudani, nel corso del maxiprocesso Rinascita Scott ha invece riferito dell’esistenza in Calabria di una sorta di Commissione dove alcune famiglie rappresentavano tutta la criminalità calabrese. Dei componenti di tale “Stella”, che starebbe al di sopra di tutti i capi-crimine, Di Giacomo ha fatto i nomi dei boss Pino Piromalli di Gioia Tauro, detto “Facciazza”,Franco Coco Trovato di Marcedusa ma residente in Lombardia, Luigi Mancuso di Limbadi, Peppe De Stefano e Pasquale Condello di Reggio Calabria, Giuseppe Morabito (Peppe Tiradritto) di Africo, Umberto Bellocco e Antonino Pesce di Rosarno». 

Diversi invece i collaboratori di giustizia – fra cui Pasqualino D’Elia – che hanno raccontato dell’alleanza fra Giosuè Chindamo di Laureana di Borrello e Umberto Bellocco, con quest’ultimo che si sarebbe rifiutato di consegnare  Chindamo ai Mancuso nel corso della “guerra di mafia” di Laureana dei primi anni ’90 che vedeva i clan Molè di Gioia Tauro, i Pesce di Rosarno, gli Albanese di Candidoni ed i Mancuso sostenere la famiglia dei Cutellè contro i Chindamo.

I reciproci piani di morte fra Umberto Bellocco ed i Mancuso

Luigi Mancuso

E’ tuttavia il collaboratore di giustizia, Vincenzo Albanese, di Rosarno, a svelare le intenzioni di Umberto Bellocco di eliminare il boss Luigi Mancuso, mentre quest’ultimo anni prima avrebbe voluto far fuori il capobastone di Rosarno in accordo con i Piromalli ed i Pesce. L’episodio risalirebbe agli anni ’80, mentre è in tempi più recenti che Umberto Bellocco avrebbe avuto intenzione di uccidere il boss Luigi Mancuso (cl.’54). Che storicamente i rapporti fra i Bellocco ed i Mancuso non fossero buoni l’avevano riferito anche altri collaboratori di giustizia (Gerardo D’Urzo di Sant’Onofrio, Annunziato Raso di Gioia Tauro, Pino Morano di Laureana di Borrello e Gaetano Albanese di Candidoni su tutti), ma è il collaboratore Vincenzo Albanese (cl. ’77) di Rosarno – sposato con una figlia di Rocco Bellocco – a svelare diversi retroscena in ordine ad alleanze, vendette ed affari. I suoi verbali sono stati versati dalla Dda di Catanzaro agli atti del maxiprocesso Rinascita Scott.

«Mio zio Umberto Bellocco era considerato uno dei massimi esponenti della ‘ndrangheta e solo lui poteva concedere direttamente la carica di “Padrino” saltando le altre doti di ‘ndrangheta. Quando mio zio Umberto Bellocco venne scarcerato nell’anno 2014, voleva accentrare nuovamente a se tutto il potere criminale e per tale motivo – ha riferito Albanese – si scontrò con gli altri esponenti della ‘ndrangheta tra i quali Luigi Mancuso, in particolare per la compravendita di droga attraverso il Porto di Gioia Tauro. Si scontrò pure con i Pesce».

Umberto Bellocco, secondo il racconto di Vincenzo Albanese, avrebbe quindi mandato un’imbasciata a Luigi Mancuso attraverso «uno della zona di Santa Maria dove ha guardianie Bellocco Umberto, il quale voleva parlare con Luigi Mancuso. Era un vecchietto vicino a Luigi Mancuso che poi è stato arrestato». Luigi Mancuso non si sarebbe presentato all’appuntamento, mentre tempo dopo – luglio 2014 – è stato arrestato lo stesso Umberto Bellocco, la cui politica criminale di scontro con le altre storiche famiglie della ‘ndrangheta della Piana non sarebbe stata condivisa sino in fondo neanche dai fratelli e dai cugini.

«Quando mio zio Umberto Bellocco nell’anno 2014 venne scarcerato mandò me e mio cugino Umberto Bellocco (cl. 72) ad organizzare un incontro con Luigi Mancuso. L’incontro era dovuto al fatto che mio zio voleva percepire una percentuale a titolo di estorsione sui quantitativi di droga che passavano dal porto di Gioia Tauro. Zio “Umberto” voleva incontrare Luigi Mancuso a metà strada tra Rosarno e Limbadi, visto che entrambi i boss erano sottoposti alla sorveglianza speciale. Luigi Mancuso si rifiutò con dei pretesti di partecipare all’incontro – ha riferito Vincenzo Albanese – e per tale motivo mio zio Umberto Bellocco si adirò tanto da voler uccidere proprio Luigi Mancuso e mandò me e mio cugino per riferire a Mancuso che dal porto di Gioia Tauro non sarebbe passato più nulla senza il suo volere. Tutti i rappresentanti della famiglia Bellocco erano d’accordo con il pensiero di mio zio Umberto Bellocco, nel senso che secondo loro a livello di ‘ndrangheta Umberto Bellocco aveva in teoria il potere di prendere queste decisioni, nonostante sul porto di Gioia Tauro vi fosse anche l’influenza dei Pesce – che però erano assolutamente a lui sottomessi e che lui persino maltrattava – ed ovviamente dei Piromalli che, peraltro, erano alleati dei Mancuso. Tuttavia tutti in famiglia ritenevamo che questa nuova politica criminale di “zio” Umberto fosse troppo azzardata e non corrispondesse più a dinamiche criminali che oramai erano mutate, fondandosi su accordi ben consolidati che lui voleva mettere in discussione. La vicenda poi non ebbe un seguito perché, come detto, Umberto Bellocco fu arrestato poco dopo».

«Non ho mai avuto rapporti con i Piromalli. Mio zio Umberto Bellocco aveva antipatia per i Piromalli e i Molè, perché una volta – ha raccontato il collaboratore Albanese – circa 30 anni fa i Piromalli avevano fissato un appuntamento a mio zio per ucciderlod’accordo con i Mancuso e probabilmente anche con Nino Pesce, detto Testuni. Mio zio non andò però all’appuntamento perché Trunfio, quello ucciso sull’ autostrada, l’aveva avvisato. I Mancuso, i Piromalli, i Molè avevano un accordo fra loro e sotto-sotto anche con Nino Pesce a Rosarno. Per questo Umberto Bellocco non li ha mai digeriti».

Bartolomeo Arena ed i vibonesi da Umberto Bellocco

Anche il collaboratore di giustizia di Vibo Valentia, Bartolomeo Arena, ha parlato nella sua deposizione in Rinascita Scott del boss Umberto Bellocco. «Una volta per risolvere una questione inerente gli assetti mafiosi ed i riconoscimenti, io, Antonio Macrì e mio zio Domenico Camillò ci siamo recati da Umberto Bellocco di Rosarno, pensando fosse il massimo esponente della ‘ndrangheta. Ricordo – ha raccontato Bartolomeo Arena – che però Enzo Barba ci disse che non c’era più bisogno di recarci sino a Rosarno per ottenere riconoscimenti, in quanto era uscito di galera Luigi Mancuso di Limbadi che era allo stesso livello di Umberto Bellocco per caratura mafiosa».

In merito alle doti di ‘ndrangheta, Bartolomeo Arena ha invece riferito: «Mio zio Mimmo Camillò, che precisamente è primo cugino di mio padre, ma mi ha cresciuto come uno zio, è colui il quale ha le doti più elevate nella provincia di Vibo Valentia in virtù dei rapporti – spiega Bartolomeo Arena – che intrattiene con gli esponenti di vertice del locale di Rosarno, quali Umberto Bellocco e don Mico Oppedisano. In copiata del trequartino io portavo i nomi di Domenico Camillò classe 41, Umberto Bellocco di Rosarno e Rocco Aquino di Marina di Gioiosa Ionica». [Continua in basso]

Umberto Bellocco ed i Bonavota

Pasquale Bonavota

Il nome di Umberto Bellocco nella propria “copiata” mafiosa porterebbe, infine, secondo il defunto collaboratore Gerardo D’Urzo – anche Pasquale Bonavota, ritenuto al vertice dell’omonimo clan di Sant’Onofrio.   
A completare il quadro, ancora il racconto del collaboratore Vincenzo Albanese: «E’ stato mio suocero Rocco Bellocco a raccontarmi il ruolo criminale avuto da Vincenzo Bonavota nel Vibonese aggiungendo che è stato colui che ha iniziato la faida che ha portato in seguito alla Strage dell’Epifania. Mio zio Umberto Bellocco – al quale tutti i Bonavota erano letteralmente “devoti” – ha concesso una importante dote di ‘ndrangheta a Vincenzo Bonavota. Sempre mio suocero – ha aggiunto Vincenzo Albaese – mi presentò gli esponenti della cosca Bonavota e mi disse anche che a Maierato, Sant’Onofiio e Pizzo erano la cosca di ‘ndrangheta di riferimento. Sempre mio suocero mi disse che i Bonavota erano riconosciuti al Crimine di “Polsi” e quindi potevano essere in grado di aprire nuovi locali di ‘ndrangheta. Si tratta di una cosca potentissima che si occupava anche di curare la latitanza di esponenti di vertice della ‘ndrangheta della Piana».

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