‘Ndrangheta: negata la detenzione domiciliare a Pasquale Pititto

Respinta dalla Cassazione la richiesta di differimento pena. Dal 1992 è sulla sedia a rotelle e sta scontando l’ergastolo. E’ coinvolto anche nell’inchiesta “Stammer” sul narcotraffico
Respinta dalla Cassazione la richiesta di differimento pena. Dal 1992 è sulla sedia a rotelle e sta scontando l’ergastolo. E’ coinvolto anche nell’inchiesta “Stammer” sul narcotraffico
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Il detenuto Pasquale Pititto

E’ stata respinta dalla prima sezione penale della Cassazione la nuova istanza proposta da Pasquale Pititto, 51 anni, di San Giovanni di Mileto,  avente ad oggetto il differimento della pena per motivi di salute. Pasquale Pititto – ritenuto al vertice dell’omonimo clan – sta scontando la pena dell’ergastolo per concorso in omicidio aggravato, detenzione illegale di armi e ricettazione aggravata dalle finalità mafiose. Il Tribunale di Sorveglianza di Bologna il 19 ottobre dello scorso anno ha ritenuto assenti i presupposti al fine del differimento obbligatorio della pena e ha spiegato che, quanto al differimento facoltativo della pena, la “rilevante pericolosità sociale” che contrassegna la posizione del detenuto ne preclude la concessione. [Continua dopo la pubblicità]

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Pasquale Pititto nel ricorso aveva sostenuto che il Tribunale di Sorveglianza avrebbe dovuto verificare se concedere il differimento della pena o la detenzione domiciliare umanitaria “per rispettare, in ragione delle condizioni di salute, i principi costituzionali e convenzionali del senso di umanità della pena e del diritto alla salute del detenuto”. La Suprema Corte ha però ritenuto il ricorso inammissibile per manifesta infondatezza, avendo rimesso alla Cassazione “una nuova e diversa valutazione in fatto anche sulla condizione clinica di Pititto”.

Per la Cassazione, le cure mediche necessarie per Pasquale Pititto possono in concreto essere assicurate anche durante la detenzione in carcere ed attualmente il detenuto è alloggiato in una stanza priva di barriere architettoniche e fruisce di un monitoraggio clinico e di un trattamento terapeutico. Sono inoltre assicurate cure riabilitative con interventi fisiatrici anche attraverso trasferimenti temporanei.

Pititto Pasquale, detenuto in espiazione dell’ergastolo, aveva fruito, anche del regime della detenzione domiciliare dal 2001 per le sue condizioni di salute,legate al ferimento da arma da fuoco subito nel 1992. Arrestato nuovamente il 16 febbraio 2017 per narcotraffico internazionale di cocaina nell’ambito dell’operazione “Stammer” della Dda di Catanzaro,  il Tribunale di sorveglianza di Catanzaro con provvedimento del 3 marzo 2017 ha revocato la misura della detenzione domiciliare (rispedendolo in carcere) in quanto avrebbe compiuto le condotte contestate in Stammer, con un ruolo apicale, proprio dagli arresti domiciliari. Anche la Direzione nazionale antimafia ha ribadito il ruolo di vertice di Pititto all’interno del clan Pititto-Prostamo-Tavella di Mileto, “con l’attuale comprovata capacità di mantenere rapporti criminali ad alto livello, esprimendo parere negativo alla concessione della misura”.

Pasquale Pititto è stato condannato all’ergastolo quale autore materiale (insieme a Nazzareno Prostamo) dell’omicidio di Pietro Cosimo, consumato nel 1991 a Catanzaro su mandato del boss del clan dei Gaglianesi di Catanzaro Girolamo Costanzo che all’epoca pagò cinque milioni di lire ai due killer di Mileto. Sulla sedia a rotelle, invece, Pasquale Pititto si trova dal 1992 a seguito di una sparatoria nella quale è rimasto ferito a seguito di un attentato posto in essere dal clan rivale dei Galati di San Giovanni di Mileto. 

Pasquale Pititto ha infine rimediato una condanna a 25 anni di reclusione (pena definitiva) nel processo nato dalla storica operazione “Tirreno” scattata nel 1993 ad opera dell’allora pm della Dda di Reggio Calabria, Roberto Pennisi. Pasquale Pititto, unitamente al cognato Michele Iannello (collaboratore di giustizia e condannato per l’omicidio di Nicolas Green) è stato ritenuto l’esecutore materiale dell’omicidio di Vincenzo Chindamo e del tentato omicidio di Antonio Chindamo, fatti di sangue commessi a Laureana di Borrello l’11 maggio 1991 su mandato del boss Giuseppe Mancuso di Limbadi.