Ferruccio Bevilacqua, il faccendiere “romano” con i piedi ben piantati a Limbadi

Dall’inchiesta "Hydra" emerge nettamente il profilo di un “dominus” che trasferisce a Roma la sua attività di usuraio ed espande i suoi affari dalla Svizzera agli Stati Uniti.

Dall’inchiesta "Hydra" emerge nettamente il profilo di un “dominus” che trasferisce a Roma la sua attività di usuraio ed espande i suoi affari dalla Svizzera agli Stati Uniti.

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Un procedimento che trae origine dagli esiti dell’attività investigativa a carico di Vincenzo Maruccio, già assessore e consigliere regionale del Lazio (in quota Idv) indagato per peculato, nel corso della quale emergono i rapporti economici sospetti tra l’ex politico originario di Maierato e Ferruccio Bevilacqua, 67 anni, considerato un “colletto bianco” sistematicamente dedito all’usura e alle estorsioni nonché vicino alla cosca Mancuso di Limbadi. Rapporti, quelli tra il fratello dell’ex senatore vibonese Franco Bevilacqua (non coinvolto nell’inchiesta) e Maruccio, per effetto dei quali è stato accertato un significativo transito di liquidità dai conti correnti riconducibili allo stesso Maruccio a quelli riferibili a Bevilacqua, e viceversa. Somme di denaro che sarebbero state utilizzate per scopi usurai, arrivando a fruttare interessi fino al 600 per cento.

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Questi e altri significativi elementi sono messi in luce nell’inchiesta “Hydra”, condotta dalla Guardia di finanza di Roma, Nucleo speciale Polizia valutaria Gruppo investigazioni antiriciclaggio e Nucleo polizia tributaria, su disposizione della Dda romana guidata da Michele Prestipino, che ha portato questa mattina all’arresto di sei persone su un totale di diciassette indagati e al sequestro di beni per un valore di oltre 5 milioni di euro. Dal quadro indiziario emerge con forza proprio la figura di Ferruccio Bevilacqua, che «oltre a movimentare ingenti somme di origine incerta, ad acquistare e di fatto amministrare a mezzo di prestanome società commerciali operanti nel settore della ristorazione e dei preziosi, perseverava nell’attività dell’usura come già faceva nel territorio d’origine», ovvero a Vibo Valentia. In altri termini è emerso che «Bevilacqua gestisce, mediante prestanome, un patrimonio di origine incerta che viene alimentato, tra l’altro, anche mediante proventi di una persistente attività di usura sviluppata nella Capitale, dove si era stabilito fin dal 2009» per effetto della misura dell’obbligo di dimora, quando già in Calabria era ripetutamente emerso, fin dai primi anni ‘70, il suo inserimento in tessuti criminali di rilievo. Indicativa, per gli inquirenti romani, è la frequenza di elementi investigativi, tra cui dichiarazioni di numerosi collaboratori di giustizia, che lo descrivono quale «soggetto estremamente vicino alla cosca dei Mancuso di Limbadi, “ramo” Lo Bianco». Dalle stesse dichiarazioni, Ferruccio Bevilacqua emerge come un «colletto bianco, usuraio, riciclatore, vicino alla cosca Mancuso o addirittura ad essa affiliato» e che faceva “gruppo”, in particolare, con Saverio Razionale e Antonio Ventura detto “u tappu”.

Del resto anche nella Capitale, per la gestione dei suoi affari, Bevilacqua si avvale di collaboratori provenienti dal suo entourage calabrese, accostati in indagini e provvedimenti ad ambienti della cosca di Limbadi. Non rinuncia, in particolare, al legame con Razionale e Ventura, tanto che si riportano i dettagli di un incontro con Razionale, avvenuto a Roma nel 2013, quando l’esponente della cosca Fiarè era latitante per sfuggire ad una condanna definitiva emessa della Corte d’appello di Catanzaro. Incontro avvenuto in un locale di piazza Bologna riconducibile alla disponibilità di Bevilacqua. E, ancora, si menziona un secondo incontro con il figlio di Ventura, sempre nel 2013, avvenuto nel bar della stazione di Vibo-Pizzo. Nell’inchiesta viene ricostruito anche il ruolo dei due figli di Ferruccio, Renato e Alessandro, 44 e 41 anni, entrambi finiti agli arresti questa mattina, titolari, insieme ad altri prestanome, di quote di società riconducibili al padre. Almeno fino al 2013, quando anche i figli optano per una progressiva fuoriuscita dalle società del comparto ristorazione, anche per effetto del polverone alzatosi intorno all’arresto di Vincenzo Maruccio che puntò i riflettori su “La casina favolosa”, il bar di piazza Bologna gestito da una delle società controllate dalla famiglia nonchè teatro dell’incontro tra Ferruccio e “don Saverio” Razionale.

Sui beni esteri, invece, l’esigenza di “schermarli” si ritiene meno pressante, tanto che sono direttamente riconducibili nella disponibilità di Ferruccio, tramite il figlio Renato e altro prestanome, tre appartamenti a Miami per un valore complessivo di oltre 5 milioni di euro. Ancora altre società in Svizzera, Romania e San Marino sarebbero riconducibili a Renato e Ferruccio Bevilacqua, tramite prestanome, anche se non ci sono elementi per assumere che tali attività siano effettivamente gestite per conto del “dominus” finito oggi in manette.