Gangitano ucciso perché gay: la condanna a morte del clan Lo Bianco

Un delitto risalente al 2002 emerge dalle pagine dell’operazione Rinascita grazie al racconto puntuale di Andrea Mantella. La cosca «doveva rispondere a San Luca e non poteva tollerare di avere un omosessuale»
Un delitto risalente al 2002 emerge dalle pagine dell’operazione Rinascita grazie al racconto puntuale di Andrea Mantella. La cosca «doveva rispondere a San Luca e non poteva tollerare di avere un omosessuale»
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Carmelo Lo Bianco morto nel 2014

Mafioso e omosessuale. Un ossimoro per le vecchie regole della ‘ndrangheta. Una “macchia” che il clan Lo Bianco di Vibo Valentia ha lavato col sangue. C’è anche un delitto fino ad ora irrisolto nella storia mafiosa della città, nelle oltre 1200 pagine di ordinanza dell’operazione Rinascita-Scott. È quello di Filippo Gangitano, detto “Il picciotto”, scomparso nel 2002. Oggi si sa perché. A raccontare ogni dettaglio, dal movente alle fasi prodromiche, dalle modalità agli altri compartecipi, è Andrea Mantella, oggi pentito, all’epoca “astro nascente” del crimine vibonese.

A stabilire l’eliminazione fisica di Gangitano sarebbero stati Carmelo Lo Bianco alias “Piccinni”, capo storico della “famiglia”, ed Enzo Barba, alias “Il musichiere”, altro pezzo da novanta. «Questo omicidio – racconta Mantella – è stato commesso quando io ero semilibero e lui era andato a convivere con un ragazzo a casa dei propri genitori, per questo si è saputo che era gay. Francesco Scrugli (ucciso nel 2012, ndr) era stato contattato da Carmelo Lo Bianco il capo, il quale gli disse che un nostro “saggio compagno” era gay e che questa cosa nella ‘ndrangheta non poteva essere tollerata; Scrugli gli disse che sarebbe venuto da me che ero anche suo cugino e mi disse questa cosa». È a quel punto che Barba e Lo Bianco danno appuntamento, tramite Scrugli, ad Andrea Mantella. Il giorno seguente si incontrano nel retrobottega di un negozio: «Mi dissero che effettivamente mio cugino era gay; dissero che Vibo era piena e lo sapevano tutti. Io a quel punto cercai di risolvere la situazione facendolo cacciare, ma tutti e due mi dissero che queste cose “non devono esistere”, che “noi dobbiamo dare conto a San Luca” e non ci potevamo permettere di avere o di aver avuto un gay nella cosca. Tutti e due sostenevano la stessa cosa, anche se ad insistere di più era Lo Bianco». Gli fecero capire chiaramente che Gangitano «doveva essere ammazzato». Secondo «le regole della malandrineria», a farlo doveva essere proprio Mantella perché cugino. Ma lo stesso non ne era affatto convinto, ed avrebbe cercato di intercedere anche presso Paolino Lo Bianco, figlio di don Carmelo. La situazione andava definita presto perché «entro la fine del mese si sarebbe riunita la società maggiore». Ma l’intercessione non ha effetti positivi: «L’esito fu negativo perché il padre gli disse che doveva essere ammazzato e non c’era niente da fare. A quel punto – aggiunge Mantella – ho cercato una soluzione con Filippo Catania, gli chiesi di aiutarmi a farlo diventare “uomo di merda”, togliendogli la carica di camorrista, ma anche con lui non ci fu nulla da fare; il terzo ed ultimo tentativo lo feci presso lo stesso negozio, sempre con Enzo Barba “Il musichiere” e Carmelo Lo Bianco». Ma la sentenza è irrevocabile.

«Io ne parlai con Scrugli, e a malincuore gli dissi che lo dovevamo ammazzare; ho dovuto anche tradire mio fratello Nazzareno». Gangitano, infatti, sapeva delle voci che circolavano a Vibo e temeva che gli potesse capitare qualcosa. Era sospettoso con tutti. Anche con l’amico Andrea, con cui avrebbe compiuto tre omicidi («quelli di Tavella, Callipo e Neri»). Dapprima cercano di attirarlo in una trappola con la scusa che avrebbe dovuto insegnare a Scrugli come si taglia la cocaina; non sortendo esito, Mantella si rivolge al fratello Nazzareno, che alla fine si convince a portarlo alla masseria del padre «pensando davvero che si sarebbe trattato solo di un chiarimento». È in quel momento che per Gangitano si scrive la parola fine: «Mio fratello lo lasciò nel piazzale della masseria e li lo sparò Scrugli, sul posto c’era anche l’altro mio fratello Domenico che, quasi piangendo, su incarico di Scrugli, sebbene ignari dell’omicidio, gli diedero una mano a sotterrare Gangitano, dopo averlo messo nei sacchi del mangime; nel posto dove lo hanno seppellito ora hanno fatto una strada. Il fatto è avvenuto di sabato perché la domenica dovevamo fare il pranzo; da allora i miei fratelli non mi parlano più».

Quello di Filippo Gangitano è stato l’ultimo omicidio commesso da Mantella per la cosca Lo Bianco. «Enzo Barba e Carmelo Lo Bianco erano contenti, perché non potevamo avere un gay nella cosca». Per questo delitto risultano indagati a piede libero Vincenzo Barba, Filippo Catania e Paolino Lo Bianco: secondo il giudice «le dichiarazioni riportate, dettagliate, precise, logiche, rese da un collaboratore sul quale più volte – e anche in diversi processi – è stato espresso un giudizio di credibilità soggettiva», non sono sufficienti a raggiungere la soglia della gravità indiziaria mancando «riscontri esterni individualizzanti alle pur puntuali dichiarazioni del pentito».

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