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La Suprema Corte spiega il perché delle assoluzioni di Altamura, Taverniti e Gallace. Il parrucchiere di Acquaro scomparso nel 1993 nel pieno scontro fra i clan delle Preserre. Il collaboratore Francesco Loielo ritenuto inattendibile

Cronaca

Depositate dalla prima sezione penale della Corte di Cassazione, presieduta dal giudice Massimo Vecchio, le motivazioni della sentenza con la quale il 24 novembre scorso è stato dichiarato inammissibile il ricorso della Procura generale di Catanzaro avverso le assoluzioni nei confronti dei tre imputati accusati dell’omicidio e della soppressione del cadavere del parrucchiere di Acquaro Placido Scaramozzino, ucciso il 28 settembre 1993 ed il cui corpo non è mai stato ritrovato. Le assoluzioni della Corte d’Assise d’Appello di Catanzaro portano la data del 13 novembre 2014.

Escono quindi definitivamente di scena per “non aver commesso il fatto” Antonio Altamura, 71 anni (il primo in foto) ritenuto a capo del “locale di ‘ndrangheta” di Ariola, nelle Serre vibonesi, Vincenzo Taverniti, 57 anni, alias “Cenzo d’Ariola”, (il secondo in foto) originario di Ariola ma residente a Stilo, in provincia di Reggio Calabria, Antonio Gallace, 51 anni, di Arena (in foto in basso), che aveva incassato l’assoluzione pure in primo grado. In primo grado il 16 aprile 2016, invece, Altamura e Taverniti erano stati condannati dalla Corte d’Assise di Catanzaro a 28 anni di reclusione a testa. L’omicidio – aggravato dalla crudeltà - del parrucchiere di Acquaro resta quindi allo stato del tutto impunito.

L’Appello a Catanzaro. Per Altamura e Taverniti, il sostituto procuratore generale di Catanzaro, Salvatore Curcio, in appello aveva chiesto la pena dell’ergastolo, mentre 24 anni erano stati chiesti, sempre in appello, per Gallace. Secondo l’accusa, costruita dalla Squadra Mobile di Catanzaro all’epoca diretta da Rodolfo Ruperti e dalla Dda allora diretta dal procuratore Giuseppe Borrelli, il parrucchiere Placido Scaramozzino avrebbe pagato con la vita una presunta vicinanza al clan Maiolo di Acquaro, consorteria criminale rivale della ‘ndrina di Ariola. Per il fatto di sangue venivano chiamati in causa anche Vincenzo Loielo (nel frattempo ucciso nel 2002 nella strage di Ariola insieme al fratello Giuseppe), il cugino Francesco Loielo (collaboratore di giustizia nei cui confronti si è proceduto separatamente) e l’allora minorenne Enzo Taverniti, pure lui passato fra i collaboratori di giustizia ed accusato di aver fatto da “esca” facendosi trovare sulla strada che Scaramozzino doveva percorrere, chiedendogli un passaggio.

Quando Scaramozzino si era fermato, era stato quindi estratto violentemente dall'auto dai Loielo, colpito alla testa con la pistola da Francesco Loielo, legato ai polsi e trasportato ad Ariola, dove era stato interrogato su alcuni fatti di interesse per Altamura, Vincenzo Taverniti e Gallace, ed in seguito ucciso e seppellito.

La ricostruzione del delitto era stata possibile grazie ai collaboratori di giustizia Enzo Taverniti e Francesco Loielo, entrambi di Gerocarne. La vittima sarebbe stata ferita a colpi di zappa in testa ed in altre parti del corpo e poi seppellita ancora viva in un terreno di Ariola. L’impianto accusatorio (che rappresentava un troncone investigativo dell’inchiesta “Luce nei boschi”) non ha però retto in appello e neanche in Cassazione.

Le motivazioni della Suprema Corte. Per la Cassazione il ricorso è da ritenersi “inammissibile” poiché “con lo stesso il procuratore generale sostanzialmente si limita a prospettare soluzioni diverse da quella cui è pervenuto il giudice di appello, la cui decisione, peraltro, non appare in alcun modo affetta da vizi di legittimità ed è improntata, invece – sottolinea la Suprema Corte - ad una corretta ed integrale valutazione dei dati acquisiti e sottoposti al suo esame”.

Per la Cassazione, la Corte d’Assise d’Appello di Catanzaro ha proceduto ad attenta e puntuale valutazione delle dichiarazioni rese da Loielo e Taverniti, evidenziando le contraddizioni interne e le divergenze e dando conto delle ragioni che inficiavano il giudizio di credibilità soggettiva di Francesco Loielo necessitante invece di una attendibilità esente da perplessità.

Correttamente – rimarca ancora la Cassazione - la Corte di secondo grado di Catanzaro ha ricordato il comportamento poco lineare e inusuale per un collaboratore tenuto da Loielo in costanza di detenzione, per il quale è decisamente incongruo ricercare una giustificazione per le incertezze e contraddizioni sulla genesi e sulle modalità concrete dell'omicidio”.

Il collaboratore Francesco Loielo inattendibile. Colpisce per i giudici la dichiarazione resa in udienza “da Francesco Loielo durante l'esame quando inequivocamente attribuisce a Vincenzo Taverniti (“Cenzo d’Ariola”) l'azione di colpire Placido Scaramuzzino con la zappa al petto e in testa, difficilmente interpretabile nel senso voluto da primo giudice”. Per la Cassazione è altresì “inverosimile che taluno sepolto sotto un metro e mezzo di terra possa ancora emettere lamenti percepiti all'esterno”. Per i giudici della Suprema Corte “non è quindi illogica su questi, come sugli altri punti controversi, tra cui la presenza o meno fin dall'inizio di Altamura, la conclusione del giudice di secondo grado per il quale il coacervo collaborativo è "tutt'altro che preciso e coerente in ordine agli elementi essenziali del thema probandum". Né nel ricorso sono evidenziati – sostiene ancora la Cassazione - elementi che valgano a svalutare i canoni logici utilizzati dalla Corte d’Assise di Appello per formulare il giudizio di inattendibilità di Loielo”. Quando quindi la sentenza ritiene che le dichiarazioni di Francesco Loielo sono “prive di riscontro, e non sufficienti a ricostruire la dinamica dell'omicidio nè qualificanti per individuare il ruolo di Altamura e Taverniti” le stesse appaiono “immuni da tutte le censure dedotte”.

Quanto infine ad Antonio Gallace, per la Cassazione “a fronte di una doppia sentenza assolutoria conforme, il ricorso del procuratore generale è da ritenersi inammissibile per totale carenza argomentativa in relazione a un punto essenziale della decisione d'appello perchè, limitandosi a svolgere considerazioni di carattere generale sulla chiamata di correo, omette il doveroso confronto con le decisioni di merito che, proprio in base alle univoche dichiarazioni dei collaboratori, hanno riconosciuto che costui non era presente né alla fase deliberatoria né a quella esecutoria dell'omicidio”.

Antonio Altamura era difeso dagli avvocati Giovanni Marafioti e Salvatore Staiano; Vincenzo Taverniti dall’avvocato Francesco Lojacono e nei giudizi di merito anche dagli avvocati Cicino e Staiano; Antonio Gallace dall’avvocato Staiano. 

Lacnews24.it
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