“Rinascita”: l’evoluzione mafiosa a Vibo, dai Pardea sino ai Lo Bianco

Gli omicidi, la sparizione di Cecchino Pugliese, le vendette e le divisioni fra i clan nel racconto del collaboratore di giustizia Bartolomeo Arena
Gli omicidi, la sparizione di Cecchino Pugliese, le vendette e le divisioni fra i clan nel racconto del collaboratore di giustizia Bartolomeo Arena
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Permette di ricostruire l’evoluzione della ‘ndrangheta sulla città di Vibo Valentia sin dagli anni ’70, l’operazione “Rinascita-Scott” della Dda di Catanzaro e dei carabinieri. E sono diversi gli aspetti inediti rispetto a quanto sinora noto attraverso altri procedimenti penali come quelli nati dalle operazioni “Nuova Alba” del febbraio 2007 e “Rima” del 2005. Un contributo importante e significativo viene offerto dalle dichiarazioni del nuovo collaboratore di giustizia vibonese, Bartolomeo Arena, che si dimostra profondo conoscitore di diverse dinamiche criminali che per gli inquirenti derivano dalla sua appartenenza ad una famiglia storica della ‘ndrangheta” sia da parte del padre, Antonio Arena – ucciso secondo il collaboratore – dai Mancuso di Limbadi con la complicità dei Fiarè di San Gregorio d’Ippona, sia da parte del nonno materno Vincenzo Pugliese Carchedi.

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Il defunto boss di Gioia Tauro Peppino Piromalli

Quando c’erano i miei familiari – rivela Bartolomeo Arena – Vibo Valentia era sotto il controllo dei Ranisi, ovvero i Pardea, ed in particolare Rosario Pardea, che comandavano almeno sino agli anni ’70-80 e c’era un unico “Buon ordine”. Poi si sono divisi poiché durante una riunione Domenico Pardea, detto Mico Ranisi, non si presentò e siccome era la terza volta che non si presentava, Ciccio Fortuna, inteso Pomodoro, in quel momento si alzò e fece “corpo rivale”, ovvero disse che da quel momento era lui a comandare. In quel momento c’era un buon ordine su Vibo Valentia, c’erano buoni rapporti sia con i crotonesi che con Peppino Piromalli, con i Mammoliti e con i De Stefano. C’era una società di buon ordine ma non era riconosciuta a Polsi. Di fianco a Rosario Pardea c’erano i Pugliese, i Lo Bianco, i Franzè, i Catania. I Pardea – racconta Bartolomeo Arena – si interfacciavano con tutte le cosche della Calabria, anche con i Vrenna di Crotone con cui c’erano rapporti strettissimi. Questi racconti li ho appresi da mio nonno, che è tuttora in vita”.

Carmelo Lo Bianco

Il clan Lo Bianco. Quando ci fu la separazione, a seguito della iniziativa di Ciccio “Pomodoro” Fortuna, i Lo Bianco ed i Barba – svela Bartolomeo Arena – andarono con Ciccio Pomodoro ed anche i D’Andrea e la mia famiglia andarono con Ciccio Pomodoro, anche se mio nonno a quel tempo era in stretti rapporti con i Mancuso, con Peppe e Diego, che aveva conosciuto e cresciuto in carcere. Mio nonno in quella divisione si era staccato dai Pardea, e con il permesso di Nino Mammoliti aveva creato un locale a Vibo Marina – Portosalvo e Bivona nominando Nicola Tripodi quale capo-società”. Secondo Bartolomeo Arena, quindi, il boss Nino Mammoliti di Castellace di Oppido Mamertina avrebbe avuto un ruolo nella creazione del locale di ‘ndrangheta facente capo nelle Marinate di Vibo a Nicola Tripodi di Portosalvo.

Rosario Pugliese

L’omicidio di Cecchino Pugliese. “Successivamente – riprende Bartolomeo Arena – uno dei Cassarola ha umiliato Rosario Pardea, dicendogli pubblicamente che gli avrebbe sparato. Così si verificò, per ritorsione, l’omicidio del fratello di Rosario Pugliese, un ragazzo che è stato portato a Cosenza, e gli è stata tagliata la testa. Tale Tambuscio e Rosario Pardea ne furono gli autori”. Il riferimento è all’omicidio di Francesco Pugliese, scomparso per lupara bianca a soli 14 anni nel 1983, fratello di Rosario Pugliese, alias “Cassarola”, attualmente irreperibile per l’operazione “Rinascita-Scott”. Sulla scomparsa di Cecchino Pugliese ha reso dichiarazioni anche il collaboratore di giustizia Andrea Mantella che ha indicato quale esecutore materiale Nicola Tambuscio e quali mandanti i fratelli Pardea, Raffaele e Michelino che è morto, unitamente a Mimmo Camillò che sarebbe il figliastro di Pardea Rosario”. Un fatto di sangue riportato nelle carte dell’operazione “Rinascita-Scott” ma al momento non contestato alle persone indicate dai collaboratori.

La divisione a Vibo. La vera divisione a Vibo nasce dall’omicidio di questo ragazzo – ha dichiarato Bartolomeo Arena – perché poi c’è stato il fatto dell’Hotel 501 dove si andavano a divertire alcuni soggetti tra i quali tale Antonio o Mimmo Servello, fratello di Angiolino, che è poi diventato collaboratore di giustizia. Questo soggetto, a seguito di alcune banali provocazioni, si allontanò e prese una pistola a casa sua a Ionadi, poi tornò e iniziò a sparare causando la morte di Fortuna Enzino, detto “Il Caco”, e ferendo altre persone, tra cui Nuccio Franzè e Vincenzo Di Renzo, soggetto importante nella ‘ndrangheta di allora. Mio padre – continua ancora il collaboratore – e Ciccio Pomodoro si attivarono per cercare questo Antonio o Mimmo Servello che si rese irreperibile e si recò dalle parti di Maropati, dove però c’erano amici di mio padre, che lo avvisarono che si trovava là. Per questo partirono mio padre e Ciccio Pomodoro che sono andati a prenderlo e lo hanno ucciso. Servello, fratello del collaboratore, era stato nominato responsabile di Ionadi, anche se giovane, da parte di Giuseppe Mancuso, detto ‘Mbrogghja”, che andò su tutte le furie per questo omicidio e voleva fargliela pagare a mio padre”.

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