Processo “Purgatorio”: il passaporto di Salvatore Mancuso e la Questura di Vibo

Il Tribunale rigetta le integrazioni probatorie chieste dal pm ritenendole “generiche ed eccessivamente ampie”. No ad un nuovo esame dei pentiti Mantella, Moscato e Giampà

Il Tribunale rigetta le integrazioni probatorie chieste dal pm ritenendole “generiche ed eccessivamente ampie”. No ad un nuovo esame dei pentiti Mantella, Moscato e Giampà

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Nuova udienza stamane dinanzi al Tribunale collegiale di Vibo Valentia per il processo nato dall’operazione “Purgatorio”  che vede imputati gli ex vertici della Squadra Mobile, Maurizio Lento ed Emanuele Rodonò e l’avvocato Galati.

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Due i testi ascoltati oggi in aula: l’avvocato Giovanni Marafioti e Salvatore Mancuso.

In apertura di udienza, il Tribunale ha rigettato alcune richieste avanzate dal pubblico ministero della Dda di Catanzaro, Annamaria Frustaci, relative all’integrazione probatoria a seguito di un’attività integrativa di indagine.

Le ragioni del rigetto. Con propria ordinanza, il Collegio presieduto dal giudice Alberto Filardo, a latere i giudici Raffaella Sorrentino e Graziamaria Monaco, ha ritenuto la richiesta del pm “alquanto generica ed eccessivamente ampia, considerando che la stessa – hanno sottolineato i giudici – attiene anche all’acquisizione delle risultanze probatorie relative ai maxiprocessi denominati Black money, Romanzo criminale, operazione Gringia e Costa pulita”.

Tale esigenza, ad avviso del Tribunale, contrasta con “le esigenze di speditezza e ragionevole durata del processo, considerato lo stato in cui verte il giudizio, in fase di istruttoria quasi conclusa”. Per i giudici, inoltre, la richiesta “concerne elementi già a disposizione del pm al momento dell’instaurazione del processo” Purgatorio, cronologicamente “successivo all’avvio del processo Black money”. 

La deposizione dell’avvocato Marafioti. A salire per primo sul banco dei testimoni è stato oggi l’avvocato Giovanni Marafiori. “Conosco l’avvocato Antonio Galati da anni, essendo un collega del foro di Vibo. Ricordo di aver ricevuto una telefonata dall’avvocato Galati mentre mi trovavo allo studio – ha spiegato il teste Marafioti – nel corso della quale mi chiedeva se io difendessi Salvatore Mancuso. Io risposi che di Salvatore Mancuso ce ne stavano due ed Antonio Galati mi rispose che si riferiva a quello zoppo. L’avvocato Galati – ha continuato il teste – mi informò di aver appreso, trovandosi in Questura a Vibo, che Salvatore Mancuso aveva dichiarato nella domanda per ottenere il passaporto di non avere precedenti penali. Io – ha riferito Marafioti – ho chiosato su questo comportamento del mio assistito Salvatore Mancuso perché lo stesso aveva invece quattro pagine di precedenti penali, anche se non condanne per reati di mafia o associazione mafiosa”.

Il passaporto di Salvatore Mancuso. Rispondendo poi alle domande del pm Annamaria Frustaci, l’avvocato Marafioti ha spiegato di non aver avuto uno specifico mandato dal suo cliente per interessarsi del rilascio del passaporto, ma di essersi invece interessato cinque anni prima del divieto di espatrio a cui venne sottoposto Salvatore Mancuso. “Non sapevo che Giuseppe Mancuso – ha ricordato il teste – fosse fratello di Salvatore, credevo fosse lo zio. Per quanto riguarda il passaporto chiesi all’avvocato Galati nel corso della telefonata se il mio cliente Salvatore Mancuso avesse sbarrato la casella prestampata sull’assenza di carichi pendenti nella domanda del passaporto o se avesse invece sottoscritto un’apposita dichiarazione. L’avvocato Galati mi disse che così facendo Salvatore Mancuso era comunque incorso nel reato di falso ma che se avesse rinunciato alla domanda di passaporto, forse avrebbero archiviato la cosa”.

Nel corso della deposizione, il teste Marafioti ha poi aggiunto che il suo cliente Salvatore Mancuso non lo informò di aver depositato una rinuncia al rilascio del passaporto. Inoltre come legale, appreso che Mancuso aveva dichiarato – contrariamente al vero – di non avere precedenti penali, si preoccupò di dire alla moglie del suo assistito di non lamentarsi più per la mancata risoluzione dei problemi legali del marito in quanto lo stesso, come nel caso del passaporto, “si metteva nei guai da solo”.

Precisa poi la domanda del pm Frustaci all’avvocato Marafioti: “Lei però nella telefonata intercettata ha ringraziato l’avvocato Galati per averla informata del pericolo che correva Salvatore Mancuso a seguito della falsa dichiarazione sulla domanda per il passaporto, ed ha ringraziato quasi come se l’avvocato Galati le avesse fatto una grande cortesia, tanto è vero – ha aggiunto il pm – che l’ha ringraziato dicendo “grazie di cuore bello mio, un abbraccio”.

Sul punto il teste Marafioti ha risposto al pm che il quel momento il ringraziamento era rivolto più alla persona dell’avvocato Galati che non alla notizia in sé (la falsa dichiarazione di Mancuso nella domanda per il rilascio del passaporto) che il collega gli aveva appena riferito.

La deposizione di Salvatore Mancuso. Sul banco dei testimoni è poi salito Salvatore Mancuso, 45 anni, fratello di Giuseppe, Diego, Pantaleone (l’Ingegnere), Francesco (Tabacco) Mancuso. Ma fratello anche di Antonio Mancuso (cl. 52, deceduto), da non confondere con lo zio Antonio Mancuso (cl. ’38), quest’ultimo fratello del defunto Domenico Mancuso (cl. ’27), padre di Salvatore, Giuseppe, Diego, Pantaleone e Francesco. Assolto dall’accusa di associazione mafiosa nei processi “Dinasty” e “Genesi” (in quest’ultimo caso con assoluzione non appellata dalla Dda di Catanzaro), condannato per altri reati in diversi procedimenti e sorvegliato speciale per quattro anni, Salvatore Mancuso (in foto) ha riferito in aula di aver presentato domanda per ottenere il passaporto credendo di poterlo ottenere. “In Questura a Vibo – ha ricordato Mancuso – mi hanno però detto che non lo potevo avere in quanto avevo dei precedenti penali e lì la mia domanda l’hanno strappata. L’avvocato Marafioti è come un fratello per me e ricordo che in Questura si occuparono della questione del mio passaporto un signore ed una signora molto gentili”. “Estremamente gentili….”, ha ribattuto il pubblico ministero, il quale ha sollecitato il Tribunale ad inviare il verbale di udienza alla Procura per le valutazioni di competenza dopo la deposizione di Mancuso. Su un’ultima domanda del pm, Salvatore Mancuso ha infine risposto: “Non conosco l’avvocato Galati e non conosco nessun dottore Lento e nessun dottore Rodonò. Di dottore conosco soltanto il mio che sta a Limbadi”.

No a risentire i collaboratori. Prima del rinvio dell’udienza, il Tribunale ha quindi rigettato l’ulteriore richiesta del pm Annamaria Frustaci di riascoltare in aula i collaboratori di giustizia Andrea Mantella, Raffaele Moscato e Giuseppe Giampà. I giuidici – concordando sul punto con le argomentazioni della difesa (avvocati Armando Veneto per Rodonò, Maurizio Nucci per Lento e Guido Contestabile per Galati) – hanno respinto la richiesta sottolineando che si tratterebbe di una “palese elusione dei principi di ragionevole durata del processo, non essendoci invece carenze istruttorie da colmare”. Nel motivare l’opposizione alla richiesta del pubblico ministero, l’avvocato Armando Veneto aveva sottolineato nel corso del suo intervento che il dibattimento non può essere utilizzato per investigare ma solo per tastare la dimensione della prova. Gli avvocati Maurizio Nucci e Guido Contestabile, dal canto loro, avevano invece ricordato che i verbali sui quali si chiedeva la deposizione del collaboratore Mantella erano antecedenti di sei mesi rispetto all’esame in aula dello stesso pentito che nel processo “Purgatorio” ha già deposto.

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