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I giudici del Tribunale di Vibo in 320 pagine spiegano il percorso logico-giuridico del verdetto emesso il 12 marzo scorso che riconosce l’organizzazione mafiosa di Stefanaconi

Cronaca

Sono state depositate dal Tribunale collegiale di Vibo Valentia, presieduto da Lucia Monaco e con a latere i giudici Giovanna Taricco e Pia Sordetti, le motivazioni della sentenza con la quale il 12 marzo scorso è stato chiuso in primo grado il processo al clan Patania di Stefanaconi nato dall’operazione antimafia denominata “Romanzo criminale”scattata nel marzo 2014 con il coordinamento della Dda di Catanzaro.

La camera di consiglio era durata quasi sei ore. Gli anni di pena complessivi inflitti sono 116.  Al vaglio dei giudici ha retto il reato di associazione mafiosa per il clan Patania che, per la prima volta, viene riconosciuto da un Tribunale come gruppo di stampo mafioso operante su Stefanaconi.  A rappresentare la pubblica accusa è stato il pm della Dda di Catanzaro, Andrea Mancuso.

Il reato associativo e la mafia a Stefanaconi. Il procedimento nasce dagli esiti di una complessa ed articolata attività di indagine condotta dai militari del Roninv dei carabinieri del Comando provinciale di Vibo Valentia che ha preso le mosse da molteplici fatti omicidiari consumati tra settembre 2011 e luglio 2012 nella provincia di Vibo Valentia, in relazione ai quali sono stati celebrati distinti processi a Catanzaro nell’ambito dell’operazione c.d. “Gringia”. Per i giudici del Tribunale di Vibo Valentia, a Stefanaconi storicamente vi sarebbe stata un’originaria alleanza tra il gruppo Lo Preiato (definito all'epoca “cosca maggiore” e capeggiato da Lo Preiato Nicola) e il gruppo Petrolo-Bartolotta (definito “cosca minore” e capeggiato all'epoca da Petrolo Rosario e Bartolotta Nicola detto u Pirolo) con un conflitto tra quest'ultimo gruppo e la cosca dei Bonavota, sino al tragico epilogo della strage dell'Epifania del 6.1.1991, allorquando un vero e proprio commando della cosca Petrolo-Bartolotta, nel tentativo di uccidere tre affiliati alla cosca rivale dei Bonavota, cagionò la morte di due persone ed il ferimento di altre tredici. Sugli schieramenti dell’epoca, per il Tribunale sono provate le dichiarazioni dei pentiti Gerardo D’Urzo e Rosario Michienzi di Sant’Onofrio, entrambi deceduti, e condannati quali componenti del commando dei Pterolo-Bartolotta che presero parte alla strage. Entrambi hanno indicato quali organici alla stessa ‘ndrangheta di Stefanaconi (la “cosca minore” dei Bartolotta) sia Fortunato Patania (poi ucciso nel settembre del 2011 dal clan dei Piscopisani) che i suoi fratelli Giuseppe, Salvatore e Saverio (rispettivamente padre e zii degli odierni imputati).

La genesi del gruppo Patania. “Già dal 1986 – come ricordato dal collaboratore Gerardo D’Urzo - Patania Salvatore (fratello del defunto Fortunato) rivestiva la dote di "camorrista" mentre Fortunato, Saverio e Giuseppe quella di "picciotto". Detta cosca c.d. minore non va confusa, spiegano i giudici del Tribunale di Vibo, con quella che verrà in rilievo nel corso della faida 2011/2012 e riconducibile alla figura di Bartolotta Emilio Antonio vicino a Bonavota di Sant'Onofrio, ed era gerarchicamente subordinata alla c.d. maggiore, cui era preposto Lopreiato Nicola, alla quale la prima faceva riferimento per la gestione economica e la pianificazione delle azioni criminali. A loro volta, i Patania, secondo il collaboratore Rosario Michienzi, sarebbero stati vicini pure a Nicola Lopreiato, alias “Cola U Bida”, figura ritenuta storicamente al vertice della criminalità organizzata stefanaconense ed a capo della c.d. “cosca maggiore” che insieme alla “minore” componevano il “Locale” di ‘ndrangheta di Stefanaconi cui avrebbe preso parte pure la “famiglia” Franzè. Negli anni ‘80, ad avviso dei giudici del Tribunale di Vibo, Fortunato Patania avrebbe iniziato a coltivare rapporti con i fratelli Giuseppe (Cl. ’49) e Francesco Mancuso (alias “Tabacco”). Per il Tribunale sull’alleanza e l’amicizia fra i Patania ed i Mancuso di Limbadi sono concordi le dichiarazioni dei collaboratori Gerardo D’Urzo, Loredana Patania (nipote di Fortunato Patania) e Raffaele Moscato (killer dei Piscopisani che ha materialmente ucciso Fortunato Patania nel settembre 2011 nella sua Stazione di servizio nella Valle del Mesima).  

 La formazione della cosca Patania. Secondo i giudici del Tribunale di Vibo Valentia, “le fonti dichiarative relativamente al periodo più recente, prossimo e coevo alle vicende della faida (2011/2012) restituiscono l'esistenza di una vera e propria struttura associativa denominata 'cosca Patania' la quale, pur costituendo sempre articolazione del 'locale' di ‘ndrangheta Stefanaconi, ha un proprio apparato organizzativo su base familiare composto dai figli e dalla moglie di Patania Fortunato, ucciso nel settembre 2011 (in foto in alto), unanimemente indicato da tutti i collaboratori escussi quale boss di Stefanaconi. Si tratta di una famiglia dedita ad attività pastorale ed alla gestione di un'area di distribuzione di carburante denominata "Valle dei Sapori", ubicata lungo la strada che collega Stefanaconi a Vibo Valentia. Fino al settembre 2011 è Patania Fortunato – sottolineano i giudici in sentenza - ad avere un esclusivo ruolo verticistico all'interno del sodalizio, è lui che intrattiene i rapporti con i capicosca locali, ed è a lui che è riconducibile ogni decisione in merito alle attività illecite gestite dalla consorteria”.

 Il “controllo” del territorio ed i lavori di metanizzazione. Ad avviso del Tribunale, la cosca Patania è provato abbia avuto il “controllo del territorio a Stefanaconi, in tutta la valle della Mesima, fino al tratto di autostrada A3 tra Salerno-Reggio Calabria e Sant'Onofrio e fino al 2012 ha avuto pure il controllo delle varie attività economiche della zona, imponendo il pagamento di mazzette a soggetti esercenti qualsiasi tipo di attività economica, in particolare nel campo degli appalti in corso di esecuzione nell'area (lavori di metanizzazione di Stefanaconi, ed altri lavori in corso nella valle del Mesima), ha gestito altresì i prestiti ad usura, l'attività di smercio di stupefacenti, ha commesso una serie di reati finalizzati all'illecito impossessamento di terreni nonché contro la persona (intimidazioni, omicidi). Il tutto con l'assenso della più potente consorteria dei Mancuso di Limbadi, egemone nella provincia del vibonese, con la quale Patania Fortunato divideva gli illeciti proventi, sfruttando le condizioni di assoggettamento e di omertà derivanti dal vincolo associativo e dal notorio prestigio criminale rafforzato dalla stessa commissione di delitti. Sul punto – rimarcano i giudici - risultano assolutamente collimanti le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia sia intranei al sodalizio in esame (Patania Loredana e Bono Daniele) sia estranei allo stesso e appartenenti ad altre cosche (Moscato Raffaele e Mantella Andrea) ognuno dei quali ha riferito della composizione e dell'operatività dello stesso in relazione al periodo in cui è venuto a contatto con i partecipi della consorteria”.

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Alla morte di Fortunato Patania, i figli – seppure formalmente non battezzati nella ‘ndrangheta per via della faida in corso con i Piscopisani – avrebbero preso “parte attiva all’associazione mafiosa, riconosciuti nel contesto criminale locale quali responsabili di Stefanaconi e stretti alleati del boss Pantaleone Mancuso, alias Scarpuni che avrebbe finanziato con 100mila euro la la guerra di mafia contro il clan dei Piscopisani provvedendo al reperimento delle armi da fuoco”.

Impegnati nel collegio di difesa gli avvocati: Enzo Galeota, Antonio Barilaro (per Figliuzzi), Antonio Lomonaco, Francesco Capria (per Loielo e Salvatore Patania), Costantino Casuscelli, Salvatore Staiano (per Lopreiato unitamente all'avvocato Casuscelli), Gregorio Viscomi, Pasqualino Patanè (per Krastev), Tiziana Barillaro, Strazzullo, Giovanni Oliverio. ‘Ndrangheta: omicidio Matina a Stefanaconi, tre ergastoli per i Patania

   In basso da sinistra verso destra: Giuseppe Patania, Bruno Patania, Andrea Patania, Cosimo Caglioti

 

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