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La Cassazione riconosce in via definitiva l’esistenza dell’associazione mafiosa attiva a Portosalvo e Vibo Marina ma con legami in mezza Italia. Ecco la storia della cosca

Cronaca

Si sarebbe affermato come gruppo mafioso negli anni ’80 il clan Tripodi di Portosalvo, colpito nella tarda serata di venerdì dalla sentenza definitiva della Cassazione che, nel troncone del processo con rito abbreviato, ne ha sancito per la prima volta l’esistenza quale consorteria criminale di stampo ‘ndranghetistico attiva nelle Marinate di Vibo Valentia.

Aveva tuttavia solo 18 anni Nicola Tripodi quando il 24 febbraio 1966 per gelosia “uccise a coltellate il suo amico Licciardi Nicola”, venendo per questo condannato a 9 anni. Scontata la pena, Nicola Tripodi “anzichè reinserirsi nella società civile” avrebbe – secondo gli atti dell’inchiesta Lybra – “perseverato a delinquere, rinsaldando i legami con la criminalità organizzata e creando intorno alla sua persona un alone di paura”, tanto che il 7 luglio 1975 a farne le spese è stato persino Orlando Tripodi, il padre di Nicola, accoltellato dallo stesso figlio. Per tale episodio, Nicola Tripodi (in foto) è stato “deferito alla locale Procura”. Diffidato di pubblica sicurezza sin dal gennaio 1976, Nicola Tripodi è stato poi al centro di altri due episodi eclatanti: l’omicidio a colpi di lupara di un operaio nel piazzale del “Nuovo Pignone” il 28 settembre 1978 – fatto per il quale è stato comunque assolto – e l’esplosione di colpi di pistola il 18 gennaio 1980 a Vibo Marina contro un presunto rivale in amore. Negli anni ’80, quindi, lo scontro armato contro i Covato di Portosalvo, vinto dalla “famiglia” Tripodi.

I lavori pubblici in mano al clan. Anche i lavori di realizzazione della più imponente opera pubblica mai pensata per il Vibonese – cioè la “Strada del Mare” che avrebbe dovuto collegare Pizzo a Nicotera con una spesa di oltre 65 milioni di euro – sarebbero stati infiltrati dal clan Tripodi attraverso proprie imprese. In particolare, la cosca avrebbe gestito i subappalti dell’importante opera pubblica e si sarebbe infiltrata pure in gran parte degli appalti del “post alluvione” del luglio 2006 a Vibo Marina e Bivona quando un’imponente colata di acqua e fango provocò tre morti, 90 feriti e danni per milioni di euro.

Le “mani” sugli appalti di Vibo Marina. La cosca Tripodi, forte di solide alleanze con il clan Mancuso di Limbadi (e poi entrata in “guerra” con l’ala del clan di Limbadi e Nicotera guidata dal boss Pantaleone Mancuso, alias “Scarpuni”) e la cosca Gallace-Novella di Guardavalle, avrebbe inoltre gestito pure l’affare dello smaltimento dei fanghi del “dopo alluvione” a Vibo Marina, inserendosi nei lavori di rifacimento dei sottopassaggi ferroviari nella zona marina di Vibo. Nel mirino del clan, anche l’appalto della raccolta dei rifiuti solidi urbani indetto dal Comune di Vibo Valentia nel 2008. Infiltrazioni ed affari svelati dall’allora comandante della Stazione dei carabinieri di Vibo Valentia, Nazzareno Lopreiato, che per primo attraverso l’inchiesta denominata “Atlantide” (solo successivamente “trasformata” nel nome dalla Dda in “operazione Lybra”) è riuscito a far luce su tutti gli interessi del clan Tripodi e sulle insospettabili relazioni.

Il clan e la politica. Secondo la testimonianza resa in Tribunale a Vibo Valentia il 17 marzo 2014 dal capitano dei carabinieri Giovanni Migliavacca – attualmente alla guida del Ros di Catanzaro ed all’epoca al Nucleo investigativo di Vibo – il clan Tripodi avrebbe inoltre partecipato attivamente e direttamente nel 2010 alla campagna elettorale per le elezioni regionali del Lazio, partecipando nel 2010 ai fini di un sostegno elettorale ad una cena elettorale organizzata da Raffaele D’Ambrosio (Udc), all’epoca vicepresidente della Regione Lazio. 

Gli affari a Roma. A Roma, secondo il pentito crotonese Vincenzo Marino, i Tripodi hanno spostato parte dei loro affari a seguito del coinvolgimento di Nicola Tripodi (comunque prosciolto per tale fatto) nell’indagine sul sequestro del dentista vibonese Giancarlo Conocchiella. Nella capitale i Tripodi avrebbero così stretto solide alleanze con i Bonavota di Sant’Onofrio, pure loro presenti nel Lazio, e con i Gallace di Guardavalle operanti fra Anzio e Nettuno, oltre che con gli Alvaro di Sinopoli che a Roma sono da sempre di casa.

Le alleanze nel Vibonese. Dopo aver giocato un preciso ruolo – per espressa volontà del clan mancuso - anche nei precari equilibri mafiosi dei primi anni ’90 lungo l’asse Cessaniti-Zungri-Briatico, i Tripodi dal 2008 avrebbero costituito un unico “cartello criminale” con i “Piscopisani”  (“famiglie” Battaglia, Fiorillo e Galati) per spartirsi gli affari illeciti su Vibo Marina e Longobardi, restando la zona di Portosalvo roccaforte della famiglia.

Significativo in tal senso l’episodio del 19 aprile del 2009 quando Rosario Fiorillo (ritenuto esponente di spicco del clan dei Piscopisani), detenuto all’epoca agli arresti domiciliari perché condannato per estorsione aggravata, violazione della legge sulle armi e danneggiamento, è stato sorpreso dai carabinieri dentro casa in compagnia di Salvatore Tripodi (fratello di Nicola, Antonio e Sante ed arrestato nel luglio 2015 a Zambrone dopo un periodo di latitanza in quanto accusato di essere uno dei mandanti dell’omicidio del boss di Stefanaconi, Fortunato Patania), di Salvatore Vita e di Vincenzo Fiorillo. Altri vincoli parentali legano poi i Mantino (a loro volta imparentati con i Tripodi) ai Fiorillo attraverso la famiglia Fortuna di Piscopio.

Il summit a Pizzo e il “locale” di Piscopio. Per i carabinieri non sarebbe quindi un caso che la nascita del nuovo “locale” di Piscopio sarebbe stata “battezzata” a due passi dal territorio dei Tripodi-Mantino, vale a dire a Pizzo Calabro dove in un ristorante si è registrato un vero summit di ‘ndrangheta con la presenza di Rosario Battaglia, Michele Fiorillo, Nazzareno Fiorillo, detto “U Tartaru”, Salvatore Giuseppe Galati di Piscopio, Giuseppe Commisso (ritenuto il boss di Siderno), Benvenuto Praticò, Domenico Prochilo e Giuseppe Catalano, tutti personaggi della jonica reggina trapiantati a Torino. Tale riunione di mafia, svoltasi il 18 agosto del 2009 e scoperta dal luogotenente dell’Arma Nazzareno Lopreiato, all’epoca comandante della Stazione dei carabinieri di Vibo Valentia – è stata quindi riletta dagli inquirenti nell’inchiesta “Lybra” anche alla luce dei nuovi assetti mafiosi sul territorio di Vibo Marina dove i “Piscopisani” sarebbero stati di casa.

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