lunedì,Giugno 14 2021

Nove assoluzioni per la morte di un anziano ospite della Rsa di Vibo

Non regge dinanzi alla Corte d’Assise di Catanzaro l’originaria accusa ed anche la Procura alla fine del dibattimento ha chiesto l’assoluzione per gli imputati del decesso di Alfonso Mosca avvenuto nel 2005

Nove assoluzioni per la morte di un anziano ospite della Rsa di Vibo

Non ha retto dinanzi alla Corte d’Assise di Catanzaro l’accusa di abbandono di persona incapace e maltrattamenti che hanno portato alla morte di Alfonso Mosca, ospite della Rsa di Moderata Durant a Vibo Valentia e deceduto poi a Serrastretta, in provincia di Catanzaro, il 29 dicembre 2005. I giudici – su conforme richiesta del pm Luca Ciro Lotoro – hanno infatti assolto i nove imputati rinviati a giudizio l’11 ottobre 2017 dall’allora gup del Tribunale di Vibo Valentia, Lorenzo Barracco, in accoglimento di una richiesta della locale Procura. Dopo due anni di processo, la Corte d’Assise di Catanzaro ha assolto tutti gli imputati, vale a dire: Domenico Iorfino, 64 anni, di Arena, nelle vesti di responsabile sanitario della struttura (difeso dall’avvocato Pietro Agapito); Luciano Scarmato, 65 anni, di Vibo Valentia, caposala (assistito dall’avvocato Antonio Cimino); gli infermieri professionali, in servizio nella Rsa, Rosa De Filippis, 55 anni, di Bivona, Patrizia Giordano, 53 anni, di Vibo, Salvatore Maiorana, 53 anni, di Jonadi, Antonio Potenza, 63 anni, di Piscopio, Francesco Scidà, 61 anni, di Vazzano, Maria Teresa Mandaradoni, 44 anni, di Vibo (tutti difesi dall’avvocato Emilio Stagliano) e Maria Concetta Macaluso, 48 anni, di Vibo Marina (assistita dall’avvocato Giuseppe Di Renzo). Gli imputati erano stati rinviati a giudizio una prima volta nel gennaio del 2011 con le accuse, a vario titolo, di maltrattamenti, lesioni e omicidio colposo. Una volta in corso il dibattimento dinanzi al Tribunale di Vibo Valentia, la Procura ha però modificato i capi di imputazione, riformulando le accuse e contestando a vario titolo reati più gravi (abbandono di persona incapace e maltrattamenti che hanno portato alla morte di una persona) con la competenza, quindi, a celebrare il processo che è spettata alla Corte d’Assise che ha anche disposto la trasmissione degli atti per procedere nei confronti di Raffaele Albino, teste della parte civile. [Continua]

Le accuse che non hanno retto al vaglio dei giudici

Ad avviso dell’originaria tesi accusatoria, gli imputati con le loro condotte avrebbero provocato il decesso dell’anziano. Venivano accusati di essere responsabili, ognuno per i rispettivi ruoli, del concorso di cause che tra agosto e settembre 2005 ha determinato un peggioramento delle condizioni di salute di Alfonso Mosca, al quale non sarebbero stati forniti cibo e liquidi in modo adeguato. Quadro aggravato da patologie di altra natura che avrebbero poi portato al decesso dell’anziano.

Per gli imputati anche l’accusa di non essersi presi cura di Alfonso Mosca e della sua igiene, “lasciandolo sporco nei suoi escrementi e non fornendogli quelle prestazioni necessarie ad impedire la formazione di piaghe da decubito”. Inoltre, sempre secondo l’ipotesi accusatoria iniziale, in alcune occasioni l’anziano sarebbe stato “redarguito e picchiato per farlo desistere dal lamentarsi e chiedere aiuto al fine di ottenere il soddisfacimento dei bisogni primari”. Gli imputati, inoltre, sempre nell’ambito delle proprie specifiche competenze, sarebbero giunti – a leggere le accuse – “finanche a legare l’uomo nudo al letto oppure a delle sedie”. Così facendo, secondo l’ufficio di Procura, gli imputati “non impedivano e cagionavano uno stato di malnutrizione proteico-energetico, disidratazione e, conseguentemente, l’allettamento dell’anziano”. Situazione che, unitamente a concause patologiche di altra natura, avrebbero determinato il decesso del paziente, avvenuto a Serrastretta, il 29 dicembre 2005.
Accuse che non hanno però retto al vaglio del dibattimento, anche perché lo scorso anno il consulente medico Massimiliano Cardamone, ascoltato in aula lo scorso anno, si era soffermato sul quadro clinico del paziente al momento del ricovero – che sarebbe stato già grave – sul suo stato di disitratazione e sulle cause della morte, ricondotte ad un ulteriore peggioramento per via di una polmonite. In ordine alla circostanza del paziente legato al letto,il consulente del pm aveva spiegato trattarsi di manovre legittime ed obbligatorie in caso di agitazione del paziente, seppur temporanee. Il consulente si era anche soffermato sul ruolo degli infermieri nella vicenda, ritenendolo del tutto marginale.

Parti offese nel procedimento, i prossimi congiunti di Alfonso Mosca, vale a dire Mirella, Silvana ed Emilia Mosca, assistite dall’avvocato Nicolino Panedigrano. L’Asp di Vibo era stata invece citata in giudizio quale responsabile civile. Per tutelare le proprie ragioni e “sostenere l’assenza di responsabilità penali a carico dei propri dipendenti imputati”, l’Azienda sanitaria provinciale aveva così deciso di affidarsi all’avvocato Francesco Procopio, legale dell’ente, al quale era stato conferito l’incarico per la rappresentanza e la difesa dell’Azienda dinanzi alla Corte d’Assise di Catanzaro. 

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