La lettera pastorale del vescovo di Mileto Luigi Renzo: “Gesù è la chiave”

Un messaggio entrato ormai nella tradizione, che il presule annualmente indirizza a sacerdoti, religiosi e fedeli laici del territorio

Un messaggio entrato ormai nella tradizione, che il presule annualmente indirizza a sacerdoti, religiosi e fedeli laici del territorio

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Il vescovo Luigi Renzo
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Il Bambino di Betlemme. La chiave che libera dalle schiavitù”. È questo il titolo della lettera inviata dal vescovo della diocesi di Mileto-Nicotera-Tropea Luigi Renzo per le feste di fine anno. Un messaggio entrato ormai nella tradizione, che il presule annualmente indirizza a sacerdoti, religiosi e fedeli laici del territorio. 

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«Il Natale – spiega monsignor Renzo – è la festa in cui possiamo presentarci tranquillamente e senza timore davanti al Signore pur con tutte le catene che ci imprigionano e di cui non riusciamo a liberarci da soli: sarà Lui a spezzare quelle catene. Viene proprio per questo. Gesù viene e si offre Lui come “chiave” di liberazione per aprire tutte le serrature delle stanze chiuse del nostro cuore e della nostra vita. Le cattiverie che commettiamo, il successo ed il profitto a tutti i costi, il potere a discapito dei più deboli, l’attaccamento morboso alle ricchezze di questo mondo, il piacere a qualsiasi prezzo, incalzano da ogni angolo e ci incastrano in forme di schiavitù così subdole da non farcene nemmeno accorgere. Sono queste le catene dell’egoismo, dell’incomprensione, dell’indolenza spirituale, dell’indifferenza, della cultura dello scarto, della corruzione: catene che ci tengono prigionieri in una vita di buio, di insoddisfazione, di tristezza e di morte al punto da toglierci persino il respiro della libertà del cuore». 

Per il vescovo, la chiave per uscire da questi imbrogli e tranelli è proprio Gesù. Non la “chiave magica” che risolve tutti i nostri problemi, ma di certo «la chiave e la luce giusta che ci fa dare senso e speranza alle nostre attese più profonde, sciogliendo proprio quelle catene (i nostri difetti e cattiverie) che ci tengono incatenati e schiavi di strade senza uscite». E siccome con la nascita di Gesù il villaggio di Betlemme «diventa il centro motore del mondo in cui il Regno di Dio si afferma e prende realmente piede in mezzo a noi», condizione indispensabile per entrare a farne parte «è compiere un cambiamento di vita, cioè convertirci ogni giorno, un passo avanti ogni giorno. Si tratta – sottolinea monsignor Renzo – di lasciare le strade, comode ma fuorvianti, degli idoli e delle schiavitù di questo mondo. Con la nascita di Gesù a Betlemme è Dio stesso che prende dimora in mezzo a noi per liberarci dall’egoismo, dal peccato e dalla corruzione, da questi atteggiamenti che sono del diavolo. La nostra vita religiosa personale, familiare, la nostra pastorale, le nostre comunità parrocchiali, i nostri giovani hanno bisogno di questo soffio nuovo per rinascere. La chiave che Gesù ci porge è la carica interiore per ritornare ad essere liberi, per recuperare la freschezza originale del Vangelo, per aprire nuove strade di fiducia, di relazioni umane più autentiche, di forme e di espressioni vitali creative, di segni più eloquenti di testimonianza cristiana fuori dagli “schemi noiosi” di tradizioni vecchie e senza stimoli, che non invogliano al cambiamento della vita. Non ci serve a nulla arroccarci e voler conservare quello che non c’è più». 

Il messaggio del vescovo, dopo aver ricordato che il Natale di quest’anno si colloca nel contesto speciale del Sinodo diocesano aperto lo scorso 25 ottobre, si conclude con l’augurio che tale ricorrenza possa essere per tutti «la chiave che libera dalle schiavitù proprie e collettive, portandoci la grazia di far entrare nel nostro cuore la sola luce capace di dare speranza, gioia ed intima serenità», e rivolgendo un pensiero «in particolare ai malati, ai disoccupati soprattutto giovani, alle famiglie, ai sofferenti in generale», affinché riescano a trovare «proprio nel Bambinello la chiave di volta della vita per non smarrirsi e non scoraggiarsi oltre quello che le situazioni di precarietà già per conto loro procurano».