L’istituto Fidia dei Licata ed i legami con la criminalità e la massoneria di Vibo

L’inchiesta Diacono dei carabinieri e della Procura scoperchia un “calderone” che può portare lontano e apre scenari investigativi tutti da approfondire. Le analisi sui telefonini e le pennette Usb svelano collegamenti inaspettati
L’inchiesta Diacono dei carabinieri e della Procura scoperchia un “calderone” che può portare lontano e apre scenari investigativi tutti da approfondire. Le analisi sui telefonini e le pennette Usb svelano collegamenti inaspettati
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Continua a riservare numerose “sorprese” l’inchiesta Diacono della Procura di Vibo Valentia che ha scoperchiato un vero e proprio “diplomificio” ruotante attorno all’Accademia Fidia di Stefanaconi. Un’inchiesta che martedì per almeno tre posizioni passerà al vaglio del Tribunale del Riesame, ma che dagli atti discoverati svela scenari inimmaginabili inizialmente e che potrebbero portare lontano carabinieri e Procura di Vibo impegnata con il procuratore Camillo Falvo e il pm Luca Ciro Lotoro. Dagli atti dell’inchiesta emerge infatti il tentativo di alcuni indagati di capire come gli inquirenti siano arrivati al ritrovamento nel luglio scorso di numerose armi nell’abitazione di Stefanaconi dei coniugi Davide Licata e Rossella Marzano. Una frenetica attività che si conclude sì con la scoperta – in parte attraverso la lettura degli atti – delle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Bartolomeo Arena (l’informativa al riguardo è stata peraltro depositata a settembre nel corso dell’udienza preliminare di Rinascita-Scott), ma non con la comprensione della fonte dalla quale il collaboratore ha appreso che in casa Licata era nascosto un vero e proprio arsenale. Dalla nuova discovery degli atti si apprende infatti che le dichiarazioni di Bartolomeo Arena hanno trovato un formidabile riscontro attraverso le intercettazioni. Captazioni che aprono uno scenario per alcuni versi insospettabile e che finiscono per “inguaiare” ancor di più alcune posizioni.

Ci sono poi due filoni investigativi che aprono ulteriori ed inquietanti scenari. Uno è dato dai collegamenti con la criminalità organizzata, l’altro dall’appartenenza di Davide Licata – con il grado di “Maestro” – alla principale loggia massonica di Vibo Valentia, la “Michele Morelli” del Grande Oriente d’Italia. [Continua in basso]

Nicola Bonavota

I collegamenti con la criminalità organizzata

I carabinieri non dimenticano infatti di annotare che all’atto dell’esecuzione dell’ordinanza di custodia cautelare per l’operazione antimafia “Conquista” contro il clan Bonavota di Sant’Onofrio per gli omicidi di Domenico Di Leo e Raffaele Cracolici, a Nicola Bonavota sono state sequestrate delle pennette di memoria Usb e dei telefoni cellulari. Dall’analisi dei contenuti dei dispositivi è emerso che all’interno di una chiavetta Usb è stata trovata la foto di una tesi sostenuta da Nicola Bonavota avente come intestazione “Istituto d’Arte Fidia – Serra San Bruno” relativa all’anno scolastico 2014-2015, percorso pluridisciplinare, con titolo “Dalla prima guerra mondiale al futurismo”. Da successivi accertamenti è emerso che Nicola Bonavota “risulta essere stato assunto dal Liceo d’Arte “Istituto d’Arte Fidia” per 13 settimane nell’anno 2017”. Nicola Bonavota nel processo “Conquista” insieme ai fratelli Pasquale (attualmente latitante) e Domenico è stato condannato in primo grado all’ergastolo ed il processo d’appello deve ancora essere celebrato. Si trova attualmente detenuto per l’operazione Rinascita-Scott.

C’è poi un ulteriore episodio che per gli inquirenti attesta la “vicinanza dei Licata a contesti criminali”. E’ emerso infatti che un figlio di quel Giovanni Battista Bartalotta di Stefanaconi – condannato a 8 anni e 4 mesi nell’operazione “Gringia” per concorso nel tentato omicidio nel 2012 di Francesco Calafati – si è recato da Michele Licata chiedendogli di potergli elargire un contributo “per come promesso dal figlio Licata Davide al padre Giovanni Battista Bartalotta all’interno del carcere”. Giovanni Battista Bartolotta, ritenuto organico al clan Patania di Stefanaconi, è deceduto in carcere nel dicembre scorso. [Continua in basso]

I collegamenti fra Davide Licata e la massoneria

All’atto della perquisizione del 2 luglio dello scorso anno, i carabinieri a casa di Davide Licata non hanno solo sequestrato numerose armi, ma anche due valigette porta documenti con all’interno l’abbigliamento rituale massonico, più un telefono cellulare. Dall’analisi dello stesso si è accertata l’esistenza di una chat che attesta ulteriormente l’appartenenza di Davide Licata alla loggia “Michele Morelli” di Vibo Valentia. Una chat comprendente anche tutti i nominativi degli aderenti alla loggia e le relative utenze telefoniche. E non mancano le “sorprese” fra i presenti: medici, avvocati, commercialisti, pubblici impiegati, liberi professionisti, giornalisti, esponenti politici di destra, centro e sinistra, da Vibo Valentia a Pizzo, da Maierato a Joppolo. Spetterà ai carabinieri ed alla Procura di Vibo, ora, approfondire e controllare che tutti i nominativi presenti in tale chat siano stati registrati anche negli appositi elenchi che le logge massoniche devono per legge consegnare alle autorità. Di certo non è la prima volta che la loggia “Michele Morelli” si ritrova con un suo membro alle prese con vicende giudiziarie: dalle operazioni “Goodfellas” sino a “Decollo money”, passando per Rinascita-Scott e prima ancora “Rima” e “Libra”. Legami che potrebbero riservare ulteriori “sorprese” proprio grazie all’inchiesta “Diacono” e che, di certo, stanno agitando i sonni a più di qualche “venerabile”.

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