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Nel provvedimento di fermo i giudizi trancianti dei magistrati antimafia sul verdetto del Collegio presieduto all’epoca dal giudice Regolo. Nuove calunnie di Leone Soriano ai danni del pm Boninsegna

Cronaca

C’è spazio anche per la sentenza dell’operazione “Ragno” contro il clan Soriano nella nuova inchiesta contro la consorteria di Filandari scattata ieri e denominata “Nemea”. Alla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro - ed in particolare il pm Annamaria Frustaci, il procuratore aggiunto Giovanni Bombardieri ed il procuratore Nicola Gratteri - non è infatti sfuggita la clamorosa assoluzione dei componenti del clan Soriano ad opera dell’allora Tribunale collegiale di Vibo Valentia presieduto dal giudice Fabio Regolo.

Un verdetto emesso il 28 maggio del 2014 e che ha cancellato l’associazione mafiosa demolendo il meticoloso lavoro sul campo dei carabinieri della Stazione di Vibo Valentia, all’epoca guidata dal luogotenente Nazzareno Lopreiato, coordinati dall’allora pm della Dda Giampaolo Boninsegna. Un verdetto totalmente ribaltato dalla Corte d’Appello di Catanzaro il 28 maggio del 2015 - in accoglimento del gravame proposto dal pm Camillo Falvo - che aveva non solo riconosciuto l’esistenza dell’associazione mafiosa e della ‘ndrina di Filandari, ma anche inflitto pene sino a 15 anni a testa per i fratelli Leone e Gaetano Soriano. La Cassazione ha poi annullato con rinvio il verdetto di secondo grado ed è in corso un nuovo processo dinanzi alla Corte d’Appello di Catanzaro.

Su quel verdetto clamoroso del Tribunale di Vibo Valentia, presieduto all’epoca da Fabio Regolo (oggi pm a Catania) - l’allora pm Simona Rossi aveva chiesto condanne per 107 anni di reclusione - la Dda di Catanzaro esprime ora giudizi piuttosto pesanti. “Il Tribunale vibonese non riteneva sussistente l’articolazione di ‘ndrangheta denominata cosca Soriano, negando efficacia dimostrativa al contributo offerto dai collaboratori di giustizia e operando una valutazione atomistica dei singoli reati-fine oggetto della condanna, ritenuti episodi di episodicità”. In tal modo, per il pm Annamaria Frustaci, il procuratore aggiunto Giovanni Bombardieri e il procuratore capo Nicola Gratteri, il Tribunale di Vibo avrebbe “svilito il contenuto delle captazioni in carcere, pervenendo alla singolare conclusione paradossale - sottolinea la Dda - che l’istruttoria aveva consentito di acclarare azioni così eclatanti, come le minacce telefoniche ed epistolari, da risultare evidente la loro incompatibilità con il modello silenzioso di azione della mafia”. 

Motivazioni del Tribunale di Vibo che all’epoca avevano suscitato più di qualche perplessità. Nelle stesse si leggeva infatti che “le organizzazioni mafiose agirebbero nel silenzio, in via indiretta, con toni e modalità allusive e non certo in modo fragoroso ed evidente” come il clan Soriano – definito in sentenza “di piccolo cabotaggio” - a cui venivano attribuite “bombe, colpi di pistola, richieste esplicite di denaro, minacce telefoniche ed epistolari a giornalisti”, circostanze queste ritenute invece dal gip distrettuale di Catanzaro prove “evidenti” dell’associazione mafiosa tanto da aver a suo tempo disposto il giudizio immediato per tutti gli imputati. 

Gli insulti e le calunnie ai danni del pm Giampaolo Boninsegna. Dall’operazione “Nemea”, come già dall’inchiesta “Ragno”, emerge poi tutto l’astio di Leone Soriano nei confronti dell’allora pm della Dda di Catanzaro, Giampaolo Boninsegna, che aveva coordinato e portato a termine nel 2011 la storica inchiesta contro il clan di Filandari. In una missiva del 14 gennaio 2017, indirizzata dal carcere da Leone Soriano all’imprenditore Antonino Castagna, si legge infatti tutto il delirio e la rabbia di Leone Soriano contro il magistrato, accusato di avergli fatto finire in galera l’intera famiglia. “Vigliacchi e tragediatori” i termini ricorrenti nelle missive di Leone Soriano per apostrofare l’imprenditore Antonino Castagna (parte lesa nell’inchiesta Ragno e nell’inchiesta Nemea) e il pm Giampaolo Boninsegna. Nella missiva del 19 marzo del 2017 - sempre diretta ad Antonino Castagna per spillargli denaro e insultarlo per le accuse dell’operazione “Ragno” - il pm Giampaolo Boninsegna viene definito da Leone Soriano come un “complottista” che avrebbe avuto il solo “torto” di farlo finire in galera.

Un magistrato, Giampaolo Boninsegna, odiato dal clan che era meglio finisse all’altro mondo “ammazzato”, secondo invece le risultanze investigative dell’operazione “Ragno 2”. Era infatti il 19 dicembre 2011 quando gli investigatori intercettavano nel carcere di Cosenza un dialogo fra Leone Soriano ed alcuni congiunti andati a trovarlo per i colloqui: Rosetta Lopreiato, moglie di Leone, e Grazia Soriano, figlia dell’allora detenuto. I carabinieri guidati dal luogotenente Nazzareno Lopreiato hanno così ascoltato il dialogo fra i tre Soriano (peraltro videoregistrato), riportando nell’informativa il riassunto della conversazione intercettata. Alle ore 10.59 del 19 dicembre 2011 Leone Soriano “si rivolgeva alla telecamera – si legge negli atti dell’operazione Ragno - insultando il dott. Boninsegna ed augurandosi che lo ammazzino insieme alla sua famiglia". Non solo il pm Boninsegna, quindi, sarebbe stato meglio che finisse ammazzato ma, secondo Leone Soriano, anche l’intera famiglia del magistrato. Un “augurio” che Leone Soriano non si è fatto scrupolo di esternare in presenza della propria moglie e della figlia, rivolgendosi con sfrontatezza verso la telecamera della sala colloqui del carcere.

Agli occhi di Leone Soriano, il pm Boninsegna – ieri come oggi – sarebbe stato “colpevole” di aver fatto arrestare quasi tutti i Soriano e per questo avrebbe auspicato che qualcuno uccidesse il magistrato. Proposito, fortunatamente, mai andato in porto. In foto dall'alto in basso: Leone Soriano, il pm Annamaria Frustaci, il giudice Fabio Regolo ed il comandante Nazzareno Lopreiato

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