Il Ros esegue un’ordinanza del gip di Genova nei confronti di tre detenuti accusati di favoreggiamento aggravato dal metodo mafioso. Nove perquisizioni tra Liguria e Calabria nell’inchiesta della Dda che ricostruisce il sistema di supporto logistico che sarebbe stato assicurato al latitante poi arrestato nel 2023 e assolto in appello
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Un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di tre persone già detenute per altra causa e nove decreti di perquisizione eseguiti tra Liguria e Calabria: è l’esito dell’operazione condotta dai carabinieri del Ros, su disposizione del gip del Tribunale di Genova, nell’ambito di un’inchiesta coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia del capoluogo ligure.
Il provvedimento riguarda tre indagati ritenuti responsabili di favoreggiamento personale aggravato dal metodo mafioso. Le perquisizioni hanno interessato anche altri sei soggetti, oltre ai tre destinatari della misura cautelare. L’attività investigativa rappresenta uno sviluppo delle indagini seguite all’arresto di Pasquale Bonavota, eseguito il 27 aprile 2023 dai militari del Ros insieme ai comandi provinciali di Genova e Vibo Valentia.
Bonavota si era reso irreperibile dal 2018, dopo una condanna a 28 anni di reclusione. In seguito, in Appello, era intervenuta l’assoluzione, poi confermata dalla Corte di Cassazione. L’uomo era stato anche destinatario di una misura cautelare nell’ambito dell’operazione Rinascita Scott, con l’accusa di associazione di tipo mafioso perché ritenuto elemento apicale dell’omonima cosca di ’ndrangheta di Sant’Onofrio, nel Vibonese. Anche in quel procedimento, però, era arrivata l’assoluzione in secondo grado.
L’inchiesta ora al centro dell’operazione genovese si è concentrata sulla rete di fiancheggiatori che avrebbe garantito sostegno al latitante durante il periodo di irreperibilità. Gli investigatori, attraverso attività tecniche e l’analisi del materiale sequestrato dopo l’arresto, hanno ricostruito una struttura di supporto logistico e materiale che avrebbe consentito a Bonavota di sottrarsi alla cattura.
Secondo quanto emerso, il sostegno si sarebbe concretizzato nell’utilizzo di documenti personali e schede telefoniche intestate a terzi, strumenti che sarebbero stati impiegati anche per la locazione di un’abitazione a Genova, indicata come covo del latitante. Non solo: tra le forme di aiuto contestate figurano «La consegna di generi alimentari, medicinali e denaro», ritenuti elementi essenziali per garantire la permanenza nascosta dell’uomo nel capoluogo ligure.
L’aggravante del metodo mafioso contestata agli indagati qualifica, secondo l’accusa, la natura del sostegno fornito, inserendolo in un contesto riconducibile alla criminalità organizzata calabrese. Saranno ora gli sviluppi processuali a definire le responsabilità individuali, mentre le indagini proseguono per chiarire ulteriori eventuali complicità e per delineare in modo completo i contorni della rete che avrebbe coperto la latitanza.


