Nel cuore del distretto tessile di Prato, tra i capannoni del "Pronto Moda" e le vie del Macrolotto, non circolavano solo tessuti e abiti a basso costo. Per anni, sotto la superficie di un'apparente legalità imprenditoriale, è pulsata una "banca fantasma" capace di movimentare tra gli 80 e i 100 milioni di euro l'anno. L'inchiesta "Easy Money", coordinata dalla Dda di Firenze e condotta dallo Sco e dalla Squadra mobile di Prato, ha scoperchiato un sistema di riciclaggio internazionale senza precedenti in Toscana, portando a 41 misure cautelari e al sequestro di beni per 60 milioni di euro.

La genesi: un doppiofondo sull'Autostrada A1

Tutto ha avuto inizio nel 2022, quasi per caso. Un controllo di routine della polizia stradale sull'autostrada A1 ha portato alla scoperta di una ingente somma di contanti nascosta nel doppiofondo di un'auto. Le successive dichiarazioni di un indagato hanno aperto la porta su un mondo sotterraneo la cui esistenza gli inquirenti ipotizzavano da tempo, trasformando un semplice sequestro di valuta in una delle più imponenti operazioni contro la finanza criminale degli ultimi anni.

Il meccanismo: Hawala e la "ricevuta" da 5 euro

A differenza delle moderne organizzazioni che si affidano a criptovalute o sofisticati hacker, la banca di Prato utilizzava l'antico metodo islamico "hawala", noto in Cina come "chop-shop" o "moneta volante". Si tratta di un sistema di trasferimento virtuale risalente all'VIII secolo che garantisce una tracciabilità pari a zero.

Il funzionamento è semplice: il denaro non attraversa fisicamente le frontiere. I narcos consegnano il contante sporco in Italia a un intermediario; contemporaneamente, all'estero (Spagna, Francia, Germania), un altro referente mette a disposizione la stessa somma per pagare i fornitori di droga. Per certificare l'avvenuto passaggio dei fondi senza errori o fraintendimenti, l'organizzazione utilizzava un passepartout materiale: una banconota da 5 euro che fungeva da ricevuta e prova di riconoscimento tra i broker.

Il ruolo del distretto: il "Pronto Moda" come compensazione

La forza del sistema risiedeva nella "compensazione occulta" con le aziende cinesi di Prato. I soldi del narcotraffico venivano consegnati alle ditte del distretto come corrispettivo "in nero" per merce formalmente lecita spedita all'estero. In questo modo, le imprese cinesi ottenevano liquidità immediata non tracciabile, mentre i clan mafiosi potevano pagare le loro partite di cocaina e hashish senza esporsi ai rischi dei trasporti transfrontalieri.

Chi è Pan Keke, boss e (finto) avvocato

Al vertice di questa complessa architettura finanziaria c'era Pan Keke, 50 anni, conosciuto come "Luca" o il "boss di Mestre". Già condannato in passato per sfruttamento della prostituzione e immigrazione clandestina a Venezia, Pan Keke aveva iniziato a tessere la sua rete criminale proprio all'interno del carcere di Prato, la Dogaia, dove aveva scontato parte della sua pena.

Per mimetizzarsi nel tessuto cittadino, Pan Keke si spacciava per un avvocato, arrivando ad allestire un ufficio nei pressi di via Toscana con tanto di targa esterna indicante nome e professione. Dalla sua base logistica coordinava un esercito di collaboratori dai nomi pittoreschi: "Caffè" (Armand Kollcaku, il broker albanese), lo "Zio" (Jiasheng Wu), "Bergamo" e il "Vecchio". Nelle intercettazioni, il boss si vantava di controllare la più grande banca abusiva di Prato e di poter muovere decine di milioni senza ostacoli.

I clienti d'eccellenza: l'alleanza con le mafie italiane

La banca di Pan Keke non serviva solo i propri connazionali. Era diventata il terminale preferito delle maggiori organizzazioni mafiose italiane. Tra i clienti figurano, secondo l’accusa, la 'ndrangheta, nello specifico il clan Fiarè-Razionale-Gasparro di Vibo Valentia, la Sacra Corona Unita, con il clan Briganti di Lecce, la Camorra, con il clan Aquino-Annunziata e numerose organizzazioni criminali albanesi.

In un episodio simbolo, Pan Keke ha coordinato il ritiro di 40.000 euro in contanti nel quartiere "167" di Lecce, smistandoli poi tra le ditte di Prato come pagamento per abiti destinati a negozi spagnoli.

Non solo soldi: la rotta dei disperati

L'inchiesta ha svelato anche un filone parallelo dedicato al favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. L'organizzazione trasportava cittadini cinesi in Italia attraverso la rotta balcanica (Serbia-Ungheria). I migranti pagavano 9.500 euro a viaggio e venivano spesso costretti a oltrepassare confini montuosi a piedi, ferendosi con il filo spinato, prima di approdare come forza lavoro nel distretto di Prato, Torino o nel Veronese.

Un laboratorio del crimine

Le parole del procuratore nazionale antimafia, Giovanni Melillo, risuonano come un monito: Prato è diventata un "laboratorio" dove la criminalità mafiosa non è più un'emergenza isolata, ma una componente strutturale dei mercati finanziari e imprenditoriali. La "banca fantasma" di via Toscana non era solo una lavatrice di soldi sporchi, ma il punto di saldatura definitivo tra l'economia illegale delle mafie e la produzione industriale del Made in Italy.