Viene contestato anche il reato di associazione mafiosa a quattro indagati coinvolti nell’inchiesta denominata “Call Me” giunta all’avviso di conclusione delle indagini preliminari, vergato dalla Dda di Catanzaro nei confronti di 46 indagati complessivi. La contestazione viene mossa nei confronti di: Antonio La Rosa, 64 anni, di Tropea; Giuseppina Costa, 49 anni, di Zaccanopoli (compagna di Francesco La Rosa, fratello di Antonio); Francesco Taccone, 39 anni, di Santa Domenica di Ricadi; Luigi Federici, 28 anni, di Vibo Valentia.

I singoli ruoli e le accuse

Antonio La Rosa, detto Tonino, alias “Ciondolino”, dal luglio 2023 detenuto in regime di “carcere duro” (e condannato in via definitiva a 16 anni nel maxiprocesso Rinascita Scott ed a 18 anni in primo grado nell’operazione Olimpo) nell’ambito dell’inchiesta “Call Me” è accusato dalla Dda di Catanzaro di aver continuato a dirigere il sodalizio dal carcere, anche dopo l’arresto per l’operazione “Rinascita-Scott” avvenuto nella notte del 19 dicembre 2019. Per continuare a comandare il proprio clan con roccaforte a Tropea, Tonino La Rosa avrebbe utilizzato illecitamente - all’interno dell’istituto penitenziario dove si trovava ristretto - diversi apparecchi telefonici indebitamente ricevuti in carcere. Con tali telefonini, il boss di Tropea è accusato di aver mantenuto i contatti con la moglie Tomasina Certo (indagata a piede libero per altre ipotesi di reato aggravate dalle finalità mafiose), al fine di informarsi su quanto avveniva all’esterno del carcere, con particolare riferimento alle dinamiche interne alla sua famiglia e all’omonima cosca La Rosa. Il boss di Tropea si sarebbe informato anche sulle visite di “cortesia” ricevute dalla moglie, sugli aiuti economici e il sostegno morale dalla stessa ricevuto. Altri contatti Antonio La Rosa avrebbe mantenuto dal carcere – attraverso l’uso illecito di alcuni telefonini a sua disposizione – con il genero Davide Surace di Spilinga (anche lui indagato per altre ipotesi di reato), quest’ultimo incaricato dal boss di Tropea di occuparsi degli affari della cosca in sua assenza e al quale avrebbe dato indicazioni su come agire. Tonino La Rosa è anche accusato di aver mantenuto contatti via telefono dal carcere (attraverso l’uso illecito di telefonini) con i figli Cristina La Rosa (compagna di Davide Surace) e Domenico La Rosa (cl ’85), anche loro indagati per altre ipotesi di reato. Tonino La Rosa si sarebbe informato anche tramite i figli in ordine alle dinamiche che stavano coinvolgendo in quel periodo la ‘ndrina La Rosa, al fine di "garantire e preservare l’unità del gruppo mafioso”.

Giuseppina Costa è invece accusata di aver rivestito il ruolo di partecipe dell’associazione mafiosa promossa e diretta dai fratelli Antonio e Francesco La Rosa. In particolare, Giuseppina Costa avrebbe avuto il compito di accompagnare il compagno Francesco La Rosa (alias “U Bimbu”) agli appuntamenti, facendosi portavoce dei suoi messaggi e rendendosi disponibile ad organizzargli gli incontri nel periodo in cui lo stesso si trovava in regime di detenzione domiciliare oppure sottoposto ad altre misure restrittive della libertà personale. Nel periodo di detenzione in carcere di Francesco La Rosa, Giuseppina Costa avrebbe poi avuto il compito di portare all’esterno i suoi messaggi e consegnare le lettere scritte da “U Bimbu”.

Ruolo di partecipe nella ‘ndrina dei La Rosa è anche la contestazione mossa nei confronti di Francesco Taccone di Santa Domenica di Ricadi. E’ accusato dalla Dda di Catanzaro di essere “l’uomo di fiducia di Francesco La Rosa, attivo nell’esecuzione delle attività estorsive e nel recupero delle somme di denaro illecitamente corrisposte alla cosca”.

Associazione mafiosa è infine anche l’accusa mossa a Luigi Federici, condannato a 18 anni e 6 mesi in appello nel maxiprocesso Rinascita Scott e per il quale la Cassazione ha disposto un nuovo processo di secondo grado. Nell’inchiesta Call Me, Luigi Federici deve rispondere del reato di associazione mafiosa quale soggetto alle dirette dipendenze di Salvatore Morelli, Domenico Macrì e Francesco Antonio Pardea, tutti di Vibo Valentia. Luigi Federici nella ‘ndrina attiva nella città di Vibo avrebbe avuto compiti esecutivi, adoperandosi nell’esecuzione delle azioni delittuose, in primis agguati e attività estorsive o ritorsive. Il clan avrebbe avuto nella propria disponibilità armi e munizioni e Federici è accusato di aver partecipato alle riunioni del sodalizio veicolando i messaggi tra i sodali ed esercitando il controllo del territorio, fornendo anche apporto materiale e logistico per i fini della consorteria. Si sarebbe poi adoperato – anche dopo l’esecuzione dell’operazione Rinascita Scott – per limitare le conseguenze negative dell’attività di contrasto dell’autorità giudiziaria e, in particolare, quelle derivanti dalle dichiarazioni di nuovi collaboratori di giustizia anche sugli appartenenti alla ‘ndrina dei Pardea (detti “Ranisi”), nonché fornendo consigli per eludere le investigazioni e intrattenendo rapporti in carcere con soggetti legati ad altri gruppi criminali.
I quattro indagati avranno – come gli altri 42 raggiunti da avviso di conclusone delle indagini preliminari – venti giorni di tempo a disposizione per chiedere ai Pm di essere interrogati o presentare memorie difensive attraverso i rispettivi avvocati.