L’accusa della Dda di Catanzaro nell’inchiesta Artemis: il militare è accusato di essere «intraneo» alla cosca del Lametino. Le intercettazioni svelano una doppia vita fatta di soffiate sulle indagini, sanzioni annullate al boss e summit per il narcotraffico
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Per anni è stato il volto dello Stato in un territorio difficile, al confine tra il lametino e il vibonese. Ma dietro la divisa da carabinieri si celerebbe – secondo la Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro – un’inquietante doppia vita. Il protagonistra non è solo un ufficiale accusato di corruzione: le carte dell’operazione Artemis II lo descrivono come un soggetto «intraneo» alla cosca Cracolici, un uomo che avrebbe tradito il proprio giuramento per mettersi stabilmente al servizio della ’ndrangheta. Pur non risultando nell’elenco degli indagati, il suo nome compare in un capo d’imputazione assieme ai presunti sodali del clan.
La caserma come "ufficio" per gli affari illeciti
L'aspetto più sconcertante dell'inchiesta riguarda l'uso dei locali istituzionali. Le intercettazioni e i pedinamenti documentano come esponenti della criminalità organizzata si sarebbero recati direttamente negli uffici della Stazione Carabinieri di Maida per discutere con il militare. In quelle stanze, che avrebbero dovuto essere il baluardo della legalità, si sarebbero risolte pendenze legate al traffico di stupefacenti e debiti di droga. In un’occasione il fratello del carabiniere riferisce a un complice che alcuni fornitori, spazientiti per i ritardi nei pagamenti, erano andati a cercarlo proprio in caserma: «Dice che oggi ci sono andati pure in caserma, ci sono andati».
Uno scudo protettivo contro lo Stato
Il ruolo della divisa all'interno della consorteria guidata dal boss Domenico Cracolici (detto "Mimmo") sarebbe stato strategico e multiforme. In qualità di ufficiale di polizia giudiziaria, avrebbe garantito al clan una sorta di immunità territoriale. Le accuse a suo carico sono pesanti.
Con soffiate sulle indagini avrebbe avvisato sistematicamente i membri del clan di imminenti controlli o attività investigative, permettendo loro di eludere la giustizia.
Altro capitolo riguarda omissioni e controlli compiacenti: grazie alla sua posizione, il militare avrebbe garantito l'assenza di ispezioni reali nei settori dove la cosca Cracolici esercitava il monopolio, come il taglio boschivo e la coltivazione illegale di cannabis.
In più, il luogotenente si sarebbe spinto fino a ricevere false denunce di sinistri stradali per far ottenere risarcimenti assicurativi ai membri del clan e avrebbe persino proposto l'annullamento di sanzioni al codice della strada elevate contro il boss Domenico Cracolici dai suoi stessi sottoposti.
Promotore del narcotraffico
L'inchiesta rivela che il legame con la ’ndrina non era limitato alla sola protezione. In uno dei capi d’imputazione, il carabiniere è indicato come promotore e organizzatore di un'associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti insieme a Domenico Cracolici. Mentre il boss gestiva le piantagioni e la distribuzione, il militare avrebbe mantenuto in prima persona i contatti con pericolosi pregiudicati di altre aree criminali, come i gruppi di Rosarno e di Mesoraca, per incrementare gli affari del gruppo e i propri guadagni personali.
In questa rete criminale, suo fratello agiva come braccio operativo, occupandosi della riscossione violenta dei crediti di droga, talvolta coordinandosi con lui per gli incontri con i debitori.
Il contesto: una rete di complicità istituzionali
La figura del luogo tenente si inserisce in un quadro di assoggettamento totale delle istituzioni nell’area del Lametino interessata dalle indagini della Dda. Il prestigio criminale dei Cracolici, derivante dall’investitura ufficiale del boss Rocco Anello, era supportato da altri "colletti bianchi" e funzionari comunali. Mentre il militare blindava militarmente il territorio a favore del clan, altre figure operavano per pilotare appalti boschivi e mense scolastiche. Lo stesso Domenico Cracolici, nelle conversazioni intercettate, ostentava la propria vicinanza alle forze dell'ordine forestali, sostenendo che lo avvisavano preventivamente dei controlli: «Il maresciallo della forestale mi ha chiamato... cioè non è che ti faceva cose a sorpresa».
Un tradimento "di sistema"
I pm della Dda di Catanzaro tratteggiano la figura del carabiniere come quella di un associato mafioso a tutti gli effetti, sottolineando come il suo contributo sia stato determinante per rafforzare l'egemonia della cosca. Le intercettazioni mostrano come i canali di comunicazione fossero prudenti: spesso era Renato Cracolici (fratello del boss) a mantenere i contatti telefonici con il Luogotenente per eludere le indagini.
Il quadro è quello di un sistema dove chi avrebbe dovuto proteggere i cittadini era diventato, nei fatti, il miglior alleato dei loro oppressori. Pulice, l'uomo dello Stato, secondo l'accusa è stato in realtà il tassello fondamentale che ha permesso ai Cracolici di esercitare per anni un dominio incontrastato, trasformando la legge in uno strumento al servizio della ’ndrangheta.




