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La sua isola deserta è a due passi dal porto di Vibo Marina. La storia di Raffaele Massaria, balancer a sua insaputa

Cultura

Raffaele ha trovato la sua isola deserta, il suo rifugio da un mondo che non gli piace e che forse neppure lo vuole. Come un naufrago sballottato dai marosi della vita, alcuni anni fa scoprì questo angolo remoto della costa vibonese, la spiaggia di Timpa Janca, tra Vibo Marina e Pizzo. Un angolo di paradiso a due passi dal porto, residenza stabile di una grande colonia di gabbiani che qui si sentono al sicuro proprio per la scarsa presenza dell’uomo.

Raffaele Massaria è di Vibo Marina, ha 50 anni, una vita familiare tormentata condivisa con le sue sorelle, lavori saltuari come idraulico e una depressione che lo stava spegnendo. «È stata la spiaggia di Timpa Janca a salvarmi - dice nascondendo gli occhi -, è stato questo posto a scacciare i fantasmi che mi portavo dentro». Qui è entrato in sintonia con la natura e passa gran parte delle sue giornate, in estate e in inverno, realizzando suggestive sculture di sassi che chiama totem. Chiunque abbia avuto l’idea e la voglia di esplorare questo spicchio di costa molto difficile da raggiungere, si è imbattuto nelle sue creazioni. 

Rock balancing, così si chiama questa forma artistica contemporanea, nata negli Stati Uniti alla fine degli anni ‘60 e diventata sempre più popolare nell’epoca di Internet grazie anche alle immagini diffuse attraverso i social. Ma Raffaele non lo sa. Non sa che la sua è un’espressione artistica catalogata come land art e inquadrata in correnti, non sa che gli artisti che usano questa forma espressiva si chiamano balancer. Ciò che gli interessa sono solo due cose: le pietre e l’equilibrio. Un equilibrio fisico, quello che occorre per fare guglie di sassi che si alzano della spiaggia; e un equilibrio psichico, quello che serve per stare ore a cercare i ciottoli giusti e impilarli uno sull’altro. La sua passione, però, non si esaurisce nella realizzazione di queste effimere composizioni destinate ad essere spazzate via dalla prima mareggiata. La sua vera “missione” è proteggere Timpa Janca dal degrado che la minaccia.

«In questi anni ho raccolto tonnellate di rifiuti portati a riva dal mare o gettati dall’alto della rupe che sovrasta la spiaggia. In prevalenza contenitori di plastica, cassette di polistirolo e detriti di legno - racconta -. Dopo averli raccolti li accatasto, li ordino». Non avendo la possibilità di portarli via non gli resta che dare a quei rifiuti un aspetto meno invasivo, come se anche il solo fatto di raccattarli e metterli da parte possa proteggere la sua isola deserta dalla contaminazione del mondo.

«A volte - continua Massaria - qualche turista arrivato qui in barca, dopo aver visto cosa faccio per tenere pulita la spiaggia mi ha promesso che sarebbe ripassato per aiutarmi a smaltire i rifiuti, ma poi non si è mai visto nessuno. Avevo anche pensato di rivolgermi alla guardia costiera per farmi aiutare, ma ho temuto che mi impedissero di frequentare ancora Timpa Janca».

Alcune delle cose che trova finiscono nelle sue opere, a decorare pinnacoli e obelischi, oppure a formare croci e tabernacoli, capanne e ripari di fortuna che usa per riposarsi durante la sua permanenza sull’arenile.

Nonostante il suo isolamento, sono in tanti a conoscerlo. Per lo più diportisti che approdano in quella insenatura. Alcuni trovano divertente distruggere le sue creazioni a calci, forse inconsciamente infastiditi dall’equilibrio precario che le tiene su, ma la maggior parte delle persone che giungono a Timpa Janca rimangono affascinati dai totem di Raffaele. Li fotografano, li postano su Facebook e lo ringraziamo per il suo impegno.

«Amo questa spiaggia - conclude - e sono felice quando la gente la rispetta». A conferma di ciò tira fuori un biglietto che un visitatore occasionale gli ha lasciato dopo un’escursione: “Sono anni che vengo qui in kayak – c’è scritto – e ti voglio dire grazie per quello che fai».

Lacnews24.it
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