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La sottoscrizione del documento con il quale si chiede la ricandidatura del governatore contribuisce a ridefinire i confini del centrosinistra in provincia, certificando la presa di distanza dell’area censoriana

Il presidente della Regione Mario Oliverio
Politica

Sono 14 i sindaci vibonesi che credono ancora in Oliverio. Tanti sono infatti i primi cittadini che hanno apposto la loro firma in calce al documento con il quale si chiede al governatore di ricandidarsi alla guida della Regione Calabria in occasione delle consultazioni che si terranno nel novembre del 2019. Documento sottoscritto da 69 sindaci su 409 comuni calabresi (esclusi evidentemente quelli commissariati) che tirano la volata “civica” all’attuale presidente della giunta regionale segnando di conseguenza un allontanamento dai partiti, nella fattispecie dal Pd. Tra loro vi sono anche i sindaci di Reggio Calabria, Giuseppe Falcomatà, quello di Crotone, Ugo Pugliese, e di Soverato, Ernesto Alecci, convinti, come si legge nel documento, che «la positiva interlocuzione con il governo regionale, manifestatasi in una sinergia operativa sul terreno delle scelte amministrative e un’operosa solidarietà in occasione di emergenze territoriali e sociali», meriti di proseguire così come «il lavoro svolto va completato con il compimento delle opere programmate e con la definizione di nuovi programmi e proposte». Un “assist” accolto con «favore e convincimento» dall’interessato che incontrerà i suoi sostenitori in assemblea lunedì 17 settembre

Se 69 sindaci non sembrano poi una così invincibile armata, interessante diventa osservare soprattutto la “qualità” delle firme pro Oliverio. Nel Vibonese, in particolare, la mappa dei sottoscrittori aiuta a ridefinire i confini dello schieramento di centrosinistra, in questa fase più fluido che mai, certificando in particolare la distanza ormai siderale tra l’area un tempo maggioritaria in capo all’ex deputato Bruno Censore e lo stesso presidente. Nell’elenco spicca infatti l’assenza di tutti i primi cittadini dichiaratamente vicini al politico serrese: da Luigi Tassone (Serra San Bruno) a Giulia Russo (Ricadi), da Vitaliano Papillo (Gerocarne) a Francesco Mazzeo (Cessaniti) fino ad Antonino Schinella (Arena), non vi è traccia di quei sindaci di fede apertamente censoriana. Ve ne sono, invece, di chi da quell’area ha deciso di “sfilarsi”, anche appoggiando ora la ricandidatura del presidente e disobbedendo di fatto all'editto emanato dalla città della Certosa. È il caso di Francesco Fazio da Fabrizia, di Onofrio Maragò da Sant’Onofrio, di Giuseppe Pizzonia e Carmelo Mazza, da Francavilla e Joppolo, di Nicola Derito da San Costantino, di Pasquale Caparra da Zaccanopoli e di Bruno Iorfida da Mongiana. Tutti a vario titolo e con sfumature più o meno intense accostati nel recente passato alla figura politica in questione. Se, poi, sorprende di meno la firma di personalità del Partito democratico considerate non del tutto organiche alla corrente serrese, come quella di Giuseppe Navarra (Rombiolo) e di Antonio Landro (Parghelia), o quella di “autonomisti” come Francesco Bartone (Soriano), l’autografo di Giuseppe Barilaro (Acquaro) e di altri sindaci a lui vicini (Raffaele Scaturchio (Dasà), Tiziana De Nardo (Pizzoni), e Giovanni Manfrida (Francica)), testimonia piuttosto l’interruzione di un dialogo mai pienamente decollato tra questa micro-area e Censore. Interlocuzione che a un certo punto era sembrata dover rilanciare le ambizioni della corrente sul territorio, a partire dalle imminenti elezioni provinciali. La firma di Barilaro, poi, spicca anche per motivazioni di carattere extrapolitico: il sindaco di Acquaro e Oliverio sono infatti entrambi rinviati a giudizio nell’ambito dello stesso procedimento scaturito proprio dal trasferimento di Barilaro a Calabria Verde. Provvedimento disposto, come si ricorderà, proprio dal governatore.

 

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