Nel comune del Vibonese sono in corsa Luzza, Muzzupappa e Taverniti. Il termine ultimo per la presentazione delle liste si avvicina ma a norma di legge i nomi devono essere almeno 9 per ogni schieramento. E in un paese che conta poco più di 3mila abitanti è un’impresa trovarli tutti
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Quante liste saranno presentate a Limbadi entro il 25 aprile? Il conto alla rovescia è iniziato: le liste dovranno essere depositate nei prossimi giorni. Mentre altri centri del Vibonese si preparano alle amministrative del 24 e 25 maggio, qui la tensione politica sembra, paradossalmente, estraniarsi dalla realtà sociale.
In un borgo di tremila abitanti, dove un’economia disorientata lotta contro lo spettro della denatalità, la risposta della classe dirigente non è la coesione, ma una frammentazione che somiglia più a uno strappo.
Il panorama sembra tracciato: tre candidati a sindaco pronti a darsi battaglia. C’è Costantino Luzza, infermiere, attivo anche sul territorio; c’è Giovanni Muzzupappa, imprenditore agricolo ed erede di una storica tradizione olearia; e c’è Antonino Taverniti, imprenditore nel settore elettrico, il più giovane dei candidati, con i suoi trentotto anni.
In un paese dove le imprese non sanno più se convenga investire e dove i giovani considerano il servizio civile solo l’ultima tappa prima del volo di sola andata da Lamezia verso il Nord, ci si aspetterebbe un progetto unitario di salvataggio. Invece no. La politica locale sembra intercettare un’altra dinamica, più profonda: la paura dell’oblio, il timore di non aver fatto abbastanza per essere ricordati. Tre candidati a sindaco, in una comunità che conta poco più di 3mila abitanti, configurano un eccesso di leadership. La domanda è inevitabile: si tratta davvero di una risposta a un bisogno collettivo o della solita corsa al titolo, quello di essere citati negli annali come “sindaco del quinquennio 2026-2031”?
Forse l’ultimo, in una comunità che rischia di svuotarsi.
Mentre a livello nazionale e internazionale si discute di Vig (Valutazione d’Impatto Generazionale) – un approccio che mira a valutare quanto le decisioni di oggi incideranno sulle generazioni future – a Limbadi domina il presentismo. Una miopia politica che sacrifica l’ambizione di una visione a lungo termine a favore del più gestibile piccolo cabotaggio elettorale.
E così, invece di aggregare risorse, si cercano le differenze utili a colpire e creare distanze. La normativa è chiara: per un comune tra i 3.001 e i 5.000 abitanti servono almeno 9 candidati per lista. Con tre schieramenti in campo, almeno 27 aspiranti consiglieri. Non sorprende, quindi, che si arrivi a cercare candidature anche nei comuni limitrofi, come Nicotera. L’obiettivo diventa uno solo: chiudere le liste, a tutti i costi.
Nel frattempo, una parte della cittadinanza osserva. È il classico effetto spettatore: si guarda il declino dalle finestre, convinti che la responsabilità sia sempre di qualcun altro. Così si finisce per diventare complici silenziosi di una disgregazione che non porta beneficio a nessuno. O forse no. Il dubbio, più scomodo, è che a trarre vantaggio da questo spreco di energie sia proprio chi punta su leadership deboli, frammentate, prive di una base solida.
La posta in gioco è altissima: il futuro di tutti. La politica non può più permettersi di essere solo un gioco di posizionamento. È il contesto a imporre all’intera comunità e ai candidati una responsabilità: cambiare approccio, andando oltre la ricerca di chi etichettare come «meno adatto» tra i rivali.
Senza questo cambio di passo, la vittoria elettorale rischia di restare un fatto privato: un trofeo da esibire in un paese che, nel frattempo, continua a spegnersi.

