«C’è una forma di danno pubblico che non fa rumore, non lascia macerie visibili, ma incide profondamente sulla vita delle persone: è il danno prodotto dall’inerzia amministrativa». È da questa considerazione che prende forma la denuncia del comitato dei familiari degli ospiti della Rsa Don Mottola Medical Center di Drapia, una presa di posizione che racconta una vicenda fatta di atti ufficiali, fondi disponibili e bisogni certificati, ma anche di decisioni mai prese e servizi mai partiti.
La nota parla di un «danno pubblico che non fa rumore, non lascia macerie visibili, ma incide profondamente sulla vita delle persone». Un danno che nasce dall’inerzia amministrativa e che, secondo i familiari, si consuma ogni giorno all’interno dell’Asp di Vibo Valentia. A livello regionale, spiegano, il percorso è stato chiaro e lineare: «La Regione Calabria, con atti commissariali chiari e vincolanti, ha riconosciuto il fabbisogno del territorio vibonese» in materia di assistenza territoriale, riabilitazione e strutture residenziali, arrivando ad attribuire risorse aggiuntive per colmare «vuoti assistenziali storici».
Cinque milioni di euro in più per il triennio 2025-2026, destinati a trasformarsi in prestazioni reali attraverso strutture già accreditate e operative. Eppure, denunciano i familiari, «a distanza di mesi, nulla si muove». La Commissione straordinaria chiamata a guidare l’Asp viene accusata di aver scelto «la strada dell’inerzia», senza adeguare la programmazione, senza avviare le contrattualizzazioni, senza trasformare i fondi in servizi. Un immobilismo che appare ancora più grave perché «non nasce da una mancanza di fondi, ma dalla loro mancata utilizzazione».

Il quadro che emerge è quello di un paradosso difficile da accettare: «I fondi ci sono, i bisogni sono certificati, le strutture accreditate esistono, ma i servizi non vengono acquistati». Nel frattempo, il peso ricade sulle famiglie, costrette a pagare di tasca propria ciò che dovrebbe essere garantito dal servizio sanitario pubblico. Una situazione che il comitato definisce senza mezzi termini «una tassazione occulta sulla malattia», che colpisce anziani, disabili e pazienti cronici, lasciati soli nonostante le risorse già stanziate.
A rendere il quadro ancora più allarmante sono i numeri: l’inerzia rischia di tradursi, entro la fine del 2026, in un mancato utilizzo di circa un milione e mezzo di euro. «Il 30% delle risorse attribuite non spese, non trasformate in servizi, non tradotte in diritti torneranno indietro», mentre il territorio resta privo dei livelli essenziali di assistenza e i cittadini continuano a pagare due volte.
Nel mirino finiscono anche i silenzi istituzionali. Quello della Conferenza dei sindaci, che «per legge rappresenta la comunità locale nella governance sanitaria» ma che, secondo i familiari, non ha assunto alcuna iniziativa pubblica: «Un silenzio che pesa come una rinuncia al ruolo politico e istituzionale di tutela della salute pubblica. Nessuna presa di posizione, nessuna iniziativa, nessuna richiesta formale di chiarimenti o accelerazioni. Come se la sanità territoriale non fosse una priorità, o come se l’inerzia fosse diventata una prassi accettabile». Un’inerzia che addebitano anche alla Prefettura, «cui spetta una funzione di vigilanza e coordinamento sull’operato della Commissione straordinaria».

Il comitato respinge ogni lettura politica della vicenda. «Questa non è una rivendicazione di parte. È una denuncia civile, perché in gioco non ci sono equilibri burocratici, ma diritti costituzionali. Ogni giorno di ritardo – sottolineano - è un giorno in cui i livelli essenziali di assistenza restano sulla carta».
La Regione, conclude la nota, ha fatto la sua parte. Ora resta una domanda che non può più essere rinviata: «Chi risponde del fatto che quei fondi non diventano servizi?». Perché, avverte il comitato dei caregiver del Don Mottola, «la sanità non muore solo per mancanza di risorse. Muore anche per mancanza di responsabilità, e Vibo Valentia non può più permettersi né l’una né l’altra».