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Via Berlusconi, Furci: «Una proposta non percepita come appartenenza dall’intero popolo vibonese»

Lo scrittore e storico vibonese sottolinea come la proposta sia da respingere in quanto riguardante un personaggio divisivo e privo di legami con la millenaria storia della città

Via Berlusconi, Furci: «Una proposta non percepita come appartenenza dall’intero popolo vibonese»
Il Municipio di Vibo a sinistra Silvio Berlusconi, a destra Michele Furci
Silvio Berlusconi

La toponomastica è una cosa seria, in essa rivivono fatti e personaggi che hanno dato lustro alla città. Il nome di una via o di una piazza si carica di un significato storico che diventa di grande importanza poiché è capace di dare informazioni preziose, quasi uniche. Esse sono squarci di luce che illuminano il nostro passato che rischierebbe di rimanere al buio e che invece si potrebbe recuperare grazie ad una toponomastica attenta che sappia realizzare una riappropriazione delle proprie radici storiche. Al riguardo prosegue l’alzata di scudi da parte di politici, intellettuali e semplici cittadini contro la proposta di intitolare una via a Silvio Berlusconi, facendo registrare, ultimo in ordine di tempo, l’intervento dello storico e scrittore vibonese Michele Furci. «Il toponimo e la toponomastica in generale – afferma Furci – esprimono in particolare un sentimento diffuso di appartenenza a una comune storia, attraverso la quale ognuno s’identifica come componente della comunità di donne e uomini che la vivono e la riconoscono come propria. La comunità in quanto tale, nel senso di comune destino ambientale, economico, culturale ed esistenziale, è il luogo in cui si nasce, si abita, si risiede e si opera per il bene comune. In ragione del contributo più o meno grande che si dà, si coopera ad elevare il senso di appartenenza e, per questa ragione, coloro i quali sono indicati sono riconosciuti dal popolo che li circonda come rappresentanti illustri di cui fregiarsi tutti. La storia della città si perpetua in tal modo con tasselli onomastici che si aggiungono nel corso del tempo. Ogni epoca poi, con i nomi e toponimi che la rimembrano, contribuisce a segnare l’ambiente di avanzamento sociale e culturale che si traducono in stili di vita e nelle conquiste tecno-scientifiche che li determinano. Viceversa, i periodi che segnalano invece la regressione economica, sociale e culturale, in generale sono contraddistinti da un periodo in cui nella toponomastica appaiono nomi vacui, che in realtà rappresentano la superficialità della classe dirigente del tempo. Per non parlare dei nomi divisivi, non soltanto per le posizioni politiche e culturali espresse, bensì per le macchie profonde sul piano dell’etica pubblica, sanzionate dagli organi preposti a esercitare la statualità. La ricchezza e la vivacità culturale della comunità, oltre alla statura degli uomini illustri, è data perciò da quel che testimoniano gli agiotoponimi, che danno il senso e il perché si è inserito il nome, i microtoponimi che indicano l’importanza di ogni singolo luogo come località che, esaltando la ricchezza delle risorse naturali possedute (ad esempio una sorgente d’acqua, oppure la qualità di una risorsa mineraria o anche di argillite), rimembra il valore specialistico della sua toponimia. Piuttosto che dare il senso di adulazione politico-culturale si prenda esempio del valore storico documentario, dei nomi e i cognomi attestanti il cammino percorso da Vibo Valentia nella sua plurimillenaria esistenza. Si comprenderà in tal modo il perché delle persone immortalate nella toponomastica e si scopriranno i meriti e le virtù degli uomini inseriti. Si comprenderanno altresì i riflessi che, ad esempio, hanno avuto nella toponomastica le terminologie locali come Terravecchia, Scrimbia, Cerasarella, Borgo Nuovo, Forgiari e Conte d’Apice; il senso di Garciali a Piscopio, del Pescatore a Bivona, Santa Venere a Vibo Marina, di nomi cari a Triparni o di San Leoluca nelle Vene e così a Longobardi, Porto Salvo e San Pietro, ben presenti nella memoria storica della città. Una classe dirigente accorta, con una visione lungimirante dovrebbe proporre invece un aggiornamento proprio in virtù del ruolo che svolge da capoluogo di provincia, per esprimere e rappresentare degnamente il senso di appartenenza di ciò che è in questo ambiente storico. E poiché si tratta di una giovane provincia, che rimembra però la precedente Monteleone, già capoluogo dell’età moderna post feudale dal 1806 al 1816, la struttura della toponomastica in primo luogo dovrebbe essere chiamata a cogliere ed esaltare i protagonisti che da quel periodo in poi, sino ad oggi, con le loro opere hanno contribuito a tenere alta la dignità della città. Una rivisitazione della toponomastica del capoluogo dovrebbe basarsi perciò su un’idea che la porta a essere percepita come appartenenza dell’intero popolo provinciale. Un’operazione culturale di questa portata deve evidenziare, oltre all’insieme dei caratteri della storia comunale, anche i luoghi e i personaggi che appartengono al più vasto territorio vibonese. Per identificare nella struttura urbana della città capoluogo il valore del suo ruolo, in un disegno toponomastico-iconografico organico, bisogna quindi riuscire ad esprimere – conclude Furci – il comune sentire nell’immaginario collettivo intanto di tutte le sue frazioni e poi, dunque, dei 50 comuni della sua provincia».

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