sabato,Giugno 22 2024

La Restanza a Propaganda live, Vito Teti accompagna Zoro nelle aree interne del Vibonese

L’antropologo di San Nicola da Crissa, intervistato da Diego Bianchi, apre uno squarcio sulla Calabria e i suoi mali ma anche sulle sue tante possibilità di riscatto: «Serve un’alleanza per rigenerare i luoghi»

La Restanza a Propaganda live, Vito Teti accompagna Zoro nelle aree interne del Vibonese
Diego Bianchi e il professore Teti durante l'ultima puntata di Propaganda Live

Diego Bianchi in arte Zoro riporta in Calabria le telecamere di Propaganda live, popolare trasmissione televisiva di La7. Dopo il focus sulla sanità dall’ospedale di Polistena e l’incursione nella campagna elettorale di Vibo Valentia – che tanto fa ancora discutere in cittàZoro si spinge nell’entroterra vibonese, tra strade che sembrano bombardate e caseggiati non finiti a fare da cornice, per incontrare il professor Vito Teti, antropologo di fama internazionale e teorico della Restanza.

Di Restanza e di Teti Propaganda live aveva già parlato, qualche settimana fa – ospite in studio Antonio Albanese – in occasione della presentazione del film Un mondo a parte, commedia di Riccardo Milani che cita ampiamente l’opera dello studioso in una gustosa gag ambientata in una scuola abruzzese.  

Dunque Zoro ora tocca con mano i luoghi della Restanza, e ciò che Teti dice nel viaggio in auto tra Vallelonga e Simbario, meta di un tipico pasto a base di porcini, diviene a pieno titolo un manifesto politico e al tempo stesso apre uno squarcio, lucidissimo, sulla Calabria, sulla sua narrazione, sui suoi fallimenti e le sue condanne ma anche sulle direttrici di una sua possibile salvezza.

«Vietato parlare male della Calabria»

L’intellettuale di San Nicola da Crissa, con ironia ma non troppo, mette le mani avanti: «Prima di qualsiasi ragionamento, ricordiamoci di dire che la Calabria è una terra bellissima, accogliente, piena di risorse. Con i calabresi ospitali e buoni. Perché se questa cosa non viene detta, ti accusano di parlare sempre degli aspetti negativi della Calabria. E, quindi, questa narrazione edulcorata, che ha naturalmente un fondo di verità, dà l’alibi a qualcuno per dire: “Non dovete parlarne sempre delle cose negative, di ‘ndrangheta, malessere, arretratezza, perché la Calabria è anche altro”. E mi sembra ovvio che sia anche altro. Il problema è che è tutte e due le cose insieme». 

La rappresentazione della Calabria

Da studioso dei fatti sociali, Teti va dritto al punto: «Quello che bisogna dire è che nonostante la Calabria sia bella, fertile, ricca e accogliente, resta arretrata. Quindi bisogna domandarsi perché nasca poi quest’immagine negativa: ci sarà qualche responsabilità delle popolazioni calabresi, dei gruppi dirigenti? È la rappresentazione della Calabria che determina la realtà o piuttosto non è la realtà a determinare le rappresentazioni negative? Possiamo oggi non dire che la Calabria soffre di gravi problemi, come quello dello spopolamento, dell’abbandono, della fuga dei giovani, della mancanza di ospedali? I giovani fuggono perché non possono stare in un posto che oggettivamente è inadatto alle loro aspirazioni lavorative ed è inadatto anche alla qualità di vita che immaginano esserci in altri posti. Come fai a condannare a giudicare le persone che vanno via? Se tutti andassero via – prosegue Teti guidando tra le strade delle Serre -, qui resterebbe il deserto. Ed è quello che vorrebbero altri, ad esempio chi si sta occupando dell’Autonomia differenziata. Svuotare questi territori sarebbe un grave danno anche per il Nord e per quel 67 per cento di giovani che, se avesse le condizioni di una vita adeguata, vorrebbe restare qui».

Un’alleanza per rigenerare i luoghi

«Io credo – osserva Teti – che la criminalità organizzata abbia una grossa influenza, diretta o indiretta, nel far scappare i giovani che non vogliono più esserne condizionati e non vogliono vivere di stenti, di richieste di favori. Non vogliono essere subalterni. Ed è il problema che noi dobbiamo porci, in un’alleanza tra chi è andato via, chi è rimasto, chi vorrebbe tornare per rigenerare questi luoghi».

L’utopia fallita del ‘68

«Da un punto di vista personale – continua – vivo con molta drammaticità e con un senso di ingiustizia questa situazione. Mio nonno è stato emigrato negli Stati Uniti, mio padre in Canada (io l’ho visto la prima volta all’età di otto anni. Speravamo che la nostra generazione, nel ’68, avesse avuto la forza per riscattare sé stessa, per realizzare i sogni dei padri, che volevano farci studiare, farci accedere alla professione. E invece dopo tanti anni di fughe, di spopolamento, di cui nessuno sembra essersi accorto, i miei figli sono fuori, i loro compagni di scuola suono tutti fuori. Abbiamo, ho, perso. Prima con mio padre, poi con i nostri figli che partono come i loro padri e nonni». 

Restare sì, ma come?

«La domanda è: cosa fare per non far partire i giovani? I giovani che devono viaggiare, perché la Restanza deve essere dinamica, aperta, plurale, accogliente, ci mancherebbe restar chiusi nel paesello. Ma chi ha voglia di restare per costruire qualcosa di nuovo, quale incentivo ha? Cosa fa la politica per favorire questo desiderio dei giovani? Allo stato attuale non molto. E invece ci sarebbe da fare tantissimo: per un turismo alternativo, per un ritorno alla terra in maniera moderna, per la messa in sicurezza dei territori. Tutta questa cura darebbe lavoro e anche cultura». Insomma, per dirla con il professore, al diritto a migrare deve corrispondere il diritto a restare, “edificando un altro senso dei luoghi e di sé stessi”. 

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