Dalla rassegna curata da AMA Calabria emergono segnali incoraggianti tra partecipazione e qualità artistica. Ora il nodo riguarda le scelte future e la capacità di rendere stabile uno spazio che può diventare riferimento per giovani, scuole e comunità locale
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C’è un momento, in ogni città, in cui una luce si riaccende – discreta ma ostinata – e chiede soltanto di essere riconosciuta. A Vibo Valentia, quella luce oggi ha la forma del nuovo teatro comunale.
In un paesaggio culturale che negli anni si è progressivamente assottigliato – tra ciò che resiste e ciò che abbiamo perduto, come il Sistema Bibliotecario Vibonese e il festival Leggere&Scrivere – il teatro si è imposto come uno dei pochi presìdi vivi, insieme al conservatorio e al Museo Archeologico Statale di Vibo Valentia. Non è poco. Anzi, è moltissimo, se si considera la fragilità del contesto e la retorica, spesso abusata, di una città che ama dirsi depositaria di un nobile DNA culturale.
In questo quadro, la stagione teatrale realizzata da AMA Calabria ha rappresentato qualcosa di più di una semplice programmazione: è stata una prova di serietà, di misura e, in alcuni momenti, di autentica qualità. Un lavoro costruito con competenza e intelligenza, reso possibile anche da quella capacità – rara, qui – di mettere a sistema esperienze diverse, dalla musica al teatro, creando economie di scala che non impoveriscono l’offerta ma, al contrario, la rendono sostenibile e, soprattutto, degna.
Ricordo, tra le serate più intense, il concerto inaugurale dell’Orchestra del Conservatorio: un momento di composta emozione collettiva, in cui si è avvertito chiaramente che i cittadini, quando messi di fronte alla bellezza, sanno riconoscerla – e forse la aspettano da tempo. Non ho seguito l’intera stagione – l’assenza di abbonamento, e la conseguente difficoltà nel reperire i biglietti, mi ha escluso da alcuni appuntamenti – ma non ho voluto rinunciare, insieme a mia moglie, ad alcune tappe essenziali: il recital pianistico di Andrea Lucchesini, di rara intensità; Il piacere dell’onestà con Pippo Patavina, interprete rigoroso e convincente della lezione pirandelliana; e, infine, L’avaro immaginario, nel viaggio teatrale da Napoli a Parigi guidato da Enzo De Caro, spettacolo colto e vivace, capace di evocare la tradizione della commedia dell’arte senza cadere nella maniera.
Ora che il programma volge al termine, resta anche un piccolo rammarico per ciò che non si è visto. Ma è un rammarico fecondo – il segno che qualcosa ha funzionato.
Il merito di questa prima rassegna va riconosciuto con chiarezza ad AMA Calabria, realtà che da anni opera con profondità nel tessuto culturale regionale, in particolare nel campo musicale, e che dimostra come la continuità progettuale e la competenza possano ancora produrre risultati concreti anche in territori difficili.
Resta, naturalmente, la domanda sul futuro. Non è secondaria. Le scelte dell’amministrazione comunale diranno se questa esperienza sarà stata un episodio o l’inizio di un percorso. Ci si augura che prevalga la continuità – non per inerzia, ma per convinzione – e che il teatro diventi davvero uno spazio abitato: aperto ai giovani, alle scuole, al territorio, e anche a chi, localmente, coltiva con serietà il desiderio di fare teatro.
Perché il teatro – quando è vero – non è intrattenimento accessorio, ma forma di conoscenza. Non è una parentesi brillante nella settimana, ma un esercizio di verità.
E una città che rinuncia a questo, o lo considera superfluo, non perde soltanto spettacoli: perde se stessa.

