In occasione della ricorrenza del Giorno della Memoria, il comune di Spilinga ha reso omaggio alle vittime della Shoah con un’iniziativa coordinata da Nicola Rombolà, docente dell’IIS “P. Galluppi” di Tropea. Una manifestazione di alto valore civile, storico ed educativo che si è svolta nel Salone comunale di piazza San Michele. Al centro dell’incontro la proiezione del docufilm “Mio padre nel lager”, con la regia di Enzo Carone, tratto dall’omonimo libro scritto dal prof. Antonio Pugliese, già docente dell’Università degli Studi di Messina.

All’evento hanno partecipato il sindaco di Spilinga Enzo Marasco, gli studenti della Scuola Primaria e Secondaria di I grado della sede di Spilinga dell’Istituto comprensivo Tropea-Ricadi “Don Francesco Mottola”, accompagnati dai docenti, che hanno avuto modo di dialogare direttamente con l’autore del libro, in un confronto intenso e ricco di riflessioni.

La giornata si è inserita nel solco del dovere della memoria, per non dimenticare i terribili crimini compiuti dal nazismo durante la Seconda guerra mondiale. Un monito che richiama le parole di Primo Levi, poste come incipit al suo libro simbolo dell’Olocausto, “Se questo è un uomo”, in cui l’autore ammonisce a non dimenticare le atrocità di cui fu testimone diretto dopo la deportazione nel lager di Auschwitz il 22 febbraio 1944, luogo divenuto emblema della Shoah. Una disumanità definita “male assoluto”, che deve essere ricordata affinché non si ripeta.

Lo stesso Levi, nel suo ultimo libro “I sommersi e i salvati” (1986), tornando a riflettere sulla persecuzione nazista e sulla propria esperienza ad Auschwitz, analizzando le dinamiche antropologiche e psicologiche di quel sistema di annientamento, scrive: «Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre».

Un’affermazione di drammatica attualità, poiché – come è stato sottolineato nel corso dell’incontro – ciò che è accaduto allora sembra ripetersi oggi, seppur in forme nuove e diverse, su più fronti del mondo. Sempre Levi, affrontando il tema della cosiddetta “zona grigia”, descrive il potere come una forma di dipendenza: «Il potere è come una droga: il bisogno dell’uno e dell’altra è ignoto a chi non li ha provati, ma dopo l’iniziazione […] nasce la dipendenza e la necessità di dosi sempre più alte; nasce anche il rifiuto della realtà e il ritorno ai sogni infantili di onnipotenza».

Un delirio di onnipotenza che sembra attraversare l’intera società contemporanea, dai livelli più alti a quelli più bassi del potere, come una forma di narcotizzazione collettiva. Non a caso è stato richiamato anche il celebre ammonimento di Francisco Goya (1797): «Il sonno della ragione genera mostri».
Protagonista dell’iniziativa è stato il libro “Mio padre nel lager” di Antonio Pugliese, da cui è stato tratto il docufilm proiettato nel corso dell’incontro. Ad aprire ufficialmente la giornata è stato il sindaco Enzo Marasco, che ha sottolineato il valore della ricorrenza: «Il comune di Spilinga ricorda e onora le vittime dell’Olocausto e di tutte le conseguenze della Shoah. Ricordiamo con rispetto ed emozione le vittime innocenti e rinnoviamo l’impegno a promuovere la cultura della pace, della tolleranza e del rispetto dei diritti umani. Un pensiero particolare va alle famiglie che hanno subito le conseguenze della Shoah».

Il primo cittadino ha inoltre ringraziato il dirigente scolastico Francesco Fiumara dell’Istituto comprensivo Tropea-Ricadi “Don Francesco Mottola” per aver consentito la partecipazione degli studenti e degli insegnanti della Primaria e della Secondaria di I grado di Spilinga, soffermandosi infine sulla drammatica vicenda raccontata nel libro.

Nel suo intervento, il prof. Antonio Pugliese ha spiegato le motivazioni che lo hanno spinto a rievocare la storia del padre, sottolineando come, dalla pubblicazione del libro nel 2007, abbia partecipato a circa cinquanta iniziative in tutta Italia. Prima della proiezione del docufilm, gli studenti hanno posto all’autore numerose domande, chiedendo, tra l’altro, perché gli uomini siano stati capaci di tali atrocità, cosa fossero i lager, perché gli ebrei siano stati perseguitati, come sia cambiata la vita del padre dopo l’esperienza del campo di concentramento e come venissero trattati i bambini.

La vicenda narrata è quella di Giuseppe Pugliese, carabiniere di stanza in Grecia che, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, venne deportato in Germania e internato nei campi di prigionia, per poi intraprendere un avventuroso e difficile ritorno a casa al termine della Seconda guerra mondiale. La sua storia è stata ricostruita nel docufilm attraverso scene interpretate da attori locali e immagini di repertorio.
Le immagini delle condizioni dei prigionieri e di milioni di esseri umani ridotti a scheletri, sottoposti a torture indicibili, hanno restituito con forza il significato del male assoluto: documenti inimmaginabili per la ferocia e la mostruosità di cui è capace l’essere umano quando perde la propria umanità.

Al termine della proiezione, la commozione in sala era palpabile. Anche lo stesso autore, pur avendo visto il docufilm innumerevoli volte, si è profondamente emozionato rivedendo il padre raccontare, in alcuni flash, la propria storia. Una sofferenza che Giuseppe Pugliese seppe trasformare grazie alla scoperta della sua vena artistica, diventando scultore e realizzando numerosi bassorilievi in legno e sculture in pietra bianca locale.

Le sue opere sono state successivamente descritte e documentate nel libro “Giuseppe Pugliese. L’artista solitario” (2011), sempre a cura di Antonio Pugliese, dal quale emerge come le figure scolpite siano il risultato dell’ineffabile dolore che l’artista si portò dentro. “Volti piagati ma non piegati”, come ha evidenziato l’autore. Nel volume, la vita del padre viene sintetizzata con parole di forte intensità: «Il silenzio e la solitudine hanno contraddistinto la sua esistenza, così come le peripezie e gli oltraggi della sorte. I bassorilievi attaccati alle pareti, le sculture in legno dislocate agli angoli della casa e le pietre scolpite adagiate sul verde del suo giardino, sono l’espressione di un’interiorità profonda e complessa che intende lasciare ai posteri un messaggio della propria esistenza».

La giornata si è conclusa con le letture degli studenti, tra cui il celebre discorso finale del film “Il grande dittatore” di Charlie Chaplin (1940), potente messaggio di pace e fraternità. Infine, la prof.ssa Raffaella Pugliese ha letto un brano tratto dal libro di Elisa Springer, “Il silenzio dei vivi” (2019): «Quand’è che costruisco la pace? Quando al posto di un sì metto un no, quando al posto del rancore metto il perdono, quando al posto della morte metto la vita, quando al posto dell’io metto Dio…».