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L’associazione ambientalista mette in evidenza le contraddizioni tra gli strumenti di limitazione della diffusione dell’ungulato e i risultati concretamente raggiunti: «E’ bene fare chiarezza»

Ambiente

La notizia dell’ennesimo avvio della cosiddetta caccia di selezione al cinghiale in alcuni comuni del Vibonese, a soli tre mesi dalla fine della stagione ufficiale e fino a tutto agosto, unitamente alla proposta avanzata dal Parco delle Serre di attivare lo stesso provvedimento entro i confini dell’area protetta, suscita molte perplessità nel Wwf provinciale, sia dal punto di vista giuridico che sostanziale. Più volte il Wwf ha dimostrato con dati alla mano che il ricorso agli abbattimenti e la stessa caccia in braccata non hanno risolto il problema della presenza e dei danni che il cinghiale arreca all’agricoltura, tant’è che ogni anno si adottano gli stessi provvedimenti, prova evidente dell’inefficacia di quelli precedenti. I Piani selezione-fotocopia approvati dalla Regione sono clamorosamente falliti per come dimostrano i capi abbattuti (384) rispetto ai cervellotici obiettivi di contenimento (3375), in una generale situazione di conflittualità tra le varie categorie animate da interessi diversi e contrapposti. Il perseverare dunque nell’errore dimostra che il problema cinghiale viene sfruttato per poter cacciare praticamente tutto l’anno e magari in zone protette, spacciando di volta in volta tale attività come la panacea di tutti i mali, salvo ripetere alla prima occasione che “i cinghiali sono in aumento” e senza che nessuno mai abbia dimostrato di quanto. Ormai siamo alla farsa: nelle conclusioni del piano regionale 20167/17 si legge testualmente che il piano “ha, per grandi linee, conseguito l’obiettivo prefissato, cioè quello di fronteggiare lo sproporzionato aumento della popolazione di cinghiale ad un livello sostenibile per l’ecosistema e a limitare i danni arrecati alle colture agricole”, salvo poi dichiarare nel piano attuale che “il numero di animali è in forte aumento”. A questo punto delle due l’una: o è vera la prima o è vera la seconda affermazione, perché non si è mai vista al mondo una popolazione di animali che, diminuendo, aumenta! 

L’andamento dei carnieri ci dice invece che il numero di cinghiali abbattuti negli ultimi anni si è più che dimezzato, passando dai 13.500 capi della stagione 2013/14 ai 6.059 del 2016/17. Altro dato che indica la completa improvvisazione e il carattere demagogico di tali provvedimenti: se, come sostenuto dal piano, i cinghiali sono in aumento, come si spiega che il numero dei capi da abbattere è di “soli” 510 capi, visto che l’anno prima i soggetti da eliminare erano oltre 3.300? Logica vorrebbe che se i cinghiali sono in aumento, se ne dovrebbero abbattere di più, non di meno! A leggere poi i dati sulle denunce presentate per danni alle coltivazioni o per incidenti stradali, (133 per le tutte le province calabresi, tranne Reggio da cui non risultano denunce) si rimane trasecolati quando si apprende che tali danni sono “da attribuire anche alla eccessiva presenza di lupi (sic!) nelle aree montane”, mischiando in un pot-pourri agricolo-zootecnico, letteralmente, pecore e patate.

Per pura curiosità scientifica gradiremmo però sapere dalla Regione quanti sono questi lupi “eccessivi”, e quanti dovrebbero essere quelli, diciamo, “ecocompatibili”, con la speranza che, così come per il cinghiale, non si organizzino dei corsi per moderni “lupari” (non fosse altro perché loro, i lupi, la caccia di selezione ai cinghiali, la fanno da molto tempo prima di allattare Romolo e Remo). Insomma, ogni anno è il solito disco incantato, come se un ammalato continuasse a curarsi con una medicina che, non solo non lo ha fatto guarire, ma che addirittura lo fa aggravare a causa degli effetti collaterali. Diversi studi hanno infatti dimostrato che il cinghiale ha sviluppato diversi sistemi di reazione all’attività venatoria, come la tattica  delle femmine che accrescono il loro tasso riproduttivo in giovanissima età, a differenza di quanto avviene in popolazioni non soggette alla caccia in cui si riproducono invece femmine adulte che stabilizzano la popolazione. Un altro fattore da sottolineare è che i cinghiali sottoposti a pressione venatoria tendono a diffondersi su territori anche molto lontani (mentre in aree non cacciate la dispersione è limitata a un raggio di pochi km e solo il 5 per cento dei soggetti tende a disperdersi), con un evidente effetto boomerang.

Il Wwf ricorda a tale proposito che la regione italiana e i paesi europei dove ci sono più cinghiali e ungulati in genere, non sono, per come potrebbe sembrare, quelli in cui ci sono pochi cacciatori, ma quelli in cui ce ne sono di più , vedi Toscana, dove si registra un aumento dei danni nonostante la Legge Obiettivo del 2016 “sulla gestione degli ungulati”. La proposta del Parco risulta però irricevibile anche dal punto di vista del rispetto delle leggi: la norma che regolamenta il controllo della fauna selvatica (Legge 157 /92 , art.19 comma 2) prevede infatti che tale controllo, “anche nelle zone vietate alla caccia”, debba avvenire “mediante l’utilizzo di metodi ecologici, su parere dell’Ispra” e che solo dopo che lo stesso Istituto scientifico ne abbia accertato la inefficacia, si possono autorizzare i piani di abbattimento ma, e qui viene il bello, tali piani non possono assolutamente essere attuati da cacciatori o selettori che dir si voglia, bensì dalle guardie venatorie provinciali, dalle (ex) “guardie forestali”, che si possono avvalere dei proprietari o dei conduttori dei fondi su cui si attuano i piani medesimi. In soldoni: prima bisogna avere i dati sull’entità degli squilibri ecologici e sui danni denunciati (e periziati) degli agricoltori, poi bisogna adottare i metodi ecologici (ad esempio i chiusini) e, solo se questi falliscono, procedere agli abbattimenti sui terreni dove si sono accertati i danni

La stessa legge in materia di aree protette n.394/91 individua espressamente (art.11 c. 4) nell’accertamento di “squilibri ecologici” da parte dell’ Ente Parco, la precondizione necessaria per una deroga al divieto di uccisione di animali selvatici nei parchi sancito dalla legge medesima. Se i cinghiali se ne stanno per i fatti loro in un bosco, mangiando quello che gli fornisce la natura, sacrificando qualche tenero lattonzolo o rossastro ai lupi, per come è sempre avvenuto, qual è il problema? Viceversa, quando i cinghiali fanno danni o rappresentano un pericolo (e nessuno qui vuole sostenere il contrario) esistono dei sistemi validi, sperimentati in altre aree protette, per limitarne la presenza e che noi auspichiamo da tempo. Che poi, guarda caso, sono gli stessi metodi che vengono indicati nel piano del 2018 e che funzionari dell’assessorato all’Agricoltura si erano impegnati a mettere in pratica. Ma, si sa: verba volant, venatores premunt.

*Responsabile settore conservazione Wwf Vibo Valentia 

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