A Limbadi le vittime non restino sole ma non si dica che lo Stato non c’è

A due mesi dall’autobomba che ha ucciso Matteo Vinci occorre sgombrare il campo da ogni dubbio sul nuovo corso dell’antimafia in una provincia strategica per l’assetto della ‘ndrangheta 

A due mesi dall’autobomba che ha ucciso Matteo Vinci occorre sgombrare il campo da ogni dubbio sul nuovo corso dell’antimafia in una provincia strategica per l’assetto della ‘ndrangheta 

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Carabinieri davanti all'abitazione di Sara Scarpulla

Ci addentriamo consapevolmente, e doverosamente, in un campo minato. Perché il nostro lavoro non è solo quello di raccontare asetticamente i fatti. Esistono circostanze in cui l’analisi e la critica sono necessari. E la conferenza stampa tenuta ieri dall’avvocato Giuseppe Antonio De Pace e dalla signora Sara Scarpulla è una di queste. 

Con le vittime e lo Stato. La premessa. Abbiamo un dovere: essere vicini alle vittime di mafia, perché tali sono la signora Sara, suo figlio Matteo, ucciso dall’autobomba esplosa a Limbadi il 9 aprile scorso, e suo marito Francesco Vinci, sopravvissuto, pur con gravissime e permanenti ferite, allo stesso attentato. Al contempo abbiamo un altro dovere: salvaguardare il prestigio e l’immagine delle istituzioni, in particolare della Direzione distrettuale antimafia, dell’Arma dei carabinieri e della Prefettura di Vibo Valentia, nel momento forse più delicato e importante della storia della lotta alla criminalità organizzata in una provincia strategica negli equilibri della ’ndrangheta. Senza sé e senza ma dalla parte delle vittime, quindi, ma anche dello Stato. Senza se e senza ma, soprattutto, contro le cosche, che a queste latitudini si chiamano clan Mancuso, ma sono rappresentate anche da entità, satelliti, subordinate o rivali che – come ha ribadito il procuratore Nicola Gratteri, sin dal suo insediamento, esprimendo una posizione rivoluzionaria rispetto all’approccio avuto dalla magistratura requirente in epoche antecedenti – costituiscono una criminalità organizzata di Serie A

Le accuse e le risposte. Don Ennio Stamile ha difeso Libera e la sua presenza sul territorio vibonese dalle accuse lanciate dall’avvocato De Pace che davanti alle telecamere ha strappato le tessere dell’associazione di don Ciotti, rea – a giudizio del legale – di aver abdicato al proprio ruolo e aver contribuito alla solitudine della signora Sara. E le istituzioni? Quelle che in due mesi hanno fatto i conti con l’autobomba di Limbadi, la scellerata mattanza di Francesco Olivieri a Nicotera e l’eccidio di Somalia Sacko a San Calogero? Aver risolto gli ultimi due casi in 48 ore, dimostrando che qui non comandano le lupare ma esiste uno Stato che sa dare risposte evidentemente non basta. Bisogna arrestare mandanti ed esecutori materiali della strage del 9 aprile. E presto, speriamo, ciò avverrà. Nel frattempo non si dica – non lo faccia, non lo ripeta, l’avvocato De Pace, il quale certamente ringraziamo per aver salvaguardato il lavoro di “scorta civica” dei giornalisti – che servono dei contractor per proteggere la signora Sara, né, soprattutto, che bisogna ingaggiare “investigatori privati possibilmente stranieri” per indagare e risolvere questo caso. Ciò perché significa ferire ingiustamente  l’immagine di una Procura antimafia e di un’Arma forse mai così presenti e al contempo cosi forti in questo avamposto. 

L’antimafia di ieri e di oggi. Si è passati da un’epoca in cui la Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro piangeva miseria, perché non aveva magistrati, né toner, né carta (qualcuno ricorda ancora il sindaco di San Lorenzo del Vallo che fece misericordia donando un furgone di risme A4 agli uffici di piazza Matteotti) ad una fase in cui abbiamo un procuratore capo che dice “siamo al completo, abbiamo tutto, abbiamo il meglio e non abbiamo scusanti”. Siamo passati da un’epoca di frizioni, tra apparati dello Stato, tra uffici, tra reparti e stazioni, ad un’altra in cui lo Stato è un corpo unico e ovunque c’è il meglio del meglio, dal Ros ai comandi provinciali, dai reparti investigativi alle stazioni, nelle questure, nelle sedi della Guardia di finanza. E i risultati, i primi, in questa provincia sono già arrivati. Ciò non significa affatto che nei lustri precedenti l’antimafia non abbia lavorato. Sono stati conseguiti importanti risultati con imponenti operazioni di polizia giudiziaria, fermando guerre di mafia, disarticolando cosche parassitarie e violente, storiche, mai messe in ginocchio, gli Accorinti, i Tripodi, i Patania, ma senza che vi fosse una visione organica di contrasto al fenomeno che ha sempre concepito i Mancuso come l’obiettivo primario e le altre cosche come semplici appendici. Salvo scoprire col tempo che se si ammazza uno come Damiano Vallelunga a Riace (e Gratteri che ha coordinato l’indagine “Confine” sa bene di cosa parliamo) si alimenta una guerra di mafia che fa morti su morti da Milano alla Jonica calabrese. Salvo rendersi conto, con il tempo, che i Piscopisani non erano un gruppo di straccioni, ma sedevano al tavolo con Peppe Commisso “il Mastro” e don Micu Oppedisano (anche questo Gratteri lo sa, perché fu sempre lui, quand’era a Reggio e guidò quel filone di “Crimine”, a scoprilo) e con i Bonavota, gli Anello, gli Emanuele e i Vallelunga la guerra ai Mancuso non si erano messi in testa di farla ma avevano iniziata a farla. Nessuna pietà allora per i Mancuso, ma non si pensi più, mai più, che se si arrestano i rivali si fa un favore ai limbadoti. Ora, per vincere, non c’è solo Gratteri, non ci sono solo gli uomini giusti, nella qualità e nel numero, al posto giusto. Ora c’è, grazie a Gratteri e ai suoi, ciò che prima non c’era: la visione, la consapevolezza, della realtà, che è profondamente mutata rispetto a quella fotografata nel 2003 dalla più grande operazione antimafia mai condotta su questo territorio, “Dinasty”. Una consapevolezza che, attenzione, anticipa e non segue la collaborazione di pentiti eccellenti, come Andrea Mantella e Raffaele Moscato

In conclusione. E allora, non lasceremo mai sola Sara Scarpulla, daremo sempre voce all’avvocato De Pace che si è sempre speso per proteggere questa donna, la sua famiglia e ciò che rappresentano: vittime di mafia. Non si dica, però, che qui lo Stato non c’è. Perché ciò significa commettere un’ingiustizia clamorosa nei confronti di chi, ora più che mai, come questa Dda e questi carabinieri, lavora per rendere giustizia a Matteo e a tanti come lui, con la vita o la paura, rappresentano le vittime dimenticate di una criminalità organizzata che è stata padrona e che ora non lo è più.

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