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Se Atene piange, Sparta non ride. Se Vibo è stata, da una mano anonima, definita “città morta”, qualcun altro ha usato per Vibo Marina l’epiteto di “la bella addormentata nel Golfo”

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Ormai caduta in una lenta ma inarrestabile agonia, la principale frazione di Vibo vive la vigilia elettorale sospesa tra un sentimento d’indignazione, per l’abbandono, il degrado, l’incuria in cui è stata lasciata precipitare dalle ultime amministrazioni comunali, e la preoccupazione per il futuro, consapevole di essere giunta allo stadio finale, non più reversibile, di un processo oltrepassato il quale è impossibile tornare indietro. In pratica, per molti, è giunta al cosiddetto “punto di non ritorno”. La comunità delle cosiddette “Marinate”, brutto termine che contiene in sé una connotazione quasi dispregiativa, dopo le speranze suscitate dai primi insediamenti industriali degli anni ’60, s’impoverì economicamente, socialmente, culturalmente e, di conseguenza, anche sul piano della politica. Nessuna classe dirigente poté crescere, a prescindere dalla capacità dei singoli e così, nonostante la preparazione e spesso anche l’onestà intellettuale di molti, ebbe il predominio la cultura dei furbi e dei pressappochisti che, meglio di chiunque altro, seppero interpretare il ruolo di servitori di una politica comunale centralista, restìa ad aperture e a reali processi economici di sviluppo. In questo contesto, Vibo Marina visse di luce riflessa, di scelte decise altrove sopra di essa e spesso contro di essa e per le quali c’era bisogno soltanto di esecutori materiali e non di una classe dirigenziale. La politica ha responsabilità antiche soprattutto per non aver saputo delineare una vocazione per la cittadina. Dopo il pesante processo di deindustrializzazione, che ha lasciato cicatrici profonde e difficili da rimarginare, la programmazione delle possibili linee d’intervento è stata lacunosa, per non dire del tutto assente, e ha portato alla desertificazione del territorio costiero lasciandolo disseminato di cimiteri industriali. Dopo il sogno industriale, trasformatosi in un miraggio, è mancata completamente la ricerca di fonti alternative di sviluppo; in particolare non è mai esistita una reale politica che incentivasse il turismo, mentre il porto appare sempre più come un deserto d’acqua, ignorato dal traffico mercantile e crocieristico limitandosi ad accogliere soltanto la movimentazione di prodotti petroliferi. Mentre rimangono sullo sfondo, intonsi, problemi che da decenni aspettano una risposta, in primis il recupero dei siti industriali dismessi che attendono invano un’opera di risanamento e di eventuale riutilizzo; non è azzardato calcolare la loro ingombrante e inquinante presenza come un quarto dell’intera superficie della cittadina portuale. Nella tornata elettorale del 2015, Vibo Marina aveva contribuito in maniera determinante all’affermazione del sindaco Costa riuscendo a far eleggere una nutrita rappresentanza di consiglieri, in numero forse mai visto prima di allora. Al disincanto che ha fatto seguito alle illusioni create dall’Amministrazione decaduta fa da contraltare la speranza (notoriamente l’ultima a morire) che le prossime elezioni di maggio possano rappresentare la “primavera di Vibo”, ma i più pessimisti ritengono che il famoso punto di non ritorno sia stato già oltrepassato.

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