Bancarotta fraudolenta nel Vibonese: gli imprenditori Prestia condannati in Cassazione

La Suprema Corte riconosce la penale responsabilità di padre e figlio a seguito del fallimento dell’impresa di costruzioni 

La Suprema Corte riconosce la penale responsabilità di padre e figlio a seguito del fallimento dell’impresa di costruzioni 

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Confermata dalla Cassazione la sentenza di condanna nei confronti degli imprenditori Antonio Prestia, 50 anni, e Carmine Prestia, 30 anni, rispettivamente padre e figlio ed entrambi originari di San Calogero ma residenti a Filandari. Bancarotta relativa al fallimento (dichiarato l’11 dicembre 2008) della “Prestia Costruzioni” la contestazione per la quale Antonio Prestia è stato condannato a 3 anni e due mesi, mentre un anno e due mesi è la condanna per Carmine Prestia. Entrambi gli imputati sono stati giudicati con il rito abbreviato che è valso loro uno sconto di pena pari ad un terzo in relazione ai reati di bancarotta fraudolenta patrimoniale per avere Carmine Prestia in qualità di legale rappresentante della Pre.Co Italia srl con sede a Filandari e Antonio Prestia, quale amministratore unico della società fallita, distratto dal patrimonio della “Prestia Costruzioni” beni societari per un ammontare complessivo di 109.000,00 euro, attraverso la cessione di un ramo di azienda, solo apparentemente a titolo oneroso, alla Pre.Co. Italia s.r.l.; nonché per avere distratto crediti societari verso i clienti per la somma di 615.372,00 euro, ceduti gratuitamente alla società Pre.Co. ltalia s.r.l. Il solo Antonio Prestia è stato poi ritenuto colpevole di aver tenuto i libri e le altre scritture contabili in modo da non rendere possibile la ricostruzione del proprio patrimonio e per non avere ottemperato all’ordine del giudice di depositare le scritture contabili e fiscali obbligatorie e l’elenco dei creditori. I ricorsi di Antonio e Carmine Prestia sono stati ritenuti dalla Suprema Corte inammissibili in quanto tutte le censure proposte sono state ritenute “reiterative di quelle oggetto degli atti di appello, in relazione alle quali la Corte d’Appello ha correttamente, congruamente e logicamente risposto”. Il consulente tecnico d’ufficio avrebbe inoltre “chiarito come le annotazioni contabili della Prestia Costruzioni s.r.l. non si riferissero a crediti ceduti a titolo gratuito, bensì a fatture da emettere in relazione a ricavi risultanti da esercizi precedenti, stornati in quanto non realizzabili. La Corte d’appello, richiamando anche la sentenza di primo grado, chiarisce bene – scrive la Cassazione – che la movimentazione del conto “fatture da emettere” per l’importo di 615.372,88 euro, interamente cedute a valore zero mediante un’operazione di svalutazione, non ha trovato attendibile giustificazione nel mero errore commesso dal commercialista per non avere, invece, movimentato il conto “perdite su commesse”. D’altronde la società Pre.Co amministrata da Carmine Prestia (figlio di Antonio) era stata costituita solo un mese prima della cessione gratuita del ramo di azienda e della contestuale cessione di crediti a valore zero. E’ risultato quindi evidente ai giudici di merito l’intento fraudolento di entrambi gli imputati nelle operazioni di svuotamento della società fallita poco più di due anni dopo”. L’operazione “New Age” contro i Prestia era scattata nel febbraio del 2011 ad opera della Guardia di Finanza di Vibo Valentia (Nucleo di polizia tributaria) con il coordinamento della locale Procura.    LEGGI ANCHE: Evasione fiscale e bancarotta: sequestro da 2,3 milioni di euro a imprenditori della ristorazione – Nomi

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