Lavori sull’autostrada nel Vibonese, confermata condanna ad imprenditore Prestanicola

Per i giudici le imprese avrebbero pagato, attraverso i subappalti, una tangente da un miliardo di lire al clan Mancuso quale “tassa ambientale”

Per i giudici le imprese avrebbero pagato, attraverso i subappalti, una tangente da un miliardo di lire al clan Mancuso quale “tassa ambientale”

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Confermata dalla Corte di Cassazione la condanna a 9 anni di reclusione per l’imprenditore del calcestruzzo Giuseppe Prestanicola, 66 anni, di Soriano Calabro, ritenuto responsabile dei reati di concorso esterno in associazione mafiosa (clan Mancuso) ed estorsione aggravata dalle modalità mafiose. Regge, dunque, anche al vaglio della Suprema Corte l’operazione antimafia denominata “Autostrada” sulle infiltrazioni mafiose nei lavori autostradali nel tratto ricompreso fra gli svincoli di Lamezia Terme e Gioia Tauro, con particolare riferimento al tratto ricadente in provincia di Vibo Valentia. La sentenza di primo grado era stata emessa dal Tribunale collegiale di Vibo Valentia presieduto da Vincenza Papagno – giudici a latere Graziamaria Monaco e Giovanna Taricco – il 18 novembre del 2015, mentre quella della Corte d’Appello di Catanzaro è datata 22 giugno 2017. Per la Suprema Corte, l’assoluzione incassata da Giuseppe Prestanicola nel processo “Luce nei boschi” per concorso esterno riguarda l’associazione ‘ndranghetista capeggiata dai Loielo, attiva sui soli comuni di Gerocarne, Sorianello, Soriano Calabro, Vazzano, Pizzoni, Arena, Dasà ed Acquaro, mentre nel procedimento nato dall’operazione “Autostrada” si tratta di concorso esterno nella consorteria capeggiata dai Mancuso, attiva in Limbadi Nicotera, Vibo Marina, Tropea e comunque nell’intera provincia vibonese. “Sebbene la condotta contestata risulti analoga (quanto a titolo di reato e modalità), in quanto necessariamente collegata all’attività imprenditoriale svolta dal ricorrente tramite le sue imprese, la stessa – scrivono i giudici – veniva realizzata in ambiti territoriali differenti a seconda della competenza delle cosche ed a vantaggio di soggetti diversi (cosca Loielo nel primo processo e cosca Mancuso nel secondo). Da qui l’esclusione del ne bis in idem (doppio giudizio sui medesimi fatti), mentre per quanto riguarda il processo nato dall’operazione “Arca” della Dda di Reggio Calabria (dal quale Prestanicola è stato assolto), la questione per la Cassazione potrà eventualmente essere proposta dinanzi al giudice dell’esecuzione. Quanto poi alla “Calcestruzzi San Domenico s.r.l”. ed alla ditta individuale Prestanicola Giuseppe, per la Suprema Corte si tratta di imprese che sono state “utilizzate per commettere il reato di concorso esterno per cui l’imputato è stato giudicato colpevole e che i giudici di merito hanno asseverato essere nella diretta disponibilità del ricorrente, tanto che sono state confiscate”. Il ricorso in Cassazione era stato infine proposto anche Prestinacola Domenico, Prestinacola Maria Teresa, Prestinacola Catena e Prestinacola Luca, quali terzi intervenuti nel procedimento penale, per l’annullamento della sentenza nella parte in cui ha rigettato la richiesta di revoca della confisca dei beni loro intestati. Anche su tale punto, però, i giudici hanno ritenuto il ricorso inammissibile.                                                          L’appalto per i lavori di ammodernamento del tratto autostradale dell’A3 ricompreso fra gli svincoli di Vibo Valentia-Sant’Onofrio e Mileto e che ricadeva nei comuni di Sant’Onofrio, Vibo, Stefanaconi, Vazzano, Pizzoni, Soriano e Gerocarne, era stato aggiudicato dall’Anas all’Ati di imprese “Toto spa” e “Schiavo spa”. A seguito di alcuni furti nei cantieri denunciati dalla Toto e da Giuseppe Prestanicola che svolgeva lavori in sub-appalto per la stessa Toto (impresa che aveva il proprio cantiere a Sant’Onofrio in via Allende), il Ros di Catanzaro aveva avviato un’articolata attività d’indagine. Dalle intercettazioni è così emerso un “sistema Calabria” e quello che è stato definito come un “modo di vivere” delle imprese edili in terra calabrese che “quando si aggiudicavano una commessa dovevano consentire a tutti gli amici di “mangiare”. Una situazione di “sicurezza ambientale” che ha portato i responsabili delle imprese appaltatrici dei lavori a cercare di capire a chi rivolgersi per salvaguardare i cantieri da possibili attentati che potevano mettere a rischio la stessa incolumità fisica degli operai. Il Tribunale di Vibo ha riconosciuto che il principale “problema ambientale” era costituito dal pagamento di somme di denaro al clan Mancuso a titolo di estorsione ed in tal senso i Mancuso sarebbero stati “i referenti ultimi di Prestanicola per la sicurezza sul cantiere” con un’estorsione dell’1% sui lavori complessivi appaltati. Estorsione poi pagata attraverso i subappalti. Al fine di ottenere la tangente da un miliardo di vecchie lire, la cosca Mancuso avrebbe imposto alle imprese appaltatrici la sovrafatturazione dei lavori e l’affidamento dei subappalti, mediante il “nolo a freddo”, a ditte ritenute vicine al clan come quella dell’imprenditore Giuseppe Prestanicola di Soriano Calabro.   LEGGI ANCHE: Inchiesta sui lavori autostradali nel Vibonese: Cassazione conferma sequestro alla Cavalleri

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