‘Ndrangheta: armi per la faida nelle Preserre vibonesi, condannati i fratelli Loielo

Sentenza definitiva della Cassazione per Rinaldo e Valerio Loielo, protagonisti dello scontro con gli Emanuele. Agli atti anche le dichiarazioni del pentito Raffaele Moscato ed il ruolo di Pantaleone Mancuso

Sentenza definitiva della Cassazione per Rinaldo e Valerio Loielo, protagonisti dello scontro con gli Emanuele. Agli atti anche le dichiarazioni del pentito Raffaele Moscato ed il ruolo di Pantaleone Mancuso

Informazione pubblicitaria
Informazione pubblicitaria

Confermata dalla Suprema Corte la penale responsabilità dei fratelli Rinaldo e Valerio Loielo, rispettivamente di 28 e 25 anni, di Ariola di Gerocarne, per la detenzione illegale di armi da utilizzare per la faida con il clan Emanuele. Nello specifico si tratta di un fucile automatico calibro 12 con matricola abrasa e relativo munizionamento a pallettoni, di una pistola revolver calibro 357 “Smith e Wesson” di provenienza clandestina e con cinque proiettili dello stesso calibro. Condanna anche per il reato di ricettazione con l’aggravante dell’agevolazione delle attività di stampo mafioso. A seguito di duplice agguato ai danni di alcuni componenti della famiglia Loielo, i carabinieri il 7 novembre 2015 avevano eseguito una perquisizione nell’abitazione degli imputati, in territorio di Gerocarne, e relative pertinenze, estesa ai terreni limitrofi. In un capannone, distante cento metri dall’abitazione e destinato a ricovero di mezzi da lavoro, era stato rinvenuto un «kit» per la pulizia di armi, composto da tre scovoli per pistola e tre scovoli per fucile calibro 12 con annessa bacchetta. Il terreno adiacente si presentava disseminato di buche, scavate anche di recente, nonché di contenitori in plastica vuoti, uno dei quali aventi la forma di un’arma lunga. Seguendo le buche, i militari dell’Arma avevano raggiunto un’area incolta e, in essa, un sentiero a stento aperto tra i rovi, che conduceva ad uno spiazzo recintato da arbusti, ben isolato dal contesto circostante. Qui, su un tavolino in plastica, circondato da sedie, erano state rinvenute le armi e le munizioni avvolte nella stoffa e custodite in un tubo in Pvc (cloruro di polivinile); assieme alle armi era stato rinvenuto, tra l’altro, un bidoncino da tre litri contenente liquido infiammabile. La pistola presentava la matricola abrasa, mentre il fucile era stato oggetto di furto denunciato tempo addietro. Entrambe le armi erano state sequestrate. I fratelli Loielo erano tratti in arresto ed era attivato un servizio di intercettazione di comunicazioni tra presenti nella loro abitazione. Erano così state captate una serie di conversazioni, intercorse tra la madre dei medesimi, la moglie dell’imputato Rinaldo Loielo e un cugino omonimo (classe 1995). In particolare, il giorno seguente l’arresto, i congiunti commentavano il mancato sequestro, all’atto della perquisizione, di un «metal detector», nonché il mancato rinvenimento di un’altra arma, mentre si udivano in sottofondo il rumore del suo scarrellamento e altri riferimenti ad essa. Riferimenti all’esistenza delle armi sequestrate, pronte per l’uso, erano altresì contenuti in un’intercettazione successiva, intercorsa tra la madre degli imputati e il consuocero Domenico Ciconte.          Per la Cassazione, l’antica faida esistente tra la famiglia Loielo e quella degli Emanuele, sfociata in plurimi fatti di sangue ai danni di esponenti dell’una e dell’altra “famiglia”, emergeva dagli atti di altro procedimento penale. Il 6 febbraio 2013 l’imputato Rinaldo Loielo era stato quindi intercettato a colloquio con Pantaleone Mancuso, alias “Scarpuni”, all’interno di un bar a Nicotera Marina, mentre programmava agguati contro il gruppo avversario, e in particolare contro il futuro collaboratore di giustizia Raffaele Moscato (intraneo al gruppo dei Piscopisani, legato agli Emanuele), a mezzo di un ordigno esplosivo, poi in effetti sequestratogli e in relazione al quale è stato condannato con il riconoscimento dell’aggravante dell’agevolazione mafiosa. Raffaele Moscato aveva successivamente iniziato a collaborare con la giustizia ed aveva ricostruito in maggiore dettaglio le vicende della faida, risalente almeno all’anno 2002; aveva riferito come essa fosse tuttora in corso, tanto che lui stesso aveva ricevuto l’incarico di uccidere Rinaldo Loielo per conto degli Emanuele. Secondo la Cassazione, inoltre, il chiaro tenore delle conversazioni intercettate sono “elementi tutti univocamente convergenti della dimostrazione di una situazione di codetenzione degli ordigni in capo ad entrambi i germani; situazione di cui i familiari citati avevano piena consapevolezza, senza che ciò potesse contraddire la responsabilità degli imputati”. Quanto “all’esistenza dell’aggravante speciale, emergono gli elementi dell’esistenza della faida per il controllo del territorio tra gli opposti gruppi criminali dei Loielo, appoggiati dalla famiglia Mancuso, e degli Emanuele, supportati dall’emergente gruppo dei Piscopisani, che aveva trovato conferma nelle dichiarazioni del collaboratore Moscato e negli agguati immediatamente precedenti i fatti di causa”. I due condannati – 6 anni e 8 mesi ciascuno in primo grado, riforma di pochi mesi meno in appello – sono figli di Giuseppe Loielo, ucciso nel 2002 a colpi di kalashnikov, insieme al fratello Vincenzo. Il 5 novembre 2015 lo stesso Valerio Loielo era rimasto vittima di un tentato omicidio.    In foto dall’alto in basso: Valerio Loielo, Rinaldo Loielo, Pantaleone Mancuso e Raffaele  Moscato    LEGGI ANCHE: ‘Ndrangheta: omicidi dei fratelli Loielo a Gerocarne, i motivi delle condanne all’ergastolo

Informazione pubblicitaria

Rideterminazione pena rigettata in Cassazione per boss di Gerocarne

‘Ndrangheta: “Black Widows”, le dichiarazioni inedite del pentito Figliuzzi e la sua affiliazione

‘Ndrangheta: le dichiarazioni dei pentiti “vibonesi” che “incastrano” Figliuzzi e Loielo

‘Ndrangheta: bomba per guerra di mafia fra i clan del Vibonese, Cassazione respinge i ricorsi

‘Ndrangheta: l’autobomba per Ciconte e le dinamiche criminali delle Preserre vibonesi