‘Ndrangheta: bomba per guerra di mafia fra i clan del Vibonese, Cassazione respinge i ricorsi

Rigettate per la seconda volta le doglianze dei due responsabili accusati di aver detenuto un ordigno di due chili e mezzo per far saltare in aria Raffaele Moscato

Rigettate per la seconda volta le doglianze dei due responsabili accusati di aver detenuto un ordigno di due chili e mezzo per far saltare in aria Raffaele Moscato

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Sono stati dichiarati inammissibili dalla quinta sezione penale della Cassazione i ricorsi straordinari proposti da Rinaldo Loielo, 27 anni, di Ariola di Gerocarne e Filippo Pagano, pure lui 27 anni, di Soriano Calabro, avverso la sentenza con la quale la prima sezione penale della Suprema Corte il 20 gennaio dello scorso anno aveva respinto i ricorsi dei due imputati condannandoli per la detenzione di un potente ordigno esplosivo ritrovato dalla polizia il 23 febbraio 2013 nell’auto con a bordo i due giovani fermati in località “Serricella” del comune di Rosarno. Per loro una condanna definitiva alla pena di 8 anni di reclusione a testa con l’aggravante di aver favorito la cosca Mancuso di Limbadi e Nicotera. Secondo i ricorrenti, la precedente pronuncia della Cassazione sarebbe stata viziata da un errore di fatto derivante dalla omessa considerazione della contraddizione in cui sarebbe incorsa la Corte d’Appello di Catanzaro nell’aver considerato Pantaleone Mancuso, alias “Scarpuni”, elemento di spicco dell’omonima clan del Vibonese, al contempo istigatore della condotta dei compartecipi – di reperimento dell’ordigno esplosivo allo scopo di eliminare fisicamente i membri della cosca avversaria dei Piscopisani – e quale esecutore materiale della condotta. Tale lamentata contraddizione si sarebbe riverberata pure sul giudizio relativo all’aggravante mafiosa contestata ai due imputati, potendosi la stessa ritenere sussistente solo abbracciando la prima ipotesi ricostruttiva e non la seconda. Nel ricorso veniva inoltre spiegato che la sentenza “Black money” del Tribunale di Vibo ha escluso la perdurante operatività della cosca Mancuso nel Vibonese negli anni successivi al 2003. La quinta sezione penale nel respingere il ricorso di Rinaldo Loielo e Filippo Pagano ha spiegato che “non è consentito sindacare a mezzo di ricorso straordinario altro errore di fatto che non sia quello costituito da sviste o errori di percezione nei quali sia incorsa la Corte di Cassazione nella lettura degli atti del giudizio di legittimità, peraltro dotati di decisiva incidenza sulla decisione adottata”. 

Inoltre per la Cassazione è “plausibile la tesi secondo la quale l’acquisizione della detenzione della bomba da parte di Mancuso, Loielo e Pagano era funzionale al perseguimento dei fini dell’associazione, di cui il primo era esponente di vertice, nella sua attività di contrasto armato del clan dei Piscopisani. Tale elemento per la Suprema Corte è “sufficiente per ritenere sussistente l’aggravante mafiosa contestata a Loielo e Pagano, caratterizzata dalla volontà specifica di favorire direttamente l’attività dell’associazione di ‘ndrangheta capeggiata da Mancuso e dalla consapevolezza dell’ausilio prestato a tale associazione”. A nulla rileva per i giudici della Cassazione la sentenza del Tribunale di Vibo relativa al processo “Black money” sull’operatività del clan Mancuso in quanto si tratta di circostanza non all’esame della Corte d’Appello di Catanzaro in quanto emessa in epoca successiva.

La bomba, pesante oltre due chili e mezzo e capace di far saltare un intero palazzo ed innescabile a distanza con un radiocomando, sarebbe stata ceduta a Rinaldo Loielo dal boss Pantaleone Mancuso, alias “Scarpuni”, 57 anni, di Nicotera Marina, allo scopo di alimentare lo scontro armato tra clan contrapposti. Rinaldo Loielo è figlio di Giuseppe Loielo, assassinato all’età di 46 anni insieme al fratello Vincenzo, 44 anni, nella cosiddetta “strage di Ariola”. Il fatto di sangue risale all’aprile del 2002. Secondo gli inquirenti, la strage fu voluta dalla cosca al cui vertice vi sarebbe stato Bruno Emanuele, aiutato nell’agguato dal boss di Cassano allo Ionio, Tonino Forastefano, ora collaboratore di giustizia. Le indagini avrebbero permesso di appurare che la bomba detenuta da Rinaldo Loielo e Filippo Pagano (ceduta loro dal boss Pantaleone Mancuso) sarebbe servita per colpire Raffaele Moscato, esponente del clan di Piscopio (futuro collaboratore di giustizia) contrapposto al clan Patania di Stefanaconi alleati dei Mancuso di Limbadi e dei Loielo di Ariola di Gerocarne. Moscato sarebbe stato un obiettivo dei Loielo in quanto cugino degli Idà di Gerocarne, a loro volta questi alleati con gli Emanuele contrapposti agli stessi Loielo.

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