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Nell’inchiesta che ha portato in carcere Punturiero e Pisano, il collaboratore di giustizia ricorda i ruoli nel clan Lo Bianco di Catania, Franzone e D’Andrea

Cronaca

Ci sono anche le dichiarazioni del collaboratore di giustizia, Andrea Mantella, agli atti dell’inchiesta che giovedì ha portato in carcere Vincenzo Puntoriero, 65 anni, titolare di un negozio di abbigliamento a Vibo Valentia, ed Emilio Pisano, 50 anni, di Ariola di Gerocarne, e ad essere indagati a piede libero tre figure di spicco del clan Lo Bianco di Vibo Valentia: Domenico Franzone, 62 anni, detto “Chianozzo”, Carmelo D’Andrea, 61 anni, detto “Coscia d’Agneu”, e Filippo Catania, 68 anni, cognato del defunto boss Carmelo Lo Bianco, detto “Piccinni”. Anche nei loro confronti degli ultimi tre indagati, la Dda di Catanzaro aveva chiesto al gip distrettuale l’arresto, ma gli elementi raccolti non hanno raggiunto la soglia della gravità indiziaria sufficiente per l’emissione di una misura cautelare. In particolare, per il gip mancano elementi di collegamento (telefonate, contatti ed altro) fra i tre vibonesi e Pisano, mentre gli unici elementi di contatto si hanno fra Puntoriero e Filippo Catania in relazione ad un debito che il primo vanta nei confronti di uno dei figli del defunto boss Carmelo Lo Bianco (“Piccinni”).                                  Tuttavia, le dichiarazioni di Andrea Mantella sono importanti per comprendere legami e gerarchie mafiose nella città di Vibo Valentia e per capire anche gli attuali equilibri criminali vigenti nel capoluogo di provincia. Andrea Mantella, innanzitutto, nei verbali non più coperti da segreto investigativo e che Il Vibonese è in grado di svelare, dichiara di conoscere sia Carmelo D’Andrea, quanto Filippo Catania e Domenico Franzone. Le dichiarazioni sono del 2016 – quindi ad inizio dell’avvio della collaborazione con la giustizia – e per quanto riguarda Domenico Franzone (alias “Chianozzo”), Mantella ne dichiara la "permanenza dell’affiliazione al clan Lo Bianco". Si tratta di un soggetto che è stato coimputato insieme ad Andrea Mantella nel processo nato dall’operazione “Nuova Alba” del 2007. Franzone, al termine dei tre gradi di giudizio, è stato condannato a 12 anni e 6 mesi per associazione mafiosa ed estorsione, ma nel marzo dello scorso anno il Tribunale di Vibo Valentia gli ha revocato la sorveglianza speciale (emessa il 17 aprile del 2008) mancando la rivalutazione della sua pericolosità sociale.                                      Per quanto riguarda invece, Carmelo D’Andrea (alias “Coscia d’Agneu”), che ha scontato quattro anni e 6 mesi per associazione mafiosa nel processo “Nuova Alba” quale elemento di spicco del clan Lo Bianco (particolarmente legato al defunto boss Carmelo Lo Bianco, detto “Piccinni”), Andrea Mantella ricorda che “era l’esattore della cosca Lo Bianco e anche attualmente fa parte del clan”, con riferimento almeno all’inizio del 2016, anno di inizio della collaborazione di Mantella con la giustizia. Si tratta dello stesso Carmelo D’Andrea che Andrea Mantella colloca fra i presenti all’atto della sua affiliazione alla ‘ndrangheta nel 1988 – a soli 16 anni – e che si sarebbe svolta per volere di Carmelo Lo Bianco, detto Piccinni, in una cerimonia celebrata in un locale di contrada Silica a Vibo alla presenza di circa 15 persone dove Carmelo Lo Bianco era il capo-società a Vibo Valentia mentre altre cariche importanti – ricorda Andrea Mantella - avevano "Enzo Barba, Raffaele Franzè detto Lo Svizzero, Francesco Michele Patania, Carmelo D’Andrea ed altri”. All'epoca Mantella, pur minorenne, aveva commesso già due omicidi.                                                                   

Quindi il riferimento anche a Filippo Catania che Andrea Mantella sino al 2016 (anno del suo inizio di collaborazione con la giustizia) colloca come “uno dei vertici della cosca Lo Bianco”. Andrea Mantella ricorda infatti di aver riacquistato la semi libertà nel 2001 dopo aver compiuto il 30 novembre del 1992 l’omicidio di Nando Manco ed il ferimento del fratello Michele all’interno del loro maneggio ubicato nei pressi del castello di Vibo (fatto di sangue per il quale Andrea Mantella e Francesco Scrugli – accusati di aver sparato per non pagare quanto richiestogli dai Manco per aver tenuto un cavallo nel loro maneggio - sono stati condannati a 12 anni di reclusione). Nel 2001 Andrea Mantella ricorda di essere stato promosso nella gerarchia mafiosa ottenendo dal clan Lo Bianco il grado di trequartino. “E’ stato il boss Francesco Giampà di Lamezia Terme, detto “Il Professore” – ricorda Mantella – a chiedere ai Lo Bianco ci conferirmi la nuova dote mafiosa. In particolare mi hanno conferito la dote di trequartino Filippo Catania unitamente a Carmelo Lo Bianco”. Nella “copiata” del grado di trequartino (vale a dire nel “codice segreto” che si conferisce ad ogni ‘ndranghetista all’atto dell’affiliazione o della promozione al nuovo grado, con l’indicazione di tre nominativi di altri “uomini d’onore” di rango superiore) Andrea Mantella ricorda quindi di aver portato i nomi di “Carmelo Lo Bianco, Francesco Giampà di Lamezia e Carmine Arena di Isola Capo Rizzuto”. Da ricordare che Andrea Mantella era cognato di Pasquale Giampà (ucciso in un agguato), fratello di Francesco Giampà, detto “Il Professore”, quest’ultimo fondatore storico dell’omonimo clan di Lamezia Terme e padre del collaboratore di giustizia Giuseppe Giampà.                                                                      Le dichiarazioni di Andrea Mantella sui componenti del clan Lo Bianco vengono svelate in un momento particolare. E’ di martedì sera, infatti, il tentativo di dare fuoco alla frutteria dei genitori del collaboratore di giustizia, ubicata a Vibo fra Piazza delle Erbe e via Luigi Razza, mentre venerdì 8 febbraio nel quartiere Sant’Aloe è stata data alle fiamme l’auto di una congiunta di Andrea Mantella. I clan rialzano la testa, dunque, e puntano direttamente contro i familiari del collaboratore di giustizia.                                                                                                                                      Un’escalation criminale che in città non si registrava dal 2017 quando nel solo mese di gennaio si sono registrate cinque pesanti intimidazioni sulle quali gli inquirenti stanno cercando di fare piena luce. Ad essere presi di mira nel mese di gennaio 2017: prima il locale Filippo’s sito su corso Umberto I, qualche giorno dopo la pizzeria Schiavello nella centralissima via Dante Alighieri, quindi l’incendio di un mezzo della De Angelis Arredamenti su viale Affaccio ed infine proiettili all’ingresso del negozio di autoricambi Mangiardi (sempre su viale Affaccio) e una tanica di benzina in via Lacquari per la ditta “Vibo Gru” attiva da anni nel noleggio di mezzi per l’edilizia.                 Il nuovo scenario mafioso. Deceduto nel marzo 2014 all’età di 82 anni Carmelo Lo Bianco (alias “Piccinni” o “U Formaggiaru”) all’ospedale di Parma dove si trovava ricoverato in stato di detenzione, e morto il 10 dicembre 2016 pure il 71enne Carmelo Lo Bianco, alias “Sicarro”, in città sono rimasti tutti gli altri affiliati al clan, ormai tutti ritornati in totale libertà dopo aver scontato condanne definitive per il reato di associazione mafiosa rimediate al termine dei processi nati dalle operazioni “Nuova Alba” e “Goodfellas”. Da un lato i fedelissimi dei due boss deceduti, dall’altro i nipoti “ribelli” che da tempo si muovono in autonomia e si sono avvicinati ai primi, dall’altro lato ancora gli ex fedelissimi di Andrea Mantella e Francesco Scrugli. Un gruppo criminale con le "mani" sulla città che però, alla luce delle dichiarazioni di Andrea Mantella e Raffaele Moscato (killer dei Piscopisani), potrebbe avere le ore contate.  LEGGI ANCHE: Operazione ‘Mbasciata a Vibo, le mazzette da pagare ed il clan Lo Bianco - Video

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