Pardea fa ritorno a Vibo e viene denunciato per violazione della sorveglianza

Il giovane si è presentato ai carabinieri seguito a breve distanza da Bartolomeo Arena. Diverse le ipotesi sul loro allontanamento

Il giovane si è presentato ai carabinieri seguito a breve distanza da Bartolomeo Arena. Diverse le ipotesi sul loro allontanamento

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Si conclude per ora con una denuncia per violazione della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno l’allontanamento volontario da Vibo Valentia di Francesco Antonio Pardea, 32 anni, di cui si erano perse le tracce da quasi un mese unitamente a Bartolomeo Arena, 43 anni, anche lui di Vibo Valentia. Quest’ultimo, tuttavia, non è gravato da alcun obbligo di legge e pure lui ha fatto ritorno in città. Francesco Antonio Pardea si è presentato mercoledì dai carabinieri del comando provinciale di Vibo Valentia accompagnato dall’avvocato. Il giovane ha fornito una sua versione sull’allontanamento da Vibo Valentia che adesso è al vaglio degli inquirenti. 

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All’indomani della loro scomparsa, il territorio era stato battuto palmo a palmo dalle forze dell’ordine con una stretta collaborazione anche fra la Procura di Vibo Valentia e quella distrettuale di Catanzaro. L’utilitaria a bordo della quale si erano allontanati era stata ritrovata nell’Angitolano, a pochi chilometri da uno degli svincoli dell’A2. Francesco Antonio Pardea è considerato l’erede di una famiglia che dagli anni ’60 fino all’inizio degli anni ‘80 godeva di un rilevante peso tra i clan del territorio, quella dei c.d. “Ranisi”. Già coinvolto in diverse indagini della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, di lui parlano sia Raffaele Moscato che Andrea Mantella. Il primo in particolare, in un interrogatorio reso ai pm di Catanzaro, racconta dei gelidi rapporti che si erano innescati nel carcere di Frosinone tra lo stesso Pardea, da un lato, e il suo clan, quello dei Piscopisani, insieme al boss Bruno Emanuele dall’altro. La ragione – secondo la versione raccontata da Moscato e messa a verbale – è da ricercare in una lettera che il 32enne avrebbe fatto pervenire a Pantaleone Mancuso alias “Scarpuni”, riconoscendone di fatto la supremazia rispetto al cartello antagonista. Un emergente dal nome ingombrante, dunque, sino all’avvio della collaborazione con la giustizia legato ad Andrea Mantella e precedentemente al clan Lo Bianco per conto del quale negli scorsi anni aveva effettuato un’estorsione ad un imprenditore di Vibo Valentia. Bartolomeo Arena, 43 anni, è invece una figura meno nota alle cronache giudiziarie. Il suo più significativo precedente con la giustizia risale a diversi anni addietro, quando fu accusato di aver esploso alcuni colpi d’arma da fuoco nei confronti del figlio di un presunto esponente di spicco della malavita di Sant’Onofrio. All’attenzione degli investigatori il fatto che egli era primo cugino di Giuseppe Pugliese Carchedi, il giovane assassinato il 17 agosto del 2006 dal clan dei Piscopisani, secondo le risultanze dell’inchiesta antimafia “Outset”. Il padre di Arena, Antonio, è stato peraltro una vittima di lupara bianca: di lui si persero le tracce nel 1985, quando il Vibonese divenne il terreno di uno scontro per un primo storico sconvolgimento degli equilibri mafiosi.