martedì,Aprile 23 2024

Operazione Anteo: condannati anche tre vibonesi e fra loro il figlio di un consigliere comunale

Sono diciotto in totale le condanne. Uno di loro tirato in ballo dal presidente della Commissione parlamentare antimafia Nicola Morra che aveva chiesto spiegazioni alla Prefettura di Vibo. Dal dicembre scorso nel Comune di Capistrano è al lavoro una commissione di accesso agli atti per accertare eventuali infiltrazioni mafiose

Operazione Anteo: condannati anche tre vibonesi e fra loro il figlio di un consigliere comunale
Nei riquadri Emanuele Mancuso e Daniele Cortese
Giuseppe Soriano assolto

Arrivano anche tre condanne e due assoluzioni per gli imputati dell’operazione antimafia denominata Anteo e fra loro ci sono anche cinque vibonesi. Le richieste di condanna erano state formulate dal pm della Dda di Catanzaro, Debora Rizza, nel processo che si è celebrato dinanzi al gup distrettuale Antonella De Simone. Alla pena di 4 anni e 5 mesi – a fronte dei 15 anni di reclusione chiesti dal pm – è stato condannato Daniele Cortese, 33 anni, di Capistrano, accusato di narcotraffico, armi ed estorsione; assoluzione per Giuseppe Soriano, 32 anni, di Pizzinni di Filandari, con contestazioni inerenti agli stupefacenti (il pm aveva chiesto 6 anni); assoluzione per Mirco Furchì, 30 anni, di Mandaradoni di Limbadi, accusato del reato di tentata estorsione aggravata (per lui chiesti 6 anni); 5 mesi e 10 giorni per Fortunato Demasi, 48 anni, di Simbario, per reati legati agli stupefacenti, avvinti dal vincolo della continuazione (il pm aveva chiesto 6 anni ed 8 mesi); 7 mesi e tre giorni per Emanuele Mancuso, 35 anni, di Nicotera, attuale collaboratore di giustizia, che rispondeva per i reati legati agli stupefacenti, alle armi e ad un’estorsione (il pm aveva chiesto 3 anni e 6 mesi) La condanna è in “continuazione” con l’operazione “Giardini segreti”. [Continua in basso]

Questa la sentenza per gli altri imputati: un anno e 4 mesi per Raffaele Andreacchio, 45 anni, di Guardavalle (droga, chiesti 7 anni e 4 mesi); assoluzione per Anthony Salvatore Catanzariti, 26 anni, di Olivadi (droga e furto, chiesti 14 anni); 5 mesi e 10 giorni per Vito Chiefari, 38 anni, di Torre Ruggiero (estorsione e altri reati, chiesti 10 anni); 7 anni e 4 mesi Giuseppe Corapi, 40 anni, di San Sostene (droga e violazione della sorveglianza, chiesti 9 anni e 4 mesi); assoluzione Gregorio Corrado, 33 anni, di Centrache (chiesti 3 anni e 4 mesi); 12 anni e 6 mesi per Damiano Fabiano, 32 anni, di Cardinale (droga con ruolo direttivo dell’associazione, armi, ricettazione e furto, chiesti 20 anni); 6 anni, 11 mesi e 10 giorni per Giuseppe Fabiano, 39 anni, di Centrache (droga con ruolo direttivo dell’associazione, armi, ricettazione, estorsione aggravata, furto, chiesti 20 anni ); 4 mesi Francesco Fabiano, 27 anni, di Chiaravalle (droga, ricettazione e furto, chiesti 15 anni); un anno per Domenico Giorgi, 27 anni, di Benestare (droga, chiesti 9 anni); 6 anni e 8 mesi Domenico Giorgio, 43 anni, di Chiaravalle Centrale (droga, armi, evasione, furto, chiesti 16 anni); 3 anni e 4 mesi per Salvatore Macrì, 35 anni, nativo del Canada (droga, chiesti 14 anni ); assoluzione per Giuseppe Marchese, 35 anni, di Chiaravalle Centrale (chiesti 7 anni); un anno e 8 mesi per Michele Matarese, 47 anni, di Montepaone (droga ed evasione, chiesti 11 anni); 3 anni, 8 mesi e 20 giorni per Gianluca Minnella, 28 anni, di Bovalino (droga ed estorsione aggravata, chiesti 15 anni); 6 mesi e 20 giorni per Mirko Pironaci, 38 anni, di Montepaone (droga, chiesti 10 anni); 12 anni Antonella Procopio, 36 anni, di Centrache (droga e furto); assoluzione per Bruno Procopio, 32 anni, di Ardore (chiesti 4 anni); 2 anni, 2 mesi e 20 giorni per Antonio Puntieri, 33 anni, di Olivadi (droga, chiesti 10 anni e 6 mesi); 4 mesi Roberto Venuto, 45 anni, di Olivadi (chiesti 10 anni).
Le richieste di condanna erano scontate di un terzo per via della scelta del rito abbreviato da parte degli imputati, ma per nessuno degli imputati ha retto il reato associativo e da qui il dimezzamento delle pene anche per gli imputati condannati.
Le accuse a vario titolo sono quelle di associazione a delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, estorsione aggravata dal metodo mafioso mafioso, ricettazione, detenzione e porto abusivo di armi anche clandestine e da guerra, detenzione di materiali esplodenti e furto. In particolare. Il basso ionio catanzarese era divenuto, secondo la ricostruzione della Procura, uno snodo nevralgico per il traffico di stupefacenti proveniente dalla provincia di Reggio Calabria e dal Vibonese.

Le accuse per i vibonesi

L’accusa di associazione a delinquere finalizzata allo spaccio di cocaina, marijuana, eroina, hashish e sostanze psicotrope veniva contestata, fra i vibonesi, ad Emanuele Mancuso, (attuale collaboratore di giustizia) ed a Daniele Cortese di Capistrano. I due – secondo l’accusa – sarebbero stati “uno dei principali e costanti canali di rifornimento degli stupefacenti del tipo cocaina e marijuana”, dell’associazione dei “fratelli Fabiano” di Cardinale e Chiaravalle Centrale ed erano accusati di aver curato le trattative relative alle cessioni delle sostanze stupefacenti, gestendo i crediti che ne derivavano e i relativi pagamenti, coordinando dal 2017 il trasporto e la consegna degli stupefacenti dalla provincia di Vibo Valentia a quella di Catanzaro. Ad Emanuele Mancuso e Daniele Cortese veniva quindi contestata la cessione di sostanze stupefacenti in diverse occasioni, mentre in data antecedente e prossima al 3 marzo 2018 Emanuele Mancuso era accusato di aver detenuto e poi ceduto due armi da fuoco, fra cui una pistola da guerra quale contropartita per una fornitura di sostanza stupefacente. In particolare, dopo aver concordato lo scambio, Damiano Fabiano e Domenico Giorgio sono accusati di aver trasportato in luogo pubblico le armi, ovvero da Chiaravalle Centrale fino a Capistrano, ove le “consegnavano a Daniele Cortese, il quale le riceveva per conto di Emanuele Mancuso – si legge nel capo di imputazione – e che, comunque, successivamente le acquistava versando allo stesso Emanuele Mancuso la somma simbolica di un euro e le trasportava da Capistrano fino a luogo imprecisato”. Estorsione aggravata dal metodo mafioso era quindi l’accusa nei confronti di Emanuele Mancuso che avrebbe minacciato Damiano Fabiano mediante messaggi telefonici e si sarebbe poi recato improvvisamente, in data 3 marzo 2018, unitamente a Daniele Cortese (che è stato però assolto), presso l’abitazione dello stesso Damiano Fabiano, in tal modo costringendolo a versare parte del denaro dovuto per l’acquisto di stupefacenti, nonché a permutare una parte del debito, che in quella data ammontava ad euro 21.500,00con alcune armi nella disponibilità del sodalizio “dei fratelli Fabiano”, che venivano successivamente consegnate a Capistrano a Daniele Cortese, nonché con delle attrezzature da macelleria, che venivano asportate lo stesso giorno dall’abitazione di Damiano Fabiano, procurandosi un ingiusto profitto con altrui danno.

Nency Chimirri (compagna di Emanuele Mancuso e che ha scelto il rito ordinario), Daniele Cortese, Emanuele Mancuso e Clemente Selvaggio (quest’ultimo ha scelto il rito ordinario) erano poi accusati di estorsione aggravata dal metodo mafioso. Secondo l’accusa, avvalendosi della forza intimatrice derivante dall’appartenenza o dalla contiguità alla cosca Mancuso di Limbadi, nonché alla c.d. “famiglia Evalto”, di radicata a Pizzo Calabro, Nensy Chimirri ed Emanuele Mancuso, quali mandanti, Daniele Cortese e Clemente Selvaggio, quali esecutori materiali, con violenza e minaccia avrebbero costretto Damiano Fabiano a consegnare la somma pari a 7.500,00 euro, a fronte di un debito di 8.000,00 euro, maturato per l’acquisto di sostanza stupefacente nei confronti di Emanuele Mancuso.

Clemente Selvaggio (che ha scelto il rito ordinario) è accusato di aver minacciato gravemente Damiano Fabiano, anche attraverso l’esibizione di un’arma da fuoco, ostentando la sua appartenenza alla c.d. “famiglia Evalto”, qualificandosi come il nipote di Evalto Domenico (nonno materno) e come il nipote di Evalto Giuseppe (zio materno) e riferendo esplicitamente a Fabiano Damiano – si legge nel capo di imputazione – di agire al fine di recuperare i crediti insoluti del narcotraffico di Emanuele Mancuso per sostenere le spese processuali e quelle necessarie per gli avvocati e periti balistici, nominati dalla famiglia di Emanuele Mancuso per preparare la sua difesa nel procedimento penale che ha determinato nei suoi confronti l’esecuzione di un provvedimento di fermo nell’ambito dell’operazione c.d. “Nemea”. In tal modo avrebbero costretto Damiano Fabiano ad effettuare il pagamento in due rate della somma dovuta, ovvero il 14 aprile 2018 euro 3.000,00 a Pizzo Calabro nei pressi dello svincolo della Statale 18, e il 25 aprile 2018 euro 4.500,00 a Pizzo Calabro all’interno di una gelateria. Cessione di sostanze stupefacenti (cocaina) è l’accusa mossa a Fortunato Demasi, mentre Giuseppe Soriano è accusato di aver ricevuto un quantitativo di eroina dai fratelli Fabiano e da Domenico Giorgio. [Continua in basso]

Il Collegio di difesa

Emanuele Mancuso era difeso dall’avvocato Antonia Nicolini, Daniele Cortese era invece assistito dagli avvocati Sergio Rotundo e Maria Antonietta Iorfida (è stato assolto dal reato associativo e da un’estorsione), Fortunato Demasi dagli avvocati Vincenzo Cicino e Domenico Rosso, Mirco Furchì dall’avvocato Francesco Sabatino, Giuseppe Soriano dagli avvocati Daniela Garisto e Diego Brancia. Gli altri legali del collegio di difesa sono: Francesco Muzzopappa, Salvatore Giunone, Antonio Abate, Arturo Bova, Fabio Tino, Anselmo Mancuso, Luigi Aloisio, Domenico Calabretta, Antonio Lomonaco, Eugenio Minniti, Domenico Cortese, Francesco Maida, Piermassimo Marrapodi, Vincenzo Nesci, Gregorio Tino, Francesco Folino, Saverio Loiero, Domenico Chindamo, Alessandro Bavaro, Antonio Femia, Luca Cianferoni, Fulvio Vincenzo Attisani, Giuseppe Riitano, Giovanni Russomanno, Antonio Naso, Vincenzo Savaro.

Cortese e i rilievi del presidente dell’Antimafia

Daniele Cortese

Fra i condannati c’è anche Daniele Cortese, il cui nominativo – oltre che da una nostra inchiesta – era stato fatto il 29 giugno dello scorso anno anche dal presidente della Commissione parlamentare antimafia Nicola Morra. Il padre di Daniele Cortese – Bruno Cortese –  è infatti attualmente consigliere comunale di Capistrano, nonché pure lui sotto processo nell’operazione Imponimento per il reato di traffico di influenze illecite con l’aggravante mafiosa. Il presidente della Commissione parlamentare antimafia nel suo intervento sul Comune di Capistrano aveva anche ricordato che il 3 giugno dello scorso anno il Tribunale collegiale di Lamezia Terme, nell’ambito del processo Imponimento, ha acquisito agli atti le dichiarazioni del collaboratore di giustizia, Emanuele Mancuso, che ha parlato anche dei legami e delle amicizie fra gli amministratori di Capistrano e Daniele Cortese (LEGGI QUI: Morra al prefetto di Vibo: «Indaghi sugli amministratori di Capistrano e sui loro legami compromettenti»). Al Comune di Capistrano nel dicembre scorso la Prefettura di Vibo Valentia ha inviato una commissione di accesso agli atti per accertare eventuali infiltrazioni mafiose nella vita dell’ente.

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