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Petrol Mafie: la figura del boss Francesco Mancuso nell’affare dei carburanti

Pur in contrapposizione personale allo zio Luigi Mancuso, per il Tribunale di Vibo “Ciccio Tabacco” fa ancora parte del clan di Limbadi e avrebbe preso parte agli accordi illeciti con i fratelli D’Amico gestendo un distributore di benzina a Gioia Tauro

Petrol Mafie: la figura del boss Francesco Mancuso nell’affare dei carburanti
Nel riquadro Francesco Mancuso
Il luogo dell’agguato a Spilinga e nei riquadri Francesco Mancuso e Raffaele Fiamingo

Non rivestirebbe più all’interno del clan Mancuso un ruolo apicale, ma tuttavia continuerebbe a farne parte a pieno titolo e da qui la condanna rimediata in primo grado nel processo nato dall’operazione Petrol Mafie. E’ quanto deciso dal Tribunale collegiale di Vibo Valentia nei confronti di Francesco Mancuso, 67 anni, detto “Tabacco”, che è stato condannato a 10 anni e 2 mesi (a fronte dei 24 anni di reclusione chiesti dalla Dda di Catanzaro). Il deposito delle motivazioni della sentenza spiegano il percorso logico-giuridico seguito dal Tribunale, presieduto dal giudice Gianfranco Grillone, per arrivare all’affermazione della penale responsabilità nei confronti di Francesco Mancuso, che nell’ottobre del 2020 era ritornato in libertà avendo scontato le pene per associazione mafiosa (11 anni e 4 mesi) rimediate al termine dei processi nati dalle operazioni antimafia denominate Dinasty e Genesi. Da ricordare, inoltre, che il 9 luglio del 2003, Francesco Mancuso ha subìto un agguato a Spilinga dove è rimasto gravemente ferito. Nell’occasione è morto Raffaele Fiamingo di Rombiolo, detto “Il Vichingo”, ritenuto esponente dell’omonimo clan del Poro e sodale di “Tabacco”. Uno scontro interno al clan Mancuso e da qui l’importanza della nuova sentenza scaturita dall’operazione “Petrol Mafie” che riconosce la permanenza nell’associazione mafiosa di Francesco Mancuso.

Francesco Mancuso e i nuovi affari

Francesco Mancuso

Per i giudici, “Francesco Mancuso, esponente di rilievo del sodalizio, seppur in contrapposizione, a livello personale, con lo zio e capo assoluto Luigi Mancuso”, avrebbe mantenuto “diretti e strettissimi rapporti con Silvana Mancuso” (fedelissima sodale di Luigi Mancuso in quanto figlia di Giovanni Mancuso, fratello di Luigi), contribuendo fattivamente alla realizzazione degli obiettivi della cosca, con particolare riferimento all’infiltrazione ed al controllo – con modalità illecite – del settore imprenditoriale della commercializzazione di carburanti. Grazie alla cugina Silvana Mancuso (condannata a 12 anni e 2 mesi), Francesco Mancuso avrebbe mantenuto proficui rapporti d’affari con i fratelli Giuseppe e Antonio D’Amico – sodali e imprenditori di riferimento di Luigi Mancuso – da cui derivavano vantaggi reciproci ed il conseguente rafforzamento del sodalizio. In particolare, Francesco Mancuso, in virtù della sua posizione associativa, otteneva: un prezzo di acquisto del prodotto petrolifero sicuramente più conveniente rispetto ai prezzi di mercato corrente; la possibilità di acquistarlo “in nero”; la prospettiva di guadagno anche sulle forniture a terzi distributori eventualmente “reperiti” in favore della Dr Service dei D’Amico. Di contro i D’Amico, grazie all’apporto di Francesco Mancuso, sfruttandone la sua appartenenza al sodalizio e la sua influenza e le sue relazioni mafiose, anche su territori della provincia di Reggio Calabria, ampliavano lo loro rete di distribuzione anche sul territorio di Gioia Tauro (dove il Mancuso operava stabilmente con la ditta LP Carburanti), così da aumentare  gli  introiti  ma  anche  la  platea  di  clientela  attraverso  la  quale  riciclare  i  “fondi neri” nella loro disponibilità (fondi  per lo più derivanti dal contrabbando di carburante), attraverso il sistema  della falsa fatturazione e conseguente ricorso al c.d. “storno”. Il tutto nella prospettiva di un incremento dei profitti per tutti i sodali e del rafforzamento del sodalizio nello specifico settore imprenditoriale.

Gli incontri con D’Amico

Giuseppe D’Amico

Fondamentali per il Tribunale le intercettazioni ed in particolare una avente ad oggetto una riunione occorsa il 16 novembre 2018, nell’ambito della quale “Giuseppe D’Amico illustrava i termini dell’affare a Francesco Mancuso e Rosamaria Pugliese. Nella circostanza, Giuseppe D’Amico si rivolgeva agli interlocutori in questi termini: Non stiamo parlando cliente e fornitore, io non sono il fornitore vostro…Per capirci chiari, qua stiamo parlando in famiglia”. Nello stesso solco si inserisce l’incontro avvenuto il 24 gennaio 2019, occasionato dall’esigenza di aggiornare la contabilità legata alle operazioni assistite da sovrafatturazione. In tale sede, Giuseppe D’Amico – alla presenza di Francesco Mancuso, Rosamaria Pugliese e Antonio D’Amico – proferiva le seguenti espressioni: “Ma secondo voi in casa Mbrogghja io posso venire ad imbrogliare? Ricordatevi che io mi sento in famiglia”. ‘Mbrogghja è da sempre il soprannome con il quale è conosciuto il boss Giuseppe Mancuso (cl. ’49), fratello di Francesco Mancuso. Sul conto degli odierni imputati si inserisce – aggiunge il Tribunale in sentenza – il contributo del collaboratore Emanuele Mancuso, il quale attribuiva a Francesco Mancuso – alias Ciccio Tabacco – la titolarità di fatto di un distributore di benzina a Gioia Tauro”.

Le prove della responsabilità

Per i giudici, quindi, “tutto ciò premesso, si ritiene sia emersa la prova di una cointeressenza di Francesco Mancuso nella gestione della Lp Carburanti, benché l’attività fosse formalmente intestata a Rosa Maria Pugliese, all’epoca dei fatti legata a Francesco Mancuso da una relazione sentimentale, come confermato dalla stessa in sede di esame”. E’ emerso inoltre che il 15 novembre 2018 Francesco Mancuso ha partecipato personalmente ad un incontro con Giuseppe D’Amico, ove s’interessava personalmente dei prezzi del gasolio. Nella circostanza, Giuseppe D’Amico quantificava il compenso che avrebbe garantito alle controparti per il procacciamento di ulteriori clienti, pari a circa 15 millesimi a litro. A ben vedere – si legge ancora in sentenza – la figura di Francesco Mancuso emerge in tutte le riunioni relative ai rapporti commerciali tra Dr Service e Lp Carburanti, come quella del 3 dicembre 2018 in cui Francesco Mancuso riportava a Giuseppe D’Amico le difficoltà incontrate nel procacciamento di clienti nella zona di Gioia Tauro, imputando gli insuccessi alla scarsa competitività del prezzo. La figura di Francesco Mancuso emergerà anche in relazione all’incontro del 28 marzo 2019, avvenuto presso il distributore della LP Carburanti alla presenza di Giuseppe D’Amico, Giuseppe Terranova, Rosa Maria Pugliese e Cesare Curatola. Nell’occasione, gli interlocutori si confrontavano sulla possibilità di reperire un nuovo canale di approvvigionamento primario su Roma. Può ritenersi, pertanto, che Rosa Maria Pugliese gestisse la LP Carburanti con la collaborazione di un socio occulto, identificabile in Francesco Mancuso. Quanto alle condanne, è stata accertata la partecipazione di Francesco Mancuso al sodalizio mafioso rispetto al quale è stata però esclusa la ricorrenza delle aggravanti previste per l’associazione armata”.  

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