Droga: operazione “La meglio gioventù”, condanna definitiva per Prostamo

La Cassazione ha ritenuto infondato il ricorso del 32enne di San Giovanni di Mileto, figlio del boss Nazzareno Prostamo

La Cassazione ha ritenuto infondato il ricorso del 32enne di San Giovanni di Mileto, figlio del boss Nazzareno Prostamo

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Depositate dalla Cassazione le motivazioni del verdetto con il quale nel novembre scorso è stata confermata in via definitiva la pena a 4 anni e 33mila euro di multa nei confronti di Francesco Prostamo, 28 anni, detto “Buttafuoco”, di San Giovanni di Mileto, coinvolto nell’operazione antidroga denominata “La meglio gioventù” scattata il 10 dicembre 2013 contro il clan Prostamo.

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La Suprema Corte ha ritenuto infondato il ricorso di Prostamo in quanto in materia di intercettazioni telefoniche costituisce questione di fatto, rimessa all’esclusiva competenza del giudice di merito, l’interpretazione e la valutazione del contenuto delle conversazioni, il cui apprezzamento non può essere sindacato in sede di legittimità se non nei limiti della manifesta illogicità ed irragionevolezza della motivazione con cui esse sono recepite.

In secondo luogo, le conversazioni intercettate cui fanno riferimento i giudici di appello, se lette “alla luce del contesto in cui avviene il colloquio e della qualità di pregiudicato dell’altro interlocutore (il fratello del ricorrente detto “Giubba”), danno ragionevolmente conto della disponibilità di droga e dell’intenzione di cederla”. Dal loro contenuto si evince chiaramente, ad avviso della Cassazione, un coinvolgimento di Francesco Prostamo “nell’attività di cessione niente affatto limitato, come vorrebbe la difesa, alla sola intenzione di “proteggere” il fratello avvisandolo della presenza sul territorio di forze dell’ordine”.

In particolare, la Corte territoriale richiama il contenuto di alcune conversazioni intercettate in data 21 dicembre 2011 tra Francesco Prostamo, Giuseppe Prostamo (“Giubba”) ed altro soggetto (detto il “vecchio Giovanni”) nelle quali l’odierno ricorrente dice all’interlocutore di recarsi al “pagliaio” a prendere della sabbia, dai controlli effettuati non è emerso che l’imputato fosse fornitore di sabbia né è stato trovato nelle vicinanze dei luoghi in questione alcun pagliaio adibito a deposito del suddetto materiale. Peraltro i giudici di appello hanno precisato che il fatto che la conversazione si riferisse ad una fornitura di droga trova puntuale riscontro nella circostanza la polizia giudiziaria ha rinvenuto all’interno di un immobile in uso ai Prostamo della sostanza stupefacente.

Entrambi i Prostamo – Francesco e Giuseppe, sono figli del boss Nazzareno Prostamo, quest’ultimo condannato in via definitiva alla pena dell’ergastolo quale esecutore materiale – su mandato del clan dei Gaglianesi – dell’omicidio di Pietro Cosimo di Catanzaro avvenuto nei primi anni ’90.