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Condanne definitive per i vibonesi Michele Fiorillo, Antonio Cuppari e Rocco Tassone, rimasti coinvolti nella storica operazione “Crimine” della Dda di Reggio Calabria. Depositate le motivazioni della sentenza

Cronaca

Sono state depositate nella tarda serata di ieri dalla seconda sezione penale della Corte di Cassazione le motivazioni della sentenza con la quale il 19 maggio scorso sono divenute definitive le condanne nei confronti di 23 imputati del processo nato dalla maxi-operazione “Crimine”, ritenuti colpevoli del reato di associazione mafiosa. In primo grado la sentenza era stata emessa il 19 luglio 2013, mentre la Corte d’Appello di Reggio Calabria si era pronunciata il 16 luglio del 2015. La sentenza, oltre a colpire gli esponenti apicali della c.d. “Provincia”, organizzazione mafiosa di vertice della ‘ndrangheta reggina sia della fascia tirrenica che di quella jonica, ha portato anche alla condanna di tre esponenti della criminalità organizzata del Vibonese, strettamente collegati alla struttura reggina.

Per il Vibonese la pronuncia della Suprema Corte, presieduta dal giudice Piercamillo Davigo (giudice estensore Luigi Agostinacchio), assume una valenza storica perché certifica per la prima volta in via definitiva l’esistenza dei “locali” di ‘ndrangheta di Piscopio (frazione di Vibo Valentia) e Cassari, frazione di Nardodipace.

Tre i vibonesi condannati in via definitiva per associazione mafiosa: Michele Fiorillo, alias “Zarrillo”, 31 anni, condannato ad 8 anni di reclusione; Antonio Cuppari, 78 anni, di Panaia, frazione di Spilinga, condannato a 9 anni di carcere; Rocco Tassone, 71 anni, di Cassari di Nardodipace, condannato a 13 anni di reclusione (gli restano da scontare 6 anni ed un mese e nel maggio scorso è stato arrestato e condotto in carcere).

Il “locale” di Piscopio. Anche per la Cassazione, la struttura mafiosa esistente a Piscopio è diventata “strategica nell'assetto generale degli equilibri dell'organizzazione”. Lo si evince chiaramente da una conversazione intercettata in cui è emersa la volontà del capo-crimine dell’intera ‘ndrangheta, Domenico Oppedisano di Rosarno, appena investito della carica apicale di mantenersi estraneo alla faccenda relativa alla "fermata" della società di ‘ndrangheta di Piscopio, attendendo che fossero "i Vibonesi" a risolvere la problematica.

Il ruolo e la condanna di Fiorillo. E’ stato ritenuto un “partecipe attivo” del locale di ‘ndrangheta di Piscopio, con la presenza a riunioni di mafia, l’esecuzione delle direttive dei vertici della “Società” reggina, “riconoscendo e rispettando le gerarchie e le regole interne al sodalizio”. Il tutto, in stretto collegamento con gli esponenti apicali della “Provincia”, la struttura mafiosa di cui si sarebbe dotata la ‘ndrangheta in provincia di Reggio. E proprio il matrimonio di Michele Fiorillo – svoltosi in un hotel di Vibo alla presenza, fra gli altri, di Rocco Aquino (indicato quale esponente di vertice della “Provincia” e del “locale” di Marina di Gioiosa Ionica), di Giuseppe Commisso di Siderno (pure lui al vertice della “Provincia”) e rappresentanti delle “famiglie” Pelle e Giorgi di San Luca – viene indicato dagli inquirenti quale chiaro esempio di dipendenza del territorio vibonese da quello reggino. Per la Cassazione, Michele Fiorillo, all'epoca delle sue nozze (6 settembre 2009) “era già in possesso di una dote di ‘ndrangheta della società maggiore, e, segnatamente, la "santa”. Ciò per i giudici risulta riscontrato da un’intercettazione del 18 agosto 2009 captata nella lavanderia “Ape Green” di Siderno di proprietà di Giuseppe Commisso. In tale captazione si rileva che a Michele Fiorillo era stata data la dote della “santa”. Un’eccezione per l’esponente del clan dei Piscopisani, atteso che in quel periodo la “Provincia” aveva stabilito di porre un freno alla concessione di cariche mafiose.

Michele Fiorillo avrebbe poi partecipato ad altri incontri di mafia: la visita al boss Giuseppe Pelle a Bovalino; la presenza ad un'altra importante riunione alla quale presero parte i più alti vertici del Crimine - dallo stesso Oppedisano Domenico al "Mastro" Commisso Giuseppe - ed altri soggetti di spicco delle organizzazioni criminali che, radunatisi tutti al centro commerciale "I Portici", si recarono poi a casa del "Gambazza" (soprannome di Giuseppe Pelle) per dar corso al vertice previsto.

Il ruolo di Cuppari e “l’anomalia”. E’ stato ritenuto molto vicino al capo crimine Domenico Oppedisano di Rosarno. “La presenza del Cuppari – scrive la Cassazione - è stata riscontrata in occasione degli eventi criminali di maggiore rilievo, in particolare durante i festeggiamenti di Polsi allorchè furono ratificate le più alte cariche di ‘ndrangheta già conferite nel corso del matrimonio Pelle/Barbaro. Accertata anche la presenza, sempre a stretto contatto con il capo Domenico Oppedisano, alle nozze Pelle/Barbaro, celebrate il 19 agosto 2009, in occasione delle quali si svolse la riunione apicale finalizzata al conferimento delle cariche provinciali”. Resta l’anomalia in ordine alla collocazione mafiosa di Antonio Cuppari di Panaia di Spilinga: per la Cassazione intraneo al “locale” di ‘ndrangheta di Piscopio, per il collaboratore di giustizia Raffaele Moscato (killer ed elemento di spicco dei Piscopisani che ha iniziato a collaborare nel marzo 2015) sarebbe invece a capo del “locale” di ‘ndrangheta di Spilinga con cui i Piscopisani avevano rapporti.

Rocco Tassone e Nardodipace. E’ stato riconosciuto pure dalla Cassazione come il boss indiscusso ed il promotore del “locale” di ‘ndrangheta di Cassari di Nardodipace. La sua posizione apicale di capo crimine è stata confermata dal fatto che Rocco Tassone è risultato personaggio “ben noto alla criminalità piemontese facente capo a Catalano Giuseppe ed a quella tedesca di Nesci Bruno, del quale Tassone era interlocutore privilegiato per la definizione di questioni di ‘ndrangheta particolarmente delicate”. Il boss di Cassari – padre dell’ex vicesindaco del Comune di Nardodipace, i cui organi elettivi sono stati sciolti due volte per mafia – avrebbe poi partecipato a diversi summit mafiosi come quello del 3 febbraio 2010 a Bovalino. Rocco Tassone si sarebbe seduto “abitualmente al tavolo insieme ai capi dell'organizzazione” criminale calabrese, come Giuseppe Commisso di Siderno e Giuseppe Pelle di San Luca, avendo il potere di attribuire autonomamente “onorificenze di 'ndrangheta all'interno dell'articolazione delinquenziale di appartenenza” e di sapere prima ancora di Giuseppe Commisso dell’apertura di nuovi “locali” di ‘ndrangheta.

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