‘Ndrangheta: le divisioni mai sanate nel clan Mancuso e le “presunzioni” dell’accusa

Le motivazioni della sentenza “Black money” offrono molteplici elementi per la ricostruzione degli assetti della “famiglia”. Smentite le conclusioni degli investigatori

Le motivazioni della sentenza “Black money” offrono molteplici elementi per la ricostruzione degli assetti della “famiglia”. Smentite le conclusioni degli investigatori

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Riserva diversi particolari di non poco conto la sentenza “Black money” contro il clan Mancuso depositata il 16 agosto scorso. Dalle motivazioni della sentenza – condensate in 450 pagine – la famiglia di Limbadi e Nicotera appare infatti al suo interno fortemente divisa, con contrasti insanabili che, in mancanza di prove su un programma criminoso comune da parte degli imputati ed in assenza di relazioni fra gli stessi vertici della “famiglia”, hanno portato i giudici del Tribunale di Vibo Valentia al mancato riconoscimento del reato di associazione mafiosa.

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I contrasti fra “Vetrinetta” e Cosmo Michele Mancuso. Contrasti insanabili fra i fratelli Pantaleone Mancuso, alias “Vetrinetta” (cl. ‘47, deceduto nell’ottobre del 2015 in carcere) e Michele Cosmo Mancuso (cl. ’49, attualmente detenuto per l’operazione “Costa pulita”) si sarebbero infatti registrati grazie ad un’intercettazione ambientale in cui a dialogare si sono ritrovati lo stesso Pantaleone Mancuso e la sorella Romana Mancuso. In particolare, Pantaleone Mancuso avrebbe invitato la sorella a prendere contatti con Michele Cosmo Mancuso per addossargli responsabilità per la mancanza di unità fra fratelli, rimproverandogli di essere in un’occasione intervenuto in suo favore unitamente ad Antonio Mancuso (cl. ‘38), pezzo da novanta della famiglia e fratello dei tre. Romana Mancuso, però, alle richieste di Pantaleone avrebbe risposto negativamente, affermando di non essere in rapporti tali con il fratello Michele per rimproverargli qualcosa, invitando anzi Pantaleone a discuterne tutti insieme fra fratelli e di rimanere alla fine “sempre amici”. [Continua dopo la pubblicità]

Il ramo dei “Panti” o “’Mbroghjia” unito a Scarpuni. Il tentativo di sanare i contrasti fra fratelli sarebbe però fallito ed a prendere in un dato periodo storico il sopravvento nella gestione del potere all’interno della famiglia sarebbe stato Pantaleone Mancuso, detto “l’ingegnere” (accusato di aver aperto il fuoco nel 2008 e ferito la zia Romana Mancuso) – fratello di Giuseppe, Diego, Francesco (“Tabacco”) – in alleanza con il cugino omonimo Pantaleone Mancuso, detto “Scarpuni”.  Un’alleanza fortemente stigmatizzata da Romana Mancuso e Pantaleone Mancuso, alias “Vetrinetta”, secondo il quale “i lordazzi della famiglia si erano tutti uniti”.

 L’intercettazione “chiave” della divisione nella famiglia Mancuso. Significativa nella ricostruzione dei rapporti fra i componenti della famiglia Mancuso appare in particolare un’intercettazione ambientale dell’8 ottobre del 2011 (l’operazione “Black money” copriva contestazioni sino al marzo del 2013 e quindi nulla si sa degli assetti attuali del clan) in cui Romana Mancuso “rimprovera” il fratello Pantaleone, alias “Vetrinetta”. “Ma una volta eravate fratelli, una volta eravate sempre tutti uniti ed adesso – chiede Romana Mancuso al fratello – non siete più uniti?” Chiara la risposta di Pantaleone Mancuso, alias “Vetrinetta”: “E allora eravamo tutti uniti fino…Michele Cannuni (Cosmo Michele Mancuso, ndr) difendeva sempre a Scarpuni, ma Scarpuni mò gli ha calato il pacco, gliel’ha calato, è da molto che gliel’ha calato…, gli ha fatto fare la droga, gli ha fatto fare tutto ed ora l’ha fatto fare nemico…con lo zio Antonio si è fatto nemico, con me si è fatto nemico”.

 I motivi del mancato riconoscimento del reato di associazione mafiosa. Fra i motivi del mancato riconoscimento del reato di associazione mafiosa (416 bis) nell’ambito del processo “Black money”, i giudici del Tribunale collegiale di Vibo Valentia (presidente Vincenza Papagno, a latere i giudici Giovanna Taricco e Pia Sordetti) spiegano quindi che i dissidi fra i componenti della famiglia Mancuso sono sorti a partire dal 2003 e non sono mai stati ricomposti (almeno sino all’epoca presa in esame dai giudici, cioè il marzo 2013, anno e mese in cui è scattata l’operazione). Mentre infatti i contrasti rilevati nel processo Dinasty (la cui operazione risale all’ottobre del 2003) “presupponevano comunque dei contatti tra i vari protagonisti degli stessi, oltre che delle direttive per le azioni da intraprendere dettate dai capi”, nel processo Black money “tutto ciò – sottolineano in sentenza – è mancante”.

Il Tribunale nelle motivazioni del verdetto rimarca infatti che in Black money “mancano i dissidi, emergendo esclusivamente quelli passati e mai ricomposti”, ma soprattutto “mancano i contatti” fra gli imputati.

Le “presunzioni” dell’accusa e gli errori in diritto. In sostanza, per i giudici “l’accusa sembra fondarsi su una sorta di presunzione di permanenza del vincolo associativo che, oltre a non avere fondamento normativo, non risulta nel caso di specie convalidata e supportata da un idoneo substrato probatorio, venendo anzi sonoramente smentita da diversi elementi raccolti, quali la suindicata intercettazione e la palese e totale assenza di contatti – spiega il Tribunale – fra il capo storico Pantaleone Mancuso Vetrinetta e gli altri capi più giovani del gruppo, Scarpuni e Agostino Papaianni, oltre fra i tre indicati vertici della famiglia, cioè i fratelli Pantaleone (Vetrinetta), Antonio Mancuso e Giovanni Mancuso, insieme indicati dall’accusa come organismo centrale di controllo”.

 In foto dall’alto verso il basso: Pantaleone Mancuso (Vetrinetta), Cosmo Michele Mancuso, Pantaleone Mancuso (Scarpuni), Pantaleone Mancuso (l’Ingegnere), Antonio Mancuso

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