‘Ndrangheta: processo clan Mancuso, tutte le accuse agli imputati fra condanne e assoluzioni

Ecco le singole contestazioni che hanno retto al vaglio del Tribunale di Vibo e quelle cadute dopo un dibattimento in cui si sono confrontati accusa e difesa

Ecco le singole contestazioni che hanno retto al vaglio del Tribunale di Vibo e quelle cadute dopo un dibattimento in cui si sono confrontati accusa e difesa

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Non ha retto l’accusa di associazione mafiosa nel processo con rito ordinario celebrato dinanzi al Tribunale collegiale di Vibo Valentia e nato dall’operazione antimafia denominata “Black money”. Ma non hanno retto neanche una sfilza di reati-fine contestati attraverso molteplici capi di imputazione che non hanno superato il vaglio di un Collegio che, mai come in questa occasione, ha dimostrato piena autonomia, autorevolezza e indipendenza in un processo non facile per via di una pressione mediatica enorme (e spesso gonfiata ad “arte”) e di una serie di “condizionamenti esterni” (vedi infatti la presentazione di ben due richieste di rimessione del processo ad altra sede ed una richiesta di ricusazione) che alla fine non sono riusciti comunque ad intaccare la serenità di un giudizio per molti versi in linea con quanto già sancito dal gup distrettuale prima, e dalla Corte d’Appello poi, nel troncone dello stesso procedimento celebrato con rito abbreviato.

Giuseppe Mancuso, 40 anni, di Limbadi, figlio del defunto boss Pantaleone Mancuso (“Vetrinetta”), è stato condannato ad un anno e 6 mesi per il reato di violenza privata consistita nell’apporre una catena ed un lucchetto al cancello che dava ingresso alla proprietà della famiglia di Zoccali Pantaleone, impedendo agli stessi l’accesso. Fatto commesso a Limbadi il 20 aprile 2010. Assolto, invece, dall’accusa principale di associazione mafiosa perché “il fatto non sussiste” e dall’accusa di detenzione illegale di armi per “non aver commesso il fatto”. Il pm aveva chiesto 19 anni di carcere. Previa esclusione dell’aggravante mafiosa, il Tribunale ha poi dichiarato prescritto il reato di intestazione fittizia di beni in relazione alla titolarità delle quote sociali dell’impresa “Central Parks di Zoccali Pantaleone sas” con sede legale a Jonadi nel centro commerciale “Le Cicale”. Tale ultimo reato – dichiarato prescritto e con data di commissione il 30 agosto 2001 – interessava anche gli imputati Pantaleone Zoccali, 42 anni, e Carmina Mazzitelli, 74 anni, per i quali il pm Marisa Manzini aveva chiesto la condanna a 2 anni e 6 mesi di reclusione a testa. Previa esclusione delle aggravanti mafiose, è caduto in prescrizione anche il reato di intestazione fittizia contestato a  Giuseppe Mancuso, Filippo Mondella, 44 anni, di Francica, e Nicola Castagna, 35 anni, di Jonadi. Per gli ultimi due, il pm Marisa Manzini aveva chiesto la condanna a 3 anni di reclusione a testa per la contestata intestazione fittizia delle quote sociali relative alla società “Ca&Mo Service srl” con sede a Jonadi ed attiva nell’organizzazione di concerti. La contestazione risaliva all’agosto 2007.  [Continua dopo la pubblicità]

Nicola Castagna è figlio di Antonino Castagna, 67 anni, di Jonadi, grosso imprenditore nel ramo della siderurgia con ditta a Porto Salvo, nei cui confronti il pm Manzini aveva chiesto ben 12 anni di reclusione per il reato di associazione mafiosa con il ruolo di percettore delle somme estorsive per conto del boss Antonio Mancuso. Antonino Castagna, difeso dagli avvocati Antonio Porcelli e Salvatore Staiano, è stato assolto con la formula “perché il fatto non sussiste”. Si tratta senza dubbio dell’assoluzione più rilevante dell’intero processo. Già il Tribunale del Riesame e poi la Corte d’Appello avevano respinto la richiesta di confisca dei beni dell’imprenditore evidenziando nelle motivazioni la totale mancanza di elementi per ritenere l’origine del patrimonio di Castagna frutto di accordi con soggetti legati ai clan.

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Dal reato di associazione mafiosa con la formula “perché il fatto non sussiste” sono stati poi assolti anche: Giovanni Mancuso, 76 anni, di Limbadi (condannato a 9 anni per usura ai danni di Giuseppe Canino a fronte dei 29 anni di carcere chiesti dal pm Manzini), Gaetano Muscia, 53 anni, di Tropea (condannato a 7 anni e 8 mesi per usura in concorso con Giovanni Mancuso a fronte di una richiesta di pena a 14 anni), Damian Fialek, 40 anni, di Sant’Angelo di Drapia (condannato a 3 anni di reclusione per usura a fronte di una richiesta a 12 anni e 8 mesi), Pantaleone Mancuso, alias “Scarpuni”, 56 anni, di Nicotera Marina (per lui, difeso dagli avvocati Francesco Sabatino e Francesco Calabrese, il pm Manzini aveva chiesto la condanna a ben 26 anni e 6 mesi di carcere), Antonio Mancuso, 79 anni, di Limbadi (condannato a 5 anni per tentata estorsione ai danni di Domenico Polito. Per lui il pm aveva chiesto 27 anni di carcere), Leonardo Cuppari, 43 anni, di Ricadi (condannato a 5 anni per tentata estorsione ai danni del market Punto Spesa di Ricadi a fronte di una richiesta di pena complessiva a 12 anni e 6 mesi), Agostino Papaianni, 66 anni, di Coccorino di Joppolo (condannato a 7 anni e 8 mesi per la tentata estorsione al Punto Spesa e l’estorsione da 15 milioni di lire consumata nel 2003 ai danni di Onofrio Loiacono e della società “Mavelo Scoglio di Riaci” proprietaria del residence “Old Well” di Santa Domenica di Ricadi).  

L’imprenditore edile Antonio Prestia, 49 anni, originario di San Calogero, residente a Filandari, è stato invece condannato a 5 anni e 6 mesi di reclusione per l’estorsione ai danni degli imprenditori Nicola e Roberto Salamò (padre e figlio), vittime di un attentato dinamitardo al loro ristorante “La Capannina” di Zambrone al fine di costringerli a pagare somme di denaro e stipulare contratti con imprenditori imposti per dei lavori che stavano eseguendo nel 2008 in alcuni terreni a Zambrone. Il pm aveva chiesto per Prestia 7 anni di reclusione.

Quattro anni di reclusione (5 quelli chiesti dal pm) è invece la condanna per il reato di riciclaggio nei confronti dell’immobiliarista napoletano Antonio Velardo, 40 anni, che però incassa l’assoluzione “perché il fatto non sussiste” da tre capi d’imputazione relativi all’intestazione fittizia di beni, mentre per un quarto capo di imputazione il Tribunale ha deciso per l’assoluzione in quanto il fatto non è più punibile a i sensi di una legge del 2009.

Le altre assoluzioni. Giovanni Mancuso (avvocati Giuseppe Di Renzo e Armando Veneto) incassa l’assoluzione “perché il fatto non sussiste” per la contestazione di usura ai danni di dieci persone e per quattro estorsioni di cui una ai danni di Giuseppe Grasso (testimone di giustizia di Briatico). Antonio Mancuso (avvocati Sergio Rotundo e Francesco Stilo) è stato assolto “perché il fatto non sussiste” dall’accusa di violenza privata ai danni dei coniugi Giuseppe Grasso e Francesca Franzè (parti civili con l’avvocato Domenico Talotta), Damian Fialek (avvocati Mario Bagnato e Domenico Chindamo) dall’accusa di estorsione “perché il fatto non sussiste”, Gaetano Muscia assolto “perché il fatto non sussiste” da tre estorsioni, Agostino Papaianni (avvocato Michelangelo Miceli e Leopoldo Marchese) assolto “perché il fatto non sussiste” da due episodi di violenza privata e dall’accusa di intestazione fittizia di beni al figlio Giuseppe (assolto pure lui) di un minimarket a Santa Maria di Ricadi e della società “Il Conte” di Corigliano Raffaele (assolto anche lui) sita a San Nicolò di Ricadi avente ad oggetto il commercio al dettaglio dei supermercati. Agostino Papaianni è stato assolto poi per “non aver commesso il fatto” dall’accusa di estorsione ai danni dei Salamò a Zambrone.

Prescrizione infine per Agostino Papaianni e la moglie Carmela Lo Preste in relazione all’accusa di intestazione fittizia della Smecal con sede a Ricadi, e per Agostino Papaianni, Alberto Caputo di Lamezia Terme e Ottorino Ciccarelli di Tropea per l’intestazione della ditta individuale “Ciccarelli Ottorino” con sede a Tropea ed avente ad oggetto la gestione di un bar e ristorante.

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Il Tribunale ha inoltre dichiarato l’interdizione in perpetuo dai pubblici uffici, e l’interdizione legale per la durata della pena inflitta, nei confronti di Antonio Mancuso, Giovanni Mancuso, Gaetano Muscia, Agostino Papaianni, Leonardo Cuppari e Antonio Prestia, mentre Antonio Velardo è stato interdetto dai pubblici uffici per cinque anni.

Antonio Mancuso è stato altresì condannato al risarcimento dei danni alla costituita parte civile, Domenico Polito (avvocato Giovanna Fronte), liquidati in duemila euro.

Disposta infine la trasmissione degli atti alla Procura in relazione “agli indizi” di reato in riferimento alle dichiarazioni rese in aula nel corso del processo dai testimoni Marina Currò nell’udienza del 23 febbraio 2015 e Giacomo Cichello all’udienza del 14 novembre 2016.

Entro 90 giorni le motivazioni della sentenza del Tribunale collegiale presieduto da Vincenza Papagno e con a latere i giudici Giovanna Taricco e Pia Sordetti.  

Nel collegio di difesa gli avvocati: Francesco Calabrese, Armando Veneto, Francesco Sabatino, Sergio Rotundo, Giuseppe Di Renzo, Antonio Porcelli, Mario Bagnato, Michelangelo Miceli, Leopoldo Marchese, Francesco Stilo, Domenico Chindamo, Salvatore Staiano, Patrizio Cuppari, Francesco Gambardella, Aldo Labate, Domenico Alvaro, Paolo Villelli.