Rocco Anello, il “padrone” dell’Angitolano: dal sangue degli anni ’90 agli affari milionari

VIDEO | L’inchiesta Imponimento e la figura del boss di Filadelfia, a cui politici e imprenditori si inchinavano: attriti e alleanze con i Mancuso e patti con gli altri boss
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Rocco Anello

Siamo nell’Angitolano, è un’area cerniera tra il Vibonese e il Lametino che aveva un «padrone»: il suo nome è Rocco Anello. È un boss della mafia, riconosciuto tale da una sentenza pronunciata nel nome del Popolo italiano resa definitiva dalla Cassazione nel 2011. Anch’egli storicamente insofferente ai Mancuso, quando tornò in libertà, approfittò della mutata geografia mafiosa calabrese per prendersi tutto o quasi. [Continua]

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Rocco dopo Damiano

Damiano Vallelunga

Egli era legato da un rapporto di amore e odio con Damiano Vallelunga, il capo dei Viperari delle Serre, pezzo da novanta della ’ndrangheta il cui omicidio – il 27 settembre del 2009, all’uscita dal santuario di Riace, nel giorno dei Santi Medici Cosma e Damiano – segnò il punto di non ritorno nella prima guerra di mafia del nuovo millennio, che bagnò di sangue il confine tra le province di Vibo, Reggio Calabria e Catanzaro, dalle Serre fino allo Ionio.

Dopo l’ultima guerra di mafia

Luigi Mancuso

Gli Anello, in quella che fu definita come la nuova faida dei boschi, rimasero in disparte e quando le ostilità cessarono grazie all’offensiva dello Stato, ne approfittarono per riallinearsi ai Mancuso – complice la liberazione anticipata nel 2012 del superboss Luigi – e per estendere la loro influenza criminale dai territori sgombrati dalla presenza dello stesso Vallelunga. Così, dalla sua Filadelfia e poi da San Nicola da Crissa, Francavilla Angitola, Pizzo, Polia, Maida, Curinga, il clan di don Rocco estese il suo impero fino a Vallefiorita, dove la guerra di mafia aveva spazzato via altri due suoi ex alleati, il boss Vito Tolone (assassinato il 31 gennaio 2008) ed il braccio destro Giovanni Bruno (ucciso il 15 maggio del 2010).

Un colpo letale?

Gli altri, l’un l’altro, s’ammazzavano, e Rocco Anello invece guadagnava territori, potere e ricchezza. I suoi addentellati, nel Nord Italia ed in Svizzera, narrati dai collaboratori di giustizia, d’altro canto erano già emersi in vecchie indagini. Nel 2011 l’inchiesta denominata Ring fece emergere come egli avesse infettato Verona e allungato i suoi tentacoli anche in Svizzera. Altre indagini, sul suo e su altri clan, spiegarono le sue alleanze con gli storici antagonisti dei Mancuso e i suoi affari, dal turismo, ai boschi, all’eolico, passando per le armi e la droga. Mai però la magistratura italiana e le forze dell’ordine, che su di lui pur avevano lavorato tanto e bene, erano riusciti ad arrivare fino in fondo, come nella maxioperazione Imponimento. L’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro e della Guardia di finanza oggi fotografa il suo impero criminale, dalla Calabria a oltre confine, con una nitidezza ed una penetrazione che non hanno precedenti.

La terra dei fantasmi

Santino Panzarella

L’ombra sinistra della sua famiglia grava, da anni ormai, senza che ci sia stato mai un riscontro giudiziario, su atroci casi di lupara bianca sui quali sono stati sono stati fin qui versati fiumi d’inchiostro: la scomparsa di Santino Panzarella e quella di Valentino Galati.

I due – dicono i collaboratori di giustizia, da Andrea Mantella a Francesco Michienzi – avrebbero avuto una relazione con sua moglie, Angela Bartucca, altra indagata nella maxioperazione Imponimento.

Panzarella e «l’osso di Dio»

Tommaso Anello

A farli sparire, una volta scoperti i tradimenti – è la tesi dei pentiti – il fratello di Rocco Anello, Tommaso, e i fratelli Fruci. E sempre i collaboratori di giustizia raccontano come il capomafia sia stato costretto a mantenere vivo il suo matrimonio per scongiurare conseguenze giudiziarie per quei delitti rimasti, finora, impuniti. Santo Panzarella, autista a faccendiere di donna Angela quando il boss era in carcere, fu assassinato e fatto sparire il 10 luglio 2002. Francesco Michienzi, ex picciotto oggi gola profonda, fu testimone oculare diretto di quella barbara uccisione, ma le sue rivelazioni non bastarono per far condannare i presunti esecutori materiali: l’assenza di certezze su un osso che si riteneva appartenesse a Panzarella – quello diede il titolo al libro di Cristina Zagaria, “L’osso di Dio” – indusse la Corte d’Assise di Catanzaro ad assolvere tutti gli imputati.

Valentino Galati come Francesco Aloi

Valentino Galati

Per la scomparsa di Valentino Galati, invece, non vi fu mai neppure un processo. Aveva 21 anni, scomparve il 27 dicembre del 2006. Era un ex seminarista che – secondo i collaboratori – sarebbe stato fagocitato dal clan di Filadelfia che poi scoprì quella nuova relazione inconfessabile della moglie del boss. Giovani uomini, innamorati di donne intoccabili, poi divenuti fantasmi. Stessa sorte toccata, il 16 settembre del 1994, a Francesco Aloi, un giovane di Pizzo. Fu il primo a sparire nel buco nero della morte angitolano: 22 anni, relazione letale, per lui, raccontano le cronache, quella con una donna di Francavilla Angitola, feudo sotto il controllo dei Fiumara, clan indissolubilmente legato agli Anello.

Il giornalista nel mirino

Antonio Sisca

Chi aveva a che fare con il clan di Rocco Anello rischiava grosso. Ne sa qualcosa un giornalista. Si chiama Antonio Sisca, corrispondente di Gazzetta del Sud da Filadelfia. È colui il quale più e meglio di ogni altro ha raccontato le storie degli spariti dell’Angitolano, minando con il racconto dei fatti e della verità il prestigio e gli affari criminali di quel locale di ’ndrangheta feroce e vorace. Più volte vittima di minacce ed intimidazioni, il pentito Francesco Michienzi, interrogato il 6 novembre del 2018, spiegava che quel giornalista, Sisca, era sempre nel mirino, perché – testuale – «dava loro fastidio scrivendo una serie di articoli contro la ’ndrangheta».

Il duplice delitto Lo Moro

Ci sono sentenze definitive a spiegare chi sia Rocco Anello. Ci sono lustri di cronaca nera e giudiziaria sul suo conto che narrano del coinvolgimento della consorteria di Filadelfia in atroci fatti di sangue. Tommaso Anello, fratello di Rocco, fu coinvolto nelle indagini e fu arrestato per il brutale omicidio del dirigente scolastico Giuseppe Lo Moro e del figlio Giovanni, padre e fratello dell’ex parlamentare Doris Lo Moro, assassinati l’8 gennaio del 1985. Erano diretti a Filadelfia. Il ragazzo, 19 anni, fu trovato esanime al volante, nell’auto semidistrutta dopo l’agguato. Il papà fuori dall’abitacolo, a terra. Fu una barbarie. Così come il suo sodale, Tommaso Anello fu assolto: dichiarato innocente in via definitiva.

L’omicidio Ciriaco

A Tommaso Anello ed ai fratelli Vincenzino e Francesco Fruci oggi è stato contestato anche l’omicidio dell’avvocato Torquato Ciriaco, assassinato l’1 marzo 2002 nel territorio di Maida. Grazie ad un’indagine della Polizia di Stato, il cold case fu riaperto. Ora si attende la sentenza d’appello dopo l’assoluzione in primo grado. Tutti e tre, in primo grado, erano stati assolti.

Tutti proni davanti al boss

Sentenze a parte, è difficile ignorare chi siano. È difficile che già lontano dall’Angitolano non si sappia chi siano gli Anello, ovvero Rocco, suo fratello, e quell’esercito di più o meno pericolosi attendenti, come i Fruci e non solo i Fruci. Figurarsi se può ignorarlo chi sta nei paraggi. Eppure gli imprenditori, prima vessati, anziché approfittare della possibilità offerta dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, ovvero quella di denunciare, rompere con il passato e voltare pagina, hanno scelto di scendere a patti e di cavalcare la complicità della cosca. Eppure la politica, anziché prendere le distanze, corteggiava il boss, i suoi attendenti ed i loro voti. E non c’è stata competizione elettorale, dalle varie elezioni comunali, alle provinciali, alle regionali, fino alle ultime politiche, che negli ultimi vent’anni – secondo l’inchiesta Imponimento – non sia stata inquinata. Imprenditori, enti locali e politici proni davanti al «padrone» dell’Angitolano.

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