L’inchiesta Artemis II svela i segreti dell’egemonia di “Mimmo” Cracolici. Dalla "licenza mafiosa" ricevuta dai vertici di Filadelfia al controllo su boschi e appalti pubblici: le intercettazioni raccontano un sistema di potere capace di piegare la politica e le istituzioni locali alle «leggi di natura» del clan
Tutti gli articoli di Cronaca
PHOTO
Non è solo una questione di controllo mafioso del territorio. L’inchiesta Artemis II, condotta dalla Dda di Catanzaro, scoperchia un sistema di potere che affonda le radici nella storia criminale della Calabria e si ramifica fin dentro le stanze dei municipi. Al centro di tutto c’è Domenico Cracolici, detto "Mimmo", classe ’71, descritto dagli inquirenti come il "capo indiscusso" di una ’ndrina capace, secondo gli inquirenti, di esercitare un’egemonia totale sui territori di Cortale, Maida e Jacurso.
Cracolici, l’investitura di Rocco Anello
Lo spessore criminale di Mimmo Cracolici non nasce dal nulla. Il suo nome evoca la storica ’ndrangheta vibonese e una scia di sangue che ha segnato l’inizio degli anni 2000. Domenico è infatti nipote dei fratelli Alfredo e Raffaele Cracolici, capi storici assassinati tra il 2002 e il 2004 nella violenta faida contro i Bonavota di Sant'Onofrio.
Ma la vera "consacrazione" di Mimmo come reggente del territorio avviene attraverso un riconoscimento formale interno alla ’ndrangheta: una vera e propria investitura ricevuta da Rocco Anello, boss della potente cosca di Filadelfia. È questo legame a garantirgli il monopolio economico in settori chiave, a partire da quello boschivo.
Questa investitura è un elemento cardine per comprendere la genesi e la legittimazione del potere di Domenico Cracolici sui territori di Cortale, Maida e Jacurso. Secondo le fonti, non si tratta solo di un riconoscimento di "caratura criminale", ma di una vera e propria autorizzazione operativa che avrebbe permesso alla 'ndrina Cracolici di esercitare un’egemonia indiscussa, specialmente nel settore economico degli appalti pubblici.
Il taglio dei boschi: «A Cortale e Girifalco c’è Mimmo»
In cima alla lista c’è il monopolio nel taglio dei boschi nel territorio di Cortale e zone limitrofe. Rocco Anello, in quanto capo della potente cosca egemone su Filadelfia e zone vicine, avrebbe "ratificato" accordi criminali che prevedevano una precisa spartizione del territorio. Questa delega di potere ha permesso a Cracolici di porsi in una posizione di preminenza assoluta rispetto a ogni altra ditta boschiva e di ostacolare la libera partecipazione alle gare d'appalto da parte di imprenditori esterni, utilizzando la forza di intimidazione derivante proprio da questo avallo "superiore".
Lo stesso Domenico Cracolici, in diverse intercettazioni, rivendica questo legame come fonte della sua autorità. In un dialogo intercettato, racconta che Rocco Anello in persona era intervenuto per allontanare un concorrente, dicendogli: «Lascia stare a Cortale e Girifalco che c'è Mimmo e se la vede lui!». Cracolici usa questo episodio per ribadire che l’altro imprenditore non avrebbe più dovuto intromettersi nei suoi affari poiché il territorio era stato ufficialmente assegnato a lui.
«Mi sono cresciuto a Filadelfia»
In un'altra conversazione, Cracolici vanta il fatto di essere cresciuto nell'ambiente criminale di Filadelfia insieme ai vertici di quella cosca: «Io un po’ mi sono cresciuto là a Filadelfia, con Rocco, i Fruci, con Pino e Vincenzo siamo uguali, no, io sono tra Pino e Vincenzo».
L’investitura di Rocco Anello non è solo un atto di amicizia, ma rientra in un programma criminale più ampio volto a gestire gli appalti boschivi sulle serre catanzaresi secondo regole spartitorie fissate dalle cosche che controllano il territorio. Questo sistema ha consentito ai Cracolici di controllare il settore in regime di oligopolio, insieme ad altri gruppi come i Catarisano di Borgia o i Vallelunga di Serra San Bruno.
Non solo: l'attività economica (il taglio boschivo) sarebbe tornata utile per ripulire denaro e imporre un controllo asfissiante sulle amministrazioni locali, che risultavano di fatto assoggettate al volere del boss.
"Le leggi di natura": Lo Stato alternativo
Per i cittadini di Cortale e Maida, Cracolici non era solo un vicino di casa, ma un’autorità alternativa a cui rivolgersi per risolvere dispute o recuperare refurtiva. È il caso dei cosiddetti "cavalli di ritorno": quando un’auto veniva rubata, non si andava dai Carabinieri, ma da Mimmo.
Le intercettazioni mostrano Cracolici mentre negozia con i gruppi criminali rom di Catanzaro e Lamezia Terme, imponendo il proprio prestigio per ottenere "sconti" sui riscatti. Emblematico è il commento del boss sulla sua capacità di regolare il territorio: «Dici che io che ci posso fare, che io le faccio le leggi? Le leggi di natura non si cambiano».
L’infiltrazione nei palazzi: gli agganci in Comune
Il potere della cosca non si limitava alla strada. Le fonti documentano un "stabile asservimento" di funzionari pubblici agli interessi del clan. Figure chiave come il geometra Giuseppe "Pino" Vinci, responsabile dell'Ufficio tecnico di Cortale, e il consigliere di maggioranza Francesco Feroleto sono descritti come soggetti "a disposizione" (accusa ovviamente tutta provare).
Vinci, in particolare, fungeva da "tutor" di Cracolici durante l'affidamento ai servizi sociali, attestando falsamente la sua presenza al lavoro mentre il boss curava i propri affari illeciti. In una intercettazione dal sapore quasi comico, Vinci guida il boss nella firma retroattiva dei registri: «Cracolici... vuoi i miei occhiali? Firma qui... qui metti tredici, ok, qui stamattina otto».
Il controllo degli appalti: dal bosco alla mensa scolastica
Niente si muoveva senza il consenso di Mimmo. Tre gare d'appalto per il taglio del legname nel bosco "Malittoro" sono state turbate dal clan attraverso minacce ai concorrenti e l’uso di ditte prestanome. Cracolici arrivava a pattugliare le strade del paese il giorno della scadenza delle offerte per intercettare e "dissuadere" eventuali imprenditori estranei.
Perfino il servizio di refezione scolastica era finito nelle mani della cosca tramite la società "CoopCortale", fittiziamente intestata alla moglie del boss. Quando una dirigente comunale tentò di accennare alla regolarità della gara, Cracolici la mise a tacere con una minaccia larvata che non lasciava spazio a repliche: «Adesso mi hai rotto le scatole!... Tu puoi fare quello che vuoi, tu sei quella che sei e io sono quello che sono, però mettiamoci!».
Il narcotraffico e le piantagioni in serra
Oltre al controllo degli appalti, il clan avrebbe gestito un traffico di cocaina e marijuana. Le intercettazioni svelano i dettagli tecnici della produzione di cannabis in serra, con Cracolici che discuteva della qualità dei semi e dei ricavi attesi: «Viene un tuono questa... ne fanno tre quattro cento grammi a pianta... me ne toccano una trentina di chili, quaranta!».
Per il clan Cortale era un feudo dove la legge dello Stato era stata sostituita da quella del boss, supportata da una rete di complicità istituzionali che rendeva la cosca invisibile e onnipresente al tempo stesso. Un potere così radicato che Mimmo Cracolici, parlando con il figlio del rischio di scontri con le forze dell'ordine, ammoniva: «Con loro hai solo da perdere, se muore uno sbirro è finito Cortale, è finito il mondo, non te lo dimenticare!».



