La Corte d’Appello di Reggio Calabria (Alfredo Sicuro presidente, giudici Urania Granata e Francesca Grassani) ha confermato la sentenza emessa il 2 dicembre 2024 dal gup del Tribunale di Reggio, Angela Mennella, nel processo (celebrato con rito abbreviato) nei confronti di sei imputati accusati di aver favorito la latitanza di Domenico Crea, 44 anni, di Rizziconi, catturato dalla Polizia di Stato a Santa Domenica di Ricadi il 2 agosto del 2019 dopo oltre quattro anni di latitanza. Al momento della cattura, Crea si trovava con la moglie e le figlie ed era ritenuto il reggente del sodalizio di Rizziconi in ragione dello stato di detenzione del padre Teodoro e del fratello Giuseppe, quest’ultimo poi arrestato dopo oltre un decennio di irreperibilità.
Domenico Crea era ricercato per diversi provvedimenti restrittivi tra i quali figurava una condanna ad oltre 21 anni di reclusione per associazione mafiosa ed estorsione. L’assoluzione è stata confermata dalla Corte d’Appello di Reggio Calabria nei confronti dei seguenti imputati: Luigi Mancuso, 72 anni, di Limbadi; Pantaleone Di Mundo, 46 anni, di Limbadi; Pasquale Gallone, 66 anni, di Nicotera Marina; Salvatore Gallone, 59 anni, di Caroni; Michele Rottura, 66 anni, di Rizziconi; Antonino Rottura, 65 anni, di Rizziconi. La Dda di Reggio Calabria aveva appellato le assoluzioni di primo grado. Tutti gli imputati dovevano rispondere del reato di favoreggiamento personale, aggravato dalle finalità mafiose, e Pasquale Gallone anche del reato di procurata inosservanza di pena, mentre ad Antonino Rottura veniva contestato pure il reato di associazione mafiosa (cosca Crea di Rizziconi).
Secondo l’accusa, la latitanza dell’esponente dell’omonimo clan di Rizziconi, Domenico Crea, sarebbe stata protetta da una articolata rete di fidati sodali, tra i quali Domenico Pillari (che si sarebbe avvalso della fattiva collaborazione del figlio Giovanni) e Rocco Versace (sotto processo con rito ordinario), che al contempo si sarebbero occupati di garantire l’operatività del sodalizio attraverso la veicolazione di messaggi verso esponenti di altre articolazioni criminali.

Luigi Mancuso e Pasquale Gallone

In ordine alla circostanza che Domenico Crea abbia trascorso gran parte della sua latitanza in provincia di Vibo Valentia, e più precisamente a Santa Domenica di Ricadi, le indagini ipotizzavano il coinvolgimento di Luigi Mancuso e di Pasquale Gallone, quest’ultimo indicato quale braccio-destro del boss di Limbadi. Gli interventi in aula dinanzi al giudice degli avvocati Paride Scinica e Francesco Calabrese hanno tuttavia minato alla radice – già dal primo grado di giudizio – l’impianto accusatorio portando all’assoluzione con formula piena per Luigi Mancuso, attualmente detenuto in quanto condannato in primo grado a 30 anni nel processo Rinascita Scott. Pasquale Gallone era invece difeso dall’avvocato Giorgio Vianello Accorretti e si trova anche lui imputato in Rinascita Scott (troncone con rito abbreviato). Pantaleone Di Mundo era difeso invece dall’avvocato Pietro Antonio Corsaro.
Domenico Crea sarebbe stato ospitato – secondo gli investigatori – in una località non ancora individuata ma comunque sita tra i comuni di Nicotera e Limbadi, venendo rifornito di generi alimentari e di conforto. Attraverso comunicazioni riservate e incontri che si sarebbero svolti – secondo l’originaria ipotesi accusatoria – presso la proprietà dei fratelli Antonino e Michele Rottura di Rizziconi, sarebbero stati organizzati almeno undici incontri con Domenico Crea, con altrettante “trasferte” a Nicotera e Limbadi. Il boss di Rizziconi – secondo la Dda di Reggio Calabria – avrebbe ricevuto “imbasciate” da parte di Luigi Mancuso il quale “nella sua veste mafiosa non solo aveva autorizzato la presenza del latitante in quel territorio e messo a sua disposizione un sito sconosciuto ove trascorrere la latitanza, ma anche trasmesso e ricevuto messaggi per il latitante veicolandoli attraverso Domenico Pillari”.
La Procura aveva chiesto per Mancuso e Pasquale Gallone la condanna a 7 anni. Gli spostamenti di Domenico Pillari sarebbero stati organizzati e mediati nella quasi totalità delle occasioni da Pantaleone Dimundo (ma l’accusa non ha retto e l’imputato è stato assolto anche in appello), il quale era accusato di essersi impegnato, unitamente a Michele Rottura, nello svolgimento di lavori di trivellazione presso la proprietà di Pasquale Gallone veicolando le richieste di incontro dei rizziconesi agli altri favoreggiatori ossia i fratelli Gallone (Pasquale e Salvatore) che avevano un rapporto privilegiato con Luigi Mancuso. Salvatore Gallone era invece difeso dall’avvocato Salvatore Campisi, mentre Michele Rottura e Antonino Rottura erano assistiti dall’avvocato Pasquale Loiacono.