Undici esperti nominati dalla Regione, ma il sistema resta ai margini. Tra retorica e realtà, il mondo della cultura cerca di sopravvivere senza sostegno strutturale
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La Regione annuncia, con tono solenne, la “Cabina delle Visioni Culturali” voluta dal presidente Roberto Occhiuto. Undici “esperti”. Undici “visionari”.
Poi uno prova a guardare meglio. E scopre che la parola cultura è stata svuotata e riempita di aria.
Perché la cultura - quella vera - ha nomi, luoghi, odori.
È arte che si produce e si espone, teatro che va in scena, musica che si studia e si suona, biblioteche che aprono ogni mattina, musei che conservano e raccontano, patrimonio storico che si tutela, cultura immateriale che si trasmette. È fatica, continuità, competenza. Non slogan.
E invece eccoli qui, gli “esperti”: figure senza un riconoscimento pubblico nei processi culturali della Calabria, senza una traccia evidente nei luoghi dove la cultura si fa davvero. Non nei teatri, non nei musei, non nelle biblioteche, non nei circuiti della produzione artistica. Assenti dalla storia recente, ma improvvisamente presenti nelle «visioni».
Allora viene il dubbio - anzi, qualcosa di più di un dubbio: non è che la politica, non sapendo più cosa fare, abbia deciso di fingere?
Fingere una strategia, fingere una direzione, fingere una profondità che non c’è.
La Calabria è ultima. Nei servizi, nelle opportunità, nella capacità di trattenere energie vive. E lo è anche nella cultura, quando questa parola viene ridotta a decorazione, a retorica, a passerella. Qui non si costruisce, si annuncia. Non si consolida, si sostituisce. Non si ascolta chi lavora da anni, si inventano organismi nuovi, leggeri, senza passato e quindi senza responsabilità.
“Visioni”, le chiamano.
Ma senza conoscenza sono allucinazioni.
Senza radicamento sono scenografie.
Senza coraggio sono semplicemente finzioni amministrative.
Nel frattempo, i teatri resistono come possono, la musica vive di eroismi individuali, i musei sopravvivono a intermittenza, le biblioteche arrancano, il patrimonio storico si consuma lentamente, la cultura immateriale si disperde nel silenzio.
E sopra tutto questo, una cabina.
Non di regia.
Di cartone.

