Inchiesta al Comune, la politica e l’arte di scaricare responsabilità

Oggi la tendenza è addossare ogni “malefatta” alla burocrazia, ignorando che gli indirizzi - a cominciare dai regolamenti - sono prerogative delle amministrazioni
Oggi la tendenza è addossare ogni “malefatta” alla burocrazia, ignorando che gli indirizzi - a cominciare dai regolamenti - sono prerogative delle amministrazioni
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L’inchiesta della Dda di Catanzaro, condotta sul campo dalla Guardia di finanza, sembra ancora all’inizio. Sembra perché la sua portata la si è compresa soltanto dopo il blitz alla luce del sole di inizio settimana, quando decine di militari hanno setacciato cassetti e scatoloni pieni di scartoffie al Comune di Vibo Valentia. Ma è evidente che gli investigatori, le piste da seguire, ce le avevano chiare. E un’idea se l’erano già fatta, dato che la Procura non sta indagando contro ignoti. In questa fase, comunque, la politica vive in una condizione di preoccupata cautela. Ogni “eletto” di Palazzo Luigi Razza si premura di spiegare che l’inchiesta tocca «soltanto fatti vecchi, alcuni recenti ma non riferibili a questa amministrazione». Tralasciando il “dettaglio” che alcuni atti acquisiti – come i verbali redatti dalla Municipale nei confronti di alcuni venditori ambulanti – risalgono ad appena un mese fa, il punto è un altro. La politica cittadina, quella che ha residenza nel palazzo comunale, di destra e di sinistra, di maggioranza e di opposizione, è in gran parte identica alla classe dirigente precedente, ed a quella prima ancora. Poco importa se chi ieri era assessore oggi è consigliere, o se chi prima aveva ruoli di primo piano oggi è defilato, la sostanza non cambia. E non si tratta di fare della classica erba un fascio, ma di fare emergere ipocrisie e contraddizioni che, anche al più distratto dei vibonesi, non sfuggirebbero. [Continua dopo la pubblicità]

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Troppo facile, oggi, scaricare tutto sulla famigerata burocrazia, addossare ogni minima e presunta responsabilità alla sfera gestionale. La politica in questo è maestra, e il copione – a microfoni spenti, a taccuini nascosti – lo sta replicando pari pari anche in questo caso: «Noi non c’entriamo, quelli sono atti dirigenziali, la politica dà l’indirizzo». Sì, evidentemente l’ha dato sbagliato. Se anomalie, irregolarità o veri e propri reati ci sono, lo stabiliranno gli inquirenti. Ma la politica – di destra e di sinistra, di maggioranza e di opposizione (spesso le posizioni si interscambiano) – non può continuare a scrollarsi di dosso una responsabilità che ha, ignorando di non avere probabilmente adottato tutte quelle contromisure (ad esempio molti regolamenti) che pure la legge offre per arginare il potere a volte troppo discrezionale dei dirigenti. Quando in tempi relativamente lontani (ma la prassi è proseguita fino a due minuti fa) una giunta, tramite affidamento diretto, continuava ad assegnare alla solita ditta (del parente di un assessore) un determinato servizio, giusto per fare un esempio banale, nessuno ha mosso un dito. Eppure i giornali avevano dato fondo alle riserve di inchiostro per fare emergere questo e altri mille paradossi di una classe dirigente miope e ancora legata all’orticello dell’amico…

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