Il commento | La variabile dell’astensionismo tra fiumi di liste e voltagabbana

Lo scenario politico vibonese offre l’assist agli elettori non appiattiti sui partiti per virare verso altri lidi. E potrebbe crescere la sacca di non votanti

Lo scenario politico vibonese offre l’assist agli elettori non appiattiti sui partiti per virare verso altri lidi. E potrebbe crescere la sacca di non votanti

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Il grande Totò diceva, in una sua famosa battuta, che «è la somma che fa il totale». Se la teoria del Principe della risata fosse valida anche in politica, i giochi per l’elezione del prossimo sindaco di Vibo sembrerebbero già fatti. Mutuando un’espressione dal gergo calcistico, non ci sarebbe partita e sarebbe la somma delle liste a determinare il risultato finale che in questo caso sarebbe sicuro appannaggio di uno dei due candidati la cui coalizione è formata da un consistente numero di liste. Potrebbero, tuttavia, entrare in gioco alcune “variabili dipendenti”, in quanto in relazione tra loro, che finirebbero per scompaginare i pronostici della vigilia. Gli elettori, o almeno quella fetta di elettorato non ciecamente allineata sulle posizioni di partito e che ancora potrebbe aver conservato un barlume di spirito libero e un minimo di senso critico, potrebbe ritrovarsi stordita, smarrita, disorientata davanti ad alcuni elementi che farebbero vacillare alche le fedi politiche più solide

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Scorrendo le liste della coalizione di centrodestra, risalta lo stridente contrasto rappresentato dalla presenza di diversi transfughi del Pd, mentre sull’altra sponda si registra la convivenza forzata dei candidati ufficiali del Partito democratico con i rappresentanti della destra sovranista. La base “militante” avrà uno stomaco forte, capace di digerire qualunque pietanza cucinata dagli chef. Ma  a parte quanti appoggeranno in ogni caso, forse turandosi il naso, una delle due coalizioni, che contengono già al loro interno il germe del dissidio, ce ne sarebbe abbastanza per far deviare a molti elettori la matita verso il nome di uno dei due candidati outsider o, in alternativa, indurli a infoltire le prevedibilmente ingenti schiere degli astensionisti in quanto l’elettore normale, a un certo punto, non capisce più un tubo e accresce il proprio tasso di disinteresse o “odio” per politica e politici. Un’alta percentuale di astensionismo potrebbe quindi rappresentare un’altra variabile le cui conseguenze sono non facilmente prevedibili. I “voti a perdere”, centinaia di voti che fluttuano per aria, in una bolla totalmente priva di appartenenza. Un esercito di elettori che possono transumare da un polo all’altro nel giro di poche settimane, una massa di aventi diritto che vive di improvvise ondate emotive e altrettanto improvvisi “cupio dissolvi”, una società di “non appartenenti” che oscilla tra speranza, ribellione e disillusione. Non sarà una cosa semplice ripristinare un’idea di bene comune per combattere la disaffezione della gente per la politica. Per farlo serve una nuova forma di fare politica, che da queste parti è sempre più assente.

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