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La svolta sull’omicidio di Maria Chindamo: «Sicuri che prima o poi la verità sarebbe emersa» – Video

All’indomani dell’inchiesta Maestrale-Cartagho che ha fatto luce sulla scomparsa dell’imprenditrice di Laureana di Borrello, parla il fratello Vincenzo

La svolta sull’omicidio di Maria Chindamo: «Sicuri che prima o poi la verità sarebbe emersa» – Video
Vincenzo Chindamo, fratello di Maria, l'imprenditrice scomparsa da Limbadi il 6 maggio 2016

«Eravamo sicuri che prima o poi la verità sarebbe emersa». Sono parole cariche di dolore quelle pronunciate da Vincenzo Chindamo. L’operazione Maestrale–Cartagho ha fatto luce sull’omicidio di Maria Chindamo, l’imprenditrice di Laureana di Borrello scomparsa da Limbadi la mattina del 6 maggio 2016. In base alle indagini, la donna sarebbe stata uccisa e il suo cadavere dato in pasto ai maiali. I resti, poi, sarebbero stati triturati con un trattore cingolato. Accusato di concorso nell’omicidio, sulla base delle rivelazioni di alcuni collaboratori di giustizia, è Salvatore Ascone, di 57 anni, arrestato nel blitz scattato all’alba di giovedì.

 «Ora sappiamo la verità. Sappiamo cosa è successo a mia sorella». Una svolta che i familiari della vittima di lupara bianca attendevano da 7 anni. «Leggere le modalità con cui è stata uccisa mia sorella e il corpo fatto sparire – dice – ha riaperto una ferita che non si era mai rimarginata. Oggi proviamo dolore, tristezza e rabbia. Quello stesso dolore e quella stessa rabbia che in questi anni ci hanno dato la forza di lottare per la verità e la giustizia. E oggi che la verità è stata finalmente scritta non posso che pensare ai miei nipoti, i tre figli di Maria, Vincenzino, Federica e Letizia. E ho pensato a mamma Pina, morta prima di conoscere la verità». Si commuove Vincenzo. A fatica trattiene le lacrime. «Mia mamma è andata via con la tristezza nel cuore, e spero che oggi dal cielo possa essere contenta di vedere che si inizia a muovere qualcosa. Siamo sulla strada della verità e della giustizia. Spero che questo nostro percorso dia la forza alla popolazione intera affinché continui a denunciare il fenomeno mafioso. Oggi – conclude Vincenzo Chindamo – si respira aria di giustizia. Il profumo della giustizia».

La svolta sull’omicidio di Maria Chindamo

E intanto dalle carte dell’inchiesta emergono nuovi dettagli. Come una delle tante conversazioni  intercettate dagli inquirenti. «Per quattro soldi quella me la sono dovuta caricare addosso». Parole che Salvatore Ascone rivolse ad Assunto Megna, presunto faccendiere del clan Mancuso. “Quella”, non hanno dubbi gli inquirenti, è Maria Chindamo. Assunto Megna, rientrato a casa, ne parlò col figlio, Pasquale, che oggi è collaboratore di giustizia. Salvatore Ascone, finito in arresto nel secondo atto dell’inchiesta Maestrale-Cartagho per il delitto Chindamo non avrebbe solo spento le telecamere della sua tenuta, che sarebbero state nelle condizioni di riprendere attimo per attimo l’aggressione e forse l’omicidio di Maria, ma – scrivono i pm di Catanzaro – si sarebbe anche «occupato del corpo di Maria». Ma i pm di Catanzaro e i carabinieri del Ros sono andati ben oltre, arrivando ad intercettare l’intera famiglia Ascone fin dentro le mura domestiche. L’indagato sarebbe stato un uomo d’indole violenta anche con i propri cari, al punto da esasperare la moglie che durante una la messa in onda di un servizio di Chi l’ha visto? imprecava contro il marito: «Che non mi faccia parlare, che gli faccio prendere l’ergastolo… Gli faccio prendere l’ergastolo». A quel punto la donna era zittita dal figlio Rocco. In un altro sfogo ai figli riferiva di aver «smarrito il numero del procuratore Gratteri», alludendo alla possibilità di collaborare con la giustizia «facendo arrestare a tutti». Intercettazioni preziose nell’ambito di un’indagine particolarmente complessa, alla quale hanno offerto un contributo coraggioso, limpido e coerente, il fratello di Maria Chindamo, Vincenzo, ed i figli della donna Vincenzino, Federica e Letizia. Nell’insieme, affiorano due moventi convergenti: una vendetta maturata nel contesto familiare della donna che fu uccisa perché ritenuta «moralmente responsabile» del suicidio del marito Ferdinando Punturiero e gli interessi che Salvatore Ascone aveva sui terreni confinanti ai propri, tra cui appunto quelli di Maria.

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