Vive sei mesi da “selvaggio” nelle campagne di Filandari, latitante si costituisce – Video

Francesco Guerrera, detto il Vikingo, deve scontare una condanna a 2 anni e 9 mesi di carcere. Durante la sua latitanza è sopravvissuto con mezzi di fortuna
Francesco Guerrera, detto il Vikingo, deve scontare una condanna a 2 anni e 9 mesi di carcere. Durante la sua latitanza è sopravvissuto con mezzi di fortuna
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Francesco Guerrera

Si è dato alla macchia per sei mesi, rifugiandosi nelle campagne tra Arzona e Scaliti, nel comune di Filandari, trovando riparo in ricoveri di fortuna che, dal 9 luglio scorso, erano diventati la sua casa. Lo ha fatto per sfuggire ad una condanna definitiva a due anni e nove mesi di reclusione per un’estorsione consumata in concorso con il padre Vittorio (già detenuto) ed un fratello che adesso è affidato in prova ai servizi sociali. Francesco Guerrera, 33 anni di Arzona di Filandari, detto “il Vichingo”, ha posto fine oggi alla sua latitanza consegnandosi spontaneamente ai carabinieri della locale Stazione guidata dal maresciallo Alessio Lonoce (Guerrera era accompagnato dall’avvocato Daniela Garisto) dopo che gli stessi militari dell’Arma avevano effettuato il sequestro di un gregge di pecore divenuto la sua principale fonte di sostentamento. Guerrera ha infatti vissuto la sua latitanza alimentandosi con quanto la campagna era in grado di offrirgli, ricorrendo anche a rudimentali strumenti di caccia e mettendo in atto vere e proprie tecniche di sopravvivenza di cui, secondo i militari dell’Arma, lo stesso è esperto. Tuttavia, venendo meno la sua principale fonte di mantenimento, sopraffatto dai morsi della fame e dal freddo, ha deciso di consegnarsi e saldare così il suo debito con la giustizia.

I fatti al centro della vicenda giudiziaria che hanno visto per protagonista Francesco Guerrera coprono un arco temporale che va dal giugno 2006 al 26 novembre 2007. In particolare, Guerrera era accusato di detenzione illegale e porto in luogo pubblico di una pistola. Arma che, secondo l’accusa, sarebbe stata usata per esplodere numerosi colpi in aria, a scopo intimidatorio, a poca distanza dallo zio Antonio Giuseppe Guerrera. Successivamente, Antonio Guerrera, fratello di Francesco, si sarebbe portato nell’abitazione dello zio intimandogli di lasciare al fratello Francesco metà del grano da raccogliere da un fondo. Da qui l’accusa di tentata estorsione in concorso contestata ai due fratelli.

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Il solo Francesco Guerrera doveva poi rispondere di danneggiamento sui beni di proprietà dello zio Antonio Giuseppe Guerrera ed, in particolare, di aver dato alle fiamme mille metri quadri di reti destinate alla raccolta delle olive, di aver tagliato due pneumatici dell’automobile dello zio e poi dato alle fiamme altri dieci rotoli di reti del valore di tremila euro. Tentata estorsione anche l’accusa per Angelo Vittorio Guerrera, padre di Francesco ed Antonio, il quale si sarebbe rivolto al proprio fratello Antonio Giuseppe dicendogli che il figlio Francesco gli avrebbe bruciato tutto e poi ammazzato gli zii. Parti offese figuravano Antonio Giuseppe Guerrera e Nicola Guerrera.

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